
In una fase in cui le prospettive economiche e sociali per il Paese e per l'Europa si presentano tutt'altro che prive di incognite, pensare a come rilanciare una politica di centro appare un'impresa ardua. Il linguaggio del populismo sembra comunque continuare a sovrastare quello del buonsenso (l'ultimo esempio è dato dalle recenti elezioni locali britanniche) salvo poi rinnegarlo, una volta raggiunto il potere (Meloni docet).
Non giova al recupero di una iniziativa di centro neanche lo smantellamento dei partiti, che ormai selezionano la loro classe dirigente al contrario, dal vertice alla base, a causa principalmente di leggi elettorali di discutibile costituzionalità.
Inoltre, aver voluto forzare il sistema politico italiano, costringendolo a una innaturale spaccatura in due schieramenti, ha prodotto a tutti i livelli effetti contrari a quelli annunciati: più distanza dei cittadini dalla politica e un dibattito politico poco coinvolgente, incentrato più a demolire lo schieramento avversario che a proporre politiche al passo con le esigenze della società e dei tempi.
In una tale situazione le politiche di centro, ormai disgiunte da contenitori politici di rilievo, si sono comunque fatte strada nel susseguirsi dei governi e in gran parte dell'establishment italiano, in una direzione opposta alla famigerata stagione del primato del denaro sulla politica, delle privatizzazioni indiscriminate, e in ideale continuità con i governi della Prima Repubblica, fautori del modello economico misto attraverso cui l'Italia conobbe uno sviluppo senza precedenti. Grazie a ciò il Paese sta riprendendo il controllo delle reti infrastrutturali avanzate in quasi tutti i settori, e mai come nella attuale fase di aggressione israelo-americana dell'Iran e di quella russa dell'Ucraina, sperimenta i benefici di una politica energetica degna di questo nome, sia riguardo agli approvvigionamenti (Piano Mattei), sia riguardo alla ricerca di nuove fonti rinnovabili (con eccellenze che suscitano aspettative enormi, come il Kilometro Rosso di Bergamo). E può, nonostante tutto, mantenere un sistema economico e finanziario tra i più solidi in Europa pur a fronte di una situazione sociale che desta preoccupazione per l'aumento delle disuguaglianze e il declino dei ceti intermedi.
Un tale processo di adozione sottotraccia di politiche di centro, in questi anni si è rivelato un efficace contrappeso sia al forte vento populista che non ha mai cessato di spirare dopo la demolizione dei partiti degli anni Novanta, sia a un bipolarismo inadeguato a rappresentare il Paese. Processo che non è stato fermato - e verosimilmente non lo sarà in futuro - dall'alternanza degli schieramenti.
Tutto ciò nulla toglie ai ricorrenti progetti di ricomposizione del centro. Anzi, dovrebbe infondere in essi la consapevolezza che il centro va oltre gli strumenti provvisori di chi si candida a rappresentarlo. Anche di coloro che guardano al centro-sinistra, nella prospettiva di un governo a guida PD dopo le elezioni del prossimo anno.
Un progetto che può risultare interessante, come lo fu, a suo tempo l'esperienza irripetibile della Margherita, ad alcune condizioni.
La prima è che questo eventuale contenitore di centro non si illuda di essere immune dalle diversità di orientamento presenti nel PD. Sulla carta forse ne presenta addirittura di maggiori, ma queste diverse sensibilità vanno viste come un arricchimento della proposta politica.
La seconda condizione credo sia quella di non ridurre questo progetto a una sigla ma di caratterizzarlo con la definizione di chiari orientamenti programmatici, capaci di renderlo culturalmente plurale e socialmente trasversale, oltre che aperto ai temi sociali.
Una terza condizione a mio avviso, sta nella capacità di fare sintesi nell'affrontare i problemi, per seguire quel filo rosso che parte dai territori (e in Piemonte l'esperienza civica dell'Alleanza dei Democratici costituisce un sicuro valore aggiunto), dal rafforzamento dei legami di comunità e si collega circolarmente con il destino della comunità nazionale e di quella internazionale. Siamo infatti, in un'epoca di definizione di un nuovo assetto globale in cui nessuna questione (neanche quelle locali) può essere affrontata in modo slegato dalle altre.
Un linguaggio di pace, disarmato e disarmante, non scontato in questo tempo, è il presupposto per concorrere a costruire comunità e territori più forti e anche per tentare di riannodare i fili della partecipazione e della rappresentanza che una politica assuefatta alla ricerca del consenso immediato con ogni mezzo, ha finito col recidere, vogliamo sperare non irrimediabilmente.
Non giova al recupero di una iniziativa di centro neanche lo smantellamento dei partiti, che ormai selezionano la loro classe dirigente al contrario, dal vertice alla base, a causa principalmente di leggi elettorali di discutibile costituzionalità.
Inoltre, aver voluto forzare il sistema politico italiano, costringendolo a una innaturale spaccatura in due schieramenti, ha prodotto a tutti i livelli effetti contrari a quelli annunciati: più distanza dei cittadini dalla politica e un dibattito politico poco coinvolgente, incentrato più a demolire lo schieramento avversario che a proporre politiche al passo con le esigenze della società e dei tempi.
In una tale situazione le politiche di centro, ormai disgiunte da contenitori politici di rilievo, si sono comunque fatte strada nel susseguirsi dei governi e in gran parte dell'establishment italiano, in una direzione opposta alla famigerata stagione del primato del denaro sulla politica, delle privatizzazioni indiscriminate, e in ideale continuità con i governi della Prima Repubblica, fautori del modello economico misto attraverso cui l'Italia conobbe uno sviluppo senza precedenti. Grazie a ciò il Paese sta riprendendo il controllo delle reti infrastrutturali avanzate in quasi tutti i settori, e mai come nella attuale fase di aggressione israelo-americana dell'Iran e di quella russa dell'Ucraina, sperimenta i benefici di una politica energetica degna di questo nome, sia riguardo agli approvvigionamenti (Piano Mattei), sia riguardo alla ricerca di nuove fonti rinnovabili (con eccellenze che suscitano aspettative enormi, come il Kilometro Rosso di Bergamo). E può, nonostante tutto, mantenere un sistema economico e finanziario tra i più solidi in Europa pur a fronte di una situazione sociale che desta preoccupazione per l'aumento delle disuguaglianze e il declino dei ceti intermedi.
Un tale processo di adozione sottotraccia di politiche di centro, in questi anni si è rivelato un efficace contrappeso sia al forte vento populista che non ha mai cessato di spirare dopo la demolizione dei partiti degli anni Novanta, sia a un bipolarismo inadeguato a rappresentare il Paese. Processo che non è stato fermato - e verosimilmente non lo sarà in futuro - dall'alternanza degli schieramenti.
Tutto ciò nulla toglie ai ricorrenti progetti di ricomposizione del centro. Anzi, dovrebbe infondere in essi la consapevolezza che il centro va oltre gli strumenti provvisori di chi si candida a rappresentarlo. Anche di coloro che guardano al centro-sinistra, nella prospettiva di un governo a guida PD dopo le elezioni del prossimo anno.
Un progetto che può risultare interessante, come lo fu, a suo tempo l'esperienza irripetibile della Margherita, ad alcune condizioni.
La prima è che questo eventuale contenitore di centro non si illuda di essere immune dalle diversità di orientamento presenti nel PD. Sulla carta forse ne presenta addirittura di maggiori, ma queste diverse sensibilità vanno viste come un arricchimento della proposta politica.
La seconda condizione credo sia quella di non ridurre questo progetto a una sigla ma di caratterizzarlo con la definizione di chiari orientamenti programmatici, capaci di renderlo culturalmente plurale e socialmente trasversale, oltre che aperto ai temi sociali.
Una terza condizione a mio avviso, sta nella capacità di fare sintesi nell'affrontare i problemi, per seguire quel filo rosso che parte dai territori (e in Piemonte l'esperienza civica dell'Alleanza dei Democratici costituisce un sicuro valore aggiunto), dal rafforzamento dei legami di comunità e si collega circolarmente con il destino della comunità nazionale e di quella internazionale. Siamo infatti, in un'epoca di definizione di un nuovo assetto globale in cui nessuna questione (neanche quelle locali) può essere affrontata in modo slegato dalle altre.
Un linguaggio di pace, disarmato e disarmante, non scontato in questo tempo, è il presupposto per concorrere a costruire comunità e territori più forti e anche per tentare di riannodare i fili della partecipazione e della rappresentanza che una politica assuefatta alla ricerca del consenso immediato con ogni mezzo, ha finito col recidere, vogliamo sperare non irrimediabilmente.
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