Come ai tempi del Vietnam?



Giancarlo Infante    7 Maggio 2024       0

Colpiti dall’ampiezza delle manifestazioni dei giovani studenti americani a favore dei palestinesi, molti si stanno chiedendo se ciò che infiamma le università negli USA, ma non solo, sia paragonabile al movimento degli anni ’60 che prese le mossa contro l’intervento americano in Vietnam.

Le differenze, però, sono notevoli. Quel moto giovanile e studentesco, che poi tracimò in ciò che chiamiamo il ’68 europeo, fu in realtà l’innesco per una più ampia mobilitazione per una sorta di svolta del mondo verso la “liberazione” delle nuove generazioni, e delle donne in particolare, e finì per investire la sessualità, la formazione offerta dai sistemi scolastici, il superamento della scuola e della società classista, oltre a dare vita ad un moto pacifista guardato con un certo sospetto, in Occidente come in Oriente, perché quello d’allora era il mondo della guerra fredda.

In molti Paesi, l’agitazione delle università si saldò inevitabilmente con quella analoga che stava animando le fabbriche e sembrava risvegliare i lavoratori di una larga parte del mondo. E così finì anche per produrre cambiamenti politici di una certa rilevanza perché le questioni sociali più rilevanti ricevessero una più certa, ulteriore attenzione. Come accadde in Italia, ad esempio con la riforma scolastica, la nascita della sanità universale, lo Statuto dei lavoratori. E quei moti giovanili non restarono, del resto, senza conseguenze nel Regno Unito, in Francia e in Germania.

Ad oggi, nessuno è in grado di dire se quanto emerge in questi giorni tra le nuove generazioni avrà delle conseguenze più ampie e profonde come sessant’anni fa. Sul breve periodo, già non manca chi si chiede quanto il movimento di protesta degli studenti statunitensi non possa pesare negativamente per Biden nella battaglia in corso con Trump che è ancora da considerarsi un “testa a testa”.

Al momento, l’impressione è che le manifestazioni di questi giorni siano il frutto specifico di una situazione particolare, di una sorta di ribellione morale, prodottasi spontaneamente dopo l’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023 e la risposta dello Stato ebraico che, finora, ha portato a quasi 35mila morti a Gaza e rimesso al centro dell’attenzione mondiale il mai risolto problema della Palestina e dei palestinesi.

Troppo è accaduto in questi ultimi sei mesi perché ci si possa davvero meravigliare del fatto che migliaia e migliaia di giovani scendano in lotta senza che abbiano da rivendicare qualcosa esclusivamente per loro stessi. Hanno visto le feroci distruzione di Gaza e delle condizioni in cui è ridotta una popolazione di oltre due milioni di persone. E pure l’emergere di una situazione che in Cisgiordania si è aggravata. Al punto che importanti ex vertici dei militari israeliani e del Mossad hanno apertamente criticato la politica del Governo Netanyahu nei territori occupati e la mano libera lasciata alle frange estremiste dei coloni. È per questo se si sono risvegliati nel profondo della società americana, ma non solo, quei sentimenti che furono propri delle generazioni degli anni ’60. Quelle che provarono l’orrore dinanzi alle scene provenienti dal Vietnam, ai bombardamenti a tappeto a suon di napalm, ai bonzi buddisti che si davano fuoco, ai morti provocati gratuitamente e ai racconti di un giornalismo libero, per la prima volta, di essere presente nelle aree di guerra con una sferzata umana, culturale e politica, mai mostrata prima dalla comunicazione di guerra.

I giovani manifestanti delle università americane indicano come la forza delle cose possa far traballare certezze acquisite per decenni. Com’è stata quella della vicinanza del popolo americano, e anche di quelli europei, e non solo dei governi, ad Israele di cui è riconosciuto il pieno diritto all’esistenza, assieme all’inalienabile diritto per tutti gli israeliani di vivere in pace. Quei giovani dicono che, di pari passo, deve andare un impegno affinché anche la Palestina e i palestinesi vedano riconosciuti gli altrettanto loro inalienabili diritti.

Questo deve diventare motivo di riflessione per il Governo e il popolo israeliano al fine di imboccare l’unica strada che possa portare alla fine di un conflitto durato fin troppo tempo, per il quale tutti hanno torti e ragioni da far valere e da cui tutti, continuando così, hanno solo da perdere.

(Tratto da www.politicainsieme.com)


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