L’incerta transizione al multilateralismo



Giuseppe Ladetto    3 Marzo 2026       1

Della possibile realizzazione del multilateralismo in un mondo unipolare o bipolare, avevo già espresso dubbi in un mio precedente articolo.

Ma visto che oggi ci viene continuamente indicato il multilateralismo come la sola alternativa a un mondo in piena anarchia, in cui le grandi e medie potenze sono in lotta per contendersi spazi (anche territoriali) di potere, mi trovo costretto a ritornare su questa tematica.

Il multilateralismo è un approccio alla politica internazionale che si basa sulla cooperazione tra gli Stati per raggiungere obiettivi comuni, attraverso accordi e principi condivisi. Tuttavia, viviamo in un mondo spaccato in due (l’Occidente e il resto del pianeta) dove, in numerosi ambiti, non ci sono obiettivi comuni e principi condivisi e, se si continua su questa strada, sempre meno ce ne saranno.

Inoltre, guardando alla realtà bisogna riconoscere che ieri, in un mondo bipolare (USA e URSS potenze egemoni nelle parti del pianeta spartitesi a Yalta) successivamente divenuto unipolare (disgregatasi l’URSS con gli USA potenza egemone in solitudine), i clientes (sia del patto di Varsavia sia della NATO) non avevano voce in capitolo sulle questioni di rilevanza: il multilateralismo era puramente un aspetto di facciata per celare la loro condizione subalterna.

Inoltre, per realizzare il multilateralismo, erano e sono indispensabili le organizzazioni internazionali, a partire dall’ONU: quest’ultima ha il compito di promuove la pace, la cooperazione internazionale, il rispetto del diritto internazionale, e mediare negli eventuali conflitti tra le potenze per prevenire le guerre o porre ad esse fine.

Però chiediamoci a quanti conflitti ha posto fine l’ONU, dal termine della Seconda guerra mondiale ad oggi, e quanti è riuscita ad evitarne.
Riguardo alla lunga e devastante guerra in Vietnam, il ruolo dell'ONU, per fermare la guerra, è stato estremamente limitato, se non nullo.
Di contro, alle Nazioni Unite è stato attribuito il merito di aver evitato un conflitto mondiale tra USA e URSS con la risoluzione della crisi dei missili cubani nel 1962. Certo ha avuto un ruolo significativo ancorché, per quanto ricordi, fu principalmente il messaggio radio ai contendenti di papa Giovanni XXIV a spingere Chruscev e Kennedy a trovare un accordo.

Ci sono poi stati interventi, essenzialmente nel Sud del mondo, per fare fronte a crisi locali, ma con risultati sicuramente non esemplari, come il tentativo del l994 di fermare il genocidio in Ruanda nei confronti dei Tutsi; ma, per giudizio universale, tale operazione è stata considerata un fallimento completo.
Che dire, inoltre, delle tante periodiche richieste di ritiro da territori illegalmente occupati, richieste sempre inascoltate, se non irrise, come quelle relative all’occupazione turca del 1974 della parte settentrionale di Cipro, o quelle riguardanti le alture del Golan occupate da Israele nel 1967.

La rappresentazione più evidente dell’impotenza dell’ONU ci viene proprio dalle vicende della Terra Santa, a partire dal 1948, essendo l’organizzazione internazionale rimasta sostanzialmente inerte a fronte di comportamenti non certo rispettosi del diritto internazionale e dei diritti umani che hanno posto le basi di tutto quanto accaduto fino ad oggi, e generato una situazione di caos che ormai investe l’intero Medio Oriente.

Nel mondo odierno, si manifestano sfide globali come il cambiamento climatico, nuove prevedibili pandemie, sempre più rilevanti fenomeni migratori, terrorismo, ecc. che non possono essere affrontate dai singoli Stati. Sarebbe necessaria la cooperazione fra Paesi anche se dotati di differenti istituzioni e culture. Di qui l’esigenza di approdare a un nuovo concetto di multilateralismo.

Ma il multilateralismo a cui si richiamano i Paesi occidentali guarda al passato. Riflette il progetto politico e giuridico in tema di ordine internazionale varato nella seconda parte del secolo scorso, un progetto ispirato al liberalismo, ritenuto erede di quei valori razionali di origine illuministica considerati universali.

In realtà, la razionalità da cui derivano tali valori non è affatto un elemento oggettivo riconosciuto da tutte le culture. In materia, già Joseph Ratzinger, non ancora Pontefice, aveva scritto che la discussione delle questioni fondamentali sull’uomo non può essere svolta puramente e semplicemente all’interno della sola tradizione occidentale della ragione. La cultura occidentale deve essere pronta ad ascoltare le altre culture e a mettersi in correlazione con esse. Cade quindi l’idea che l’Occidente sia portatore di valori razionali e universali, valori che debbono essere esportati in tutto il mondo, idea su cui fonda il suo preteso primato politico, economico e culturale.

In primo luogo, non dimentichiamo che il multilateralismo e il diritto internazionale, a cui le élite occidentali dichiarano di ispirare le loro azioni, sono stati da esse messi da parte in numerose occasioni, quando erano in gioco (e ancora oggi lo sono) i loro interessi economici o geopolitici: vedi Kosovo, Iraq, Libia, Afghanistan, per non parlare di America latina, ritenuta dagli USA – ieri e ancora oggi – cosa loro.
A mettere in discussione il quadro internazionale è soprattutto intervenuta l’entrata in scena di nuovi protagonisti, i molti Paesi usciti dallo sottosviluppo diventati attori importanti di cui non si può più ignorare il peso economico e politico sulla ribalta mondiale.

Oltre a Cina e Russia, potenziali grandi potenze (come India, Indonesia, Brasile, Pakistan, ecc.) già oggi intendono assumere maggiori responsabilità all’interno delle rispettive regioni geografiche, seguite su tale cammino da Stati di media dimensione, ma con grandi ambizioni, quali la Turchia in Medio Oriente o il Sudafrica nell’Africa meridionale o il Messico nell’America Latina. Tutti questi soggetti hanno fretta di guadagnare uno status adeguato nella gerarchia internazionale, e rendersi capaci di influire sull’agenda delle principali istituzioni, quando (come accade sempre più sovente) non procedono al varo di proprie istituzioni alternative a quelle esistenti.

A fronte di tale situazione, il multilateralismo liberale rischia di diventare obsoleto, perché il sistema internazionale è diventato più complesso: le questioni aperte sono molte, e più attori intendono dire la loro, sicché anche i meno forti hanno più possibilità di far sentire la propria voce.

Non sappiamo se il futuro confermerà le tendenze attuali, ma in ogni caso già oggi le aspettative di una trasformazione del sistema internazionale modificano le attese e le strategie dei vari attori. È sufficiente la prospettiva di una redistribuzione del potere internazionale per indebolire la capacità della leadership americana di condizionare le organizzazioni internazionali, pregiudicando il ruolo che ha sempre svolto nei contesti multilaterali, dal 1945 a oggi. Così se gli USA hanno ancora la capacità di imporsi sui singoli Paesi, non altrettanto riescono a farlo sull’intero sistema.

Oggi, gli USA sono ancora la prima potenza militare per armamenti, flotta marittima ed aerea, e per le oltre 500 basi militari sparse nel pianeta in luoghi strategici. Ma si è ridotto il divario con le altre potenze (non solo Cina e Russia), alcune dotate di armi nucleari. Inoltre, hanno più volte dimostrato di non essere più capaci di controllare i Paesi militarmente sconfitti, che vengono lasciati in un pericoloso caos.
Sul terreno economico e tecnologico, un numero crescente di Paesi compete con successo con la potenza nordatlantica, mentre la capacità attrattiva americana è crollata (non solo con Trump) anche per la costante violazione dei valori ipocritamente professati e il doppiopesismo costantemente mostrato.

Secondo alcuni, con la crisi dei tradizionali riferimenti che hanno governato il mondo uscito dalla fine del secondo conflitto mondiale, la prospettiva è il caos.

Ma già negli anni scorsi, Henry Kissinger ci aveva detto che non è così: le crisi possono essere prevenute e risolte sulla base di accordi bilaterali e azioni concertate tra le superpotenze perché la stabilità globale è il risultato di un equilibrio di forze, e non dell’azione delle Nazioni Unite.

Sottolineo “equilibrio di forze”, ovvero tra le potenze, un equilibrio non ancora raggiunto in questa complicata fase di passaggio dall’unipolarismo al multipolarismo.

In America si fa sempre più sentire il peso dell’esercizio della leadership planetaria che grava principalmente sulle classi popolari, un sentimento intercettato da Trump prima versione, quando aveva espresso il rifiuto di continuare a fare del proprio Paese il poliziotto del mondo, privilegiando i suoi interessi primari (sicurezza, equilibrio della bilancia commerciale, re-industrializzazione, controllo dell’immigrazione, ecc.). Ma una parte significativa delle agenzie securitarie ritiene (come ci ha detto più volte Dario Fabbri) che non sia ancora venuto il tempo di mettere da parte la leadership planetaria.

Trump, che è ondivago, pare aver quindi mutato avviso. D’intesa con il Dipartimento di Stato (guidato da Marco Rubio), ci ripropone una versione aggiornata della mai accantonata dottrina Monroe, in base alla quale Washington deve assumere il pieno controllo politico ed economico delle due Americhe (dalla Groenlandia alla Terra del fuoco) per essere in grado di misurarsi da una posizione di forza con le altre grandi potenze (Cina in primis).

La sopracitata fase di transizione (dall’unipolarismo al multipolarismo) si carica pertanto di incertezza. Inoltre, ogni transizione comporta pericoli, e particolarmente quella in corso, contrassegnata da una folle corsa agli armamenti e da un irrazionale bellicismo, che ha contagiato le classi dirigenti di molti Paesi, compresi quelli occidentali.

In questo scenario, che cosa fa l’Europa, o meglio la UE? Non sembra avere una visione strategica. Non si chiede che spazio dovrà o potrà occupare in un possibile, se non probabile, mondo multipolare. Sembra arroccata nella difesa ad oltranza dell’unità dell’Occidente, che in sostanza significa sostegno al primato americano, ciò che comporta protrarre nel tempo una fase di transizione irta di pericoli.

Certo, per l’America il controllo dell’Europa resta fondamentale, un controllo che ormai viene esercitato con le maniere forti, palesemente manifestate da Trump. A differenza dei suoi predecessori, che cercavano di mantenere le forme presentando i clientes come alleati, l’attuale presidente americano mostra la realtà quale essa è, anche perché (da ben prima del suo avvento al potere) il soft power, su cui si sostenevano in notevole misura il primato e l’immagine del Paese a stelle e strisce, si è marcatamente indebolito, se non dissolto.

Sembra ragionevole immaginare che, in un mondo multipolare, una UE più unita, svincolata da tutele esterne, autonoma sul terreno politico e militare, attenta a ricostruire il suo sistema economico produttivo, possa occupare una posizione di rilievo, e pesare nel contesto internazionale. A tal fine, occorrerebbe uscire dalle logiche meramente ideologiche (il Bene contro il Male), cercando di comprendere quale possa essere il suo destino geopolitico.

Ma bisogna rendersi conto che un tale obiettivo è totalmente fuori della portata di quelle élite ai vertici della Comunità che hanno preteso di fondare il progetto politico europeo sui soli principi economici (la centralità del mercato) e giuridici (i vari diritti). Un soggetto non in grado di riconoscere la propria identità, che si priva di memoria, non volendosi ricordare da dove viene, da chi e come è nato, e quali sono gli elementi culturali alla base della sua fisionomia, non potrà che fallire in qualunque impresa si impegni.


1 Commento

  1. Le considerazioni che concludono lo scritto di Ladetto, difficilmente contestabili, non inducono certo all’ottimismo e andrà ancora peggio se si considera il giro mentale di questa élite dirigente. Da un lato sottoposti alle pressioni localistiche dei rispettivi paesi, dall’altro ansiosi di rafforzare la propria immagine all’opinione pubblica nazionale. Se poi ci troviamo con soggetti con un ego particolarmente esuberante – tipo il francese Macron, ma ne abbiamo anche in Italia – la frittata è fatta.

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