Le bugie su Ceuta e il collasso demografico



Lucio Caracciolo    3 Agosto 2026       4

Una legge non scritta quindi cogente stabilisce che di tutto in Italia si discute fuorché di ciò che conta. Un codicillo ancora più stringente implica che la discussione non avvenga nel merito, su dati di realtà, ma a partire da verità precostituite. Ideologie che ci spingono a non occuparci del nostro Paese e del mondo perché non c’è niente da capire. Niente da fare. Restiamo in attesa dell’apocalissi prossima ventura. Inerti spettatori del già scritto.

Il caso Ceuta ci pare esemplare.

Non entriamo nelle sue origini geopolitiche, legate alle tensioni fra Spagna e Marocco e all’offensiva trumpiana contro il governo Sánchez, unico fra gli europei a schierarsi senza se e senza ma contro la guerra israelo-americana all’Iran. Ci interessa qui la reazione italiana. Meloni considera il dramma di Ceuta minaccia diretta alla nostra sicurezza. Quindi decreta la sospensione degli accordi Schengen con la Spagna, quasi quei migranti stiano per puntare lo Stivale. E trascura il dettaglio “tecnico” per cui Schengen non si applica a Ceuta e Melilla, le due exclave spagnole in terra d’Africa che Rabat rivendica proprie.

Buon esempio di come nella stenografia della comunicazione “politica” (qui d’obbligo le virgolette) si butta tutto in caciara. Nel frattempo, osserviamo che i potenziali invasori rimangono in Africa: un’esigua minoranza a Ceuta, la stragrande maggioranza, respinta, è di nuovo in Marocco. Quanto alle vittime, restano ai margini della caciara perché è normale ve ne siano.

L’evento è classificato dal governo e dalla maggioranza dell’opinione “comunicata” quale sintomo d’invasione aliena del nostro territorio. Se non ci barrichiamo finiremo provincia del futuro impero afro-islamico. Il tutto in nome di presunti valori euro-cattolici (se il Papa ne ha idea diversa vorrà dire che è eretico). Retorica destinata a diffondere la paura dell’identità minacciata.

Eppure la storia insegna che la “difesa della razza” prelude al collasso della nazione. Proviamo a mettere i piedi per terra e la questione migratoria in prospettiva. A partire da qualche dato. Gli italiani sono 58,9 milioni, in declino da oltre un decennio. Secondo la previsione Eurostat, nel 2100 saranno 44,7 milioni (-24,7%). Se ci arroccassimo nello Stivale per impedire l’afflusso di stranieri – ma come, sparando? – a fine secolo gli italiani sarebbero 26,8 milioni (-54,5%). Incrociamo queste cifre con un altro fattore decisivo, l’età mediana. Attualmente la metà degli italiani ha più di 49 anni. Fra poco la maggioranza di noi avrà varcato la soglia del mezzo secolo. Su questa base demografica e biologica l’Italia si spegne. E anche in fretta. Al meglio, finiamo in emergenza permanente.

In un Paese normale questa realtà e i suoi sviluppi sarebbero l’alfa e l’omega del dibattito pubblico. Il fatto che non lo siano certifica la morte cerebrale della nostra politica. Per resuscitarla servirà una rivoluzione culturale. Da dove ricominciare? Dalla realtà, che non è destino ma orizzonte condizionato e condizionante, sul quale possiamo agire. Dobbiamo farlo, se la democrazia ha ancora senso. Il politico che si crede scaltro obietta: sappiamo quel che bisognerebbe fare, ma se lo facessimo non saremmo rieletti. Su questa linea c’è quasi unanimità, da destra a sinistra. Chiamiamola malattia professionale. Altrimenti non si spiegherebbe perché questa sinistra che denuncia la xenofobia della destra quando al governo non abbia proposto una nuova legge sui flussi migratori. Tale da consentire di entrare in Italia senza rischiare la vita, per vie regolari e secondo quote determinate, a chi voglia e possa. Nel rispetto della Costituzione e del nostro stile di vita (finché è rispettabile).

Possibile che un paese consapevole di sé possa basare la sua politica migratoria sulla Bossi-Fini, risalente al 2002? L’Italia ha bisogno di chiudere le porte o di aprirle in modo civile e regolato? In metafora: se in casa ci manca l’aria ne sigilliamo ogni spiffero col silicone? E lo chiamano patriottismo.

Chiusa la triste manipolazione su Ceuta, forse potremmo utilmente aprire una discussione senza preconcetti su come evitare il collasso demo-biologico annunciato. Non c’è Italia senza italiani. Nati o integrati.

(Tratto da www.repubblica.it)


4 Commenti

  1. Olio bollente sulle scottature (fregature).
    Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare! Anche l’inferno è un lastricato di buone intenzioni! La popolazione immigrata, specialmente quella arrivata più di recente, è composta in prevalenza da giovani uomini tra i 18 e i 35 anni. In tutto il mondo e in ogni epoca storica, questa specifica fascia demografica (indipendentemente dalla nazionalità) è quella che registra statisticamente il più alto tasso di devianza e reati. Queste invasioni non sono retorica ma rivendicazioni territoriali (Ceuta docet). Sono quarant’anni che l’Italia è saccheggiata, con riflessi pesanti sulla popolazione e sul SSN. Attuare il disegno perverso dell’islamizzazione (invasione islamica intervista a Mons. Athanasius Schneider, argomenta che gli islamici non si integreranno mai, ci odiano, essi vogliono conquistare l’Europa attraverso un aumento sproporzionato della popolazione (Monfalcone docet: da dominio austriaco all’islamico). La storica “Annamaria ISASTIA”, ha rammentato lo scempio degli stupratori marocchini contro le donne italiane, al seguito dei francesi alla fine della seconda guerra mondiale. La ”mela rossa” (in turco ”Kizil Alma”) rappresentò per un millennio una sorta di mito di frontiera per i grandi poteri islamici: essa simboleggiava il fine ultimo dell’espansione del popolo di Maometto, il luogo fatale che, una volta conquistato, avrebbe conferito ai musulmani un dominio universale sul globo. Persiste e viene attuato specialmente contro l’Italia, la Nazione più ambita in quanto centro del Cristianesimo universale!

    • Lucio Caracciolo ci parla dell’Italia a fronte di una massiccia immigrazione, ma il discorso vale per l’intera Europa. Ovunque, c’è una contrapposizione sul tema con ricorso ad argomenti ideologici e/o strumentali a sostegno delle proprie tesi.
      Caracciolo pone realisticamente la componente demografica al centro della questione con numeri riferiti al nostro Paese ma che indicano tendenze comuni all’intero nostro continente. Ho trovato fuori luogo il riferimento alla “difesa della razza” perché le razze qui non c’entrano niente: se mai si tratta di etnie, un termine che riguarda la componente culturale di ogni comunità con tutto quanto ereditato sul piano spirituale e materiale dalle generazioni che le hanno precedute sul territorio.
      Ora, se per la fine del secolo, con l’immigrazione in corso e perdurando la denatalità patologica degli autoctoni, il numero di questi ultimi si ridurrà alla metà, se non a meno, degli abitanti del continente, credo che ciò costituirà un problema.
      Il cardinale Joseph Ratzinger (non ancora pontefice), parlando agli europei di denatalità, disse che il fenomeno non poteva essere affrontato con i trapianti di popoli, perché avrebbe causato la fine della millenaria civiltà europea.
      Quindi, se, come è probabile, non si riuscirà a cambiare la dominante mentalità antiriproduttiva dei nostri contemporanei, né a gestire numericamente i fenomeni migratori, dovremo prendere atto della imminente fine di un’epoca, e che quell’Europa di cui siamo figli, nata circa 1500 anni fa con la grande migrazione dei “barbari” (un parto contrassegnato da violenze e doloroso come tutti i parti) è giunta alla fine del suo percorso. Ciò che resterà, comunque verrà chiamato, sarà altra cosa con caratteristiche non ancora immaginabili, forse molto diverse da quanto pensano i fautori di un mondo senza confini.

  2. Condivido che in Italia i più grandi scontri politici sono sulle cose meno rilevanti, ricordo ad esempio la cosiddetta legge Zan. Per quanto riguarda il contenuto è vero che c’è bisogno di forze giovani in un Paese che non fa figli. Ma non si sottovaluti l’impatto della immigrazione da culture diverse, spesso da Paesi in cui non c’è una cultura democratica e un senso civico conseguente. Il risultato di una cultura radicale nel nostro Paese (per radicale intendo pannelliana, partito radicale) è quello che vediamo: individualismo, crollo demografico, dipendenze diffuse, una cultura della trasgressione ecc ecc.
    Contemporaneamente a una legislazione sull’immigrazione più adeguata ai tempi occorre, forse più, cercare di uscire dell’inverno demografico invertendo valori e comportamenti. Forse questo andava sottolineato maggiormente nell’articolo perchè non è solo questione di numeri.

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