Le colpe dell’Occidente giustificano Putin?



Maurizio Cotta    9 Aprile 2024       4

In un recente articolo apparso su “Rinascita popolare” (CLICCA QUI) e ripreso da “Politica Insieme”, Giuseppe Ladetto fa una puntigliosa elencazione tutte le colpe che l’Occidente e in particolare gli Stati Uniti avrebbero compiuto dopo il crollo dell’Unione Sovietica nei confronti della Russia. Colpe o errori che sarebbero all’origine della aggressione di Putin all’Ucraina (Ladetto non usa mai la parola aggressione, ma spero che convenga che di questo si è trattato) e (in parte) anche della evoluzione autoritaria del regime russo.

Si potrebbe discutere su questo o quell’aspetto menzionato, o magari notare che se la Nato ha fatto esercitazioni militari ai confini con la Russia lo stesso ha fatto regolarmente questo paese ai confini con la NATO (esercitazioni quadriennali Zapad). Oppure, per completare il quadro, potrebbero essere ricordati i non piccoli investimenti fatti dagli Stati Uniti in Russia (più di dieci miliardi all’anno nel periodo 2009-2022) dei quali ha largamente beneficiato la capacità produttiva del paese o gli aiuti dell’Unione Europea alla Russia nel campo della cooperazione universitaria ed altri. Così come andrebbe ricordato quanto l’elite politico-economica russa legata a Putin abbia negli ultimi decenni apprezzato l’Occidente come luogo per i propri costosi svaghi e dove parcheggiare senza turbamenti i propri (non sempre leciti) profitti lontano dagli sguardi della popolazione russa (ma con la complicità di Putin).

Su una posizione simile a quella di Ladetto si esprime anche Brundisini (CLICCA QUI) che vede la rivoluzione di Maidan del 2013-2014 come una operazione essenzialmente americana, senza nemmeno menzionare che la estesa protesta popolare fu scatenata dalla decisione dell’allora presidente ucraino Yanukovitch di cancellare all’ultimo minuto l’accordo di libero scambio e cooperazione economica con l’Unione Europea (DCFTA) e di aderire invece sotto forti pressioni provenienti dal Cremlino ad un accordo con l’Unione Economica Euroasiatica promossa da Mosca. Per non parlare delle violenze commessa dagli apparati di polizia nei confronti dei manifestanti.

Ma ci sono altri aspetti più importanti che rendono l’analisi di Ladetto quanto meno parziale (al punto che, certo inavvertitamente, finisce per essere molto vicina alla narrazione vittimistica putiniana delle ragioni della operazione militare speciale). In questa analisi sembra che la Russia, e le sue decisioni come anche l’evoluzione autocratica del suo leader siano state sostanzialmente determinate dall’influenza (negativa) dell’Occidente e non ci fossero nella spiegazione fattori endogeni alla Russia stessa. Questa interpretazione trascura due elementi fondamentali, ben noti ai conoscitori della Russia, e tra loro strettamente connessi: la lunga a persistente tradizione imperialista russa e la risorgente e connessa forza della scelta autocratica. Seppur per sommi capi occorre ricordare che la Russia si è sviluppata negli ultimi secoli come il più grande impero territoriale del mondo e la sua forma di governo ha avuto in prevalenza caratteri fortemente autocratici. L’autocrazia si è legittimata internamente come necessaria per mantenere unito il grande impero multietnico. E l’impero è stato presentato come lo scudo per difendere l’autorità moscovita da minacce esterne. Questo abbinamento non è certo andato a beneficio della sua popolazione e soprattutto delle sue minoranze interne che hanno dovuto pagare i pesanti costi in termini di libertà ma anche di arretratezza economica prodotti da questo modello. Inoltre questo modello è fallito due volte negli ultimi 120 anni per l’incapacità dell’autocrazia (quella zarista nel periodo 1905-2017 e quella sovietica negli anni 1980) di rispondere efficacemente ai problemi interni ed internazionali e di trasformarsi in una autorità meno totalitaria e aperta ai contributi della libertà democratiche. In entrambi i casi il collasso dell’autorità politica autocratica ha prodotto uno smantellamento parziale dell’impero e la liberazione di popoli e territori che mal sopportavano la cappa di oppressione di Mosca. Abbastanza comprensibilmente queste nazioni (paesi baltici, Polonia, Georgia, Ucraina, ecc.) hanno in forme varie cercato di consolidare la loro indipendenza nazionale rispetto al pericolo di un ritorno dell’impero con alleanze e protezioni occidentali.

Mentre altri imperialismi europei (come quello francese napoleonico, quello prussiano/tedesco, e quello austro-ungarico) sono stati consegnati alla storia e la loro fine è stata definitivamente suggellata con l’Unione Europea, quello russo, risorto con l’ascesa dell’Unione sovietica, aveva ripreso nel primo e secondo dopoguerra ed anzi esteso la sua presa diretta o indiretta su gran parte dell’Europa centro-orientale. Con Putin, dopo il 2000 e la sua prima elezione a presidente, il crollo dell’Unione sovietica viene considerato (come il nuovo presidente ha più volte esplicitamente dichiarato già dal suo discorso sullo stato dell’Unione del 2005) il più grande disastro geo-politico del secolo). Ovviamente questo punto di vista non è condiviso dai paesi dll’Europa e dell’Asia che hanno potuto ricavarne la propria indipendenza nazionale! Varie forme istituzionali sono state sviluppate da Mosca per recuperare parte del terreno perduto come la Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (OTSC) del 2002 e l’Unione Economica Euroasiatica (UEE) o la proposta di una fusione tra Russia e Bielorussia. In questa direzione il pezzo più ambito ma più difficile è stata certamente l’Ucraina che ha oscillato tra l’adesione a questi processi o invece il rapporto con l’Unione Europea (e la NATO), per poi decisamente orientarsi in quest’ultima direzione con il 2014. Se le citate organizzazioni di tipo più consensuale hanno faticato ad affermarsi e la loro attrattività non ha convinto ad aderire varie componenti dell’ex Unione Sovietica è probabilmente per il timore di un ruolo egemonico della Russia al loro interno (in questo ricordiamo il chiaro vantaggio dell’Unione Europea nella quale la mancanza di uno stato egemone ha dato garanzie anche ai paesi membri minori di rispetto della loro identità). Ma Putin non ha rinunciato ad azioni di altro tipo sfruttando i conflitti interni di stati usciti dell’Unione Sovietica: in Moldova (con la Transnistria), in Georgia (con l’Ossezia del Sud e l’Abhazija e più massicciamente ancora in Ucraina (con le regioni del Donetsk, del Luhansk e della Crimea). In queste realtà l’esercito russo è intervenuto in forma aperta o coperta con milizie senza bandiera a sostenere e consolidare i processi separatisti. Queste azioni non hanno trovato una significativa opposizione da parte dell’Occidente se non nella forma di sanzioni o di invio di armi alla parte lesa. L’invio di forze militari, seppur con compiti di interposizione o di tutela dei confini dei paesi colpiti dalla secessione, sono stati sempre esclusi per timore di una escalation del conflitto. Questa è stata una delle principali ragioni del fallimento degli accordi di Minsk.

Il 2022 ha segnato una drammatica escalation, ma da parte della Russia di Putin non certo dell’Occidente. L’operazione speciale militare come viene pudicamente denominata da Mosca non è stata una limitata azione difensiva dei secessionisti del Donbass, ma con l’attacco diretto sulla capitale dell’Ucraina si è configurata esplicitamente come il tentativo di decapitare il vertice politico del paese per poterlo ridurre in stato di vassallaggio ed eventualmente riportarlo tutto o in gran parte sotto la sovranità di Mosca. Che questo sia l’obiettivo lo ripete costantemente la narrazione pseudo-storico che Putin ripete sull’inesistenza dell’Ucraina come nazione autonoma e lo confermano il riconoscimento e poi l’annessione delle province separatiste e di quelle conquistate con l’aggressione del 2022 (Zaporigia e Cherson). Solo la strenua e inaspettata difesa ucraina impedisce per ora il pieno realizzarsi di questo disegno. Ma Putin non rinuncia ai territori conquistati e nemmeno al progetto più vasto (“denazificare l’Ucraina”, riunificare il “mondo russo”, il mitico Russkij mir) che viene costantemente ribadito da lui stesso e dai media di regime.

In parallelo a questa revanche imperiale si è progressivamente ma inesorabilmente sviluppata la autocratizzazione del potere presidenziale di Putin. Se le prime elezioni presidenziali del 2000 erano state ancora ragionevolmente competitive, le successive si trasformano in plebisciti grazie al controllo progressivo sulle televisioni, la repressione sempre più rigorosa delle opposizioni e dei mezzi di comunicazione indipendenti, l’esclusione di candidati alternativi pericolosi per via burocratica o addirittura con l’eliminazione fisica (Nemtsov e Navalny). L’elusione del limite costituzionale di due mandati, operata una prima volta nel 2008 con lo scambio tra presidenza della federazione e presidenza del governo tra Putin e Medvedev, e poi con una nuova riforma costituzionale nel 2020 rendono permanente il controllo del potere da parte di Putin e costruiscono il mito della sua insostituibilità (“senza Putin il caos”).

Chi vuole oggi la pace in Ucraina e più in generale in Europa, perché le due realtà non possono essere separate, deve fare seriamente i conti con questa realtà che non si può certo minimizzare sulla base di dati come la spesa militare russa di molto inferiore a quella occidentale. Le ultime vicende hanno dimostrato ad abundantiam che di fronte alla disponibilità di Putin ad usare con spregiudicatezza la forza militare (e le proprie truppe come carne da cannone) stanno l’esitazione e le divisioni del fronte occidentale nel rispondere sullo stesso piano.

L’appello accorato del Papa a porre fine alla guerra con il negoziato deve essere ascoltato, ma gli obiettivi, e gli strumenti del negoziato ricadono nella responsabilità delle forze politiche nazionali ed europee. Un negoziato che porti ad una pace sostenibile (se la parola “giusta” sembra troppo chiedere) non può prescindere da un netto respingimento delle pretese espansioniste della Russia di Putin e dal ristabilimento del principio cardine del rispetto della sovranità degli stati. Questo richiede oggi necessariamente un fermo sostegno politico, militare ed economico dei paesi europei (e degli Stati Uniti) all’Ucraina e alle sue buone ragioni. Non si tratta certo di umiliare la Russia che ha invece tutto da guadagnare dalla fine di una guerra di aggressione che porta alla morte decine di migliaia dei suoi giovani e sottopone il paese ad una economia di guerra. Lasciare partita vinta oggi a Putin significherebbe invece aprire un baratro di instabilità e di tensioni generatrici di ulteriore guerra al centro dell’Europa.


4 Commenti

  1. Gentile Maurizio, il suo è un pezzo corposo e con tanti temi e rappresenta un punto di vista rispettabile, anzi penso che rispecchi il pensiero della maggioranza della popolazione. Tuttavia lungi da me dal nominarmi difensore d’ufficio di Ladetto, che non ha certo bisogno della mia penna campestre, mi pare che Ladetto abbia portato fatti concreti e documentati. Il suo articolo, scritto anche bene, a me sembra che sposi molto la narrazione occidentale, la narrazione come sa è qualcosa diverso dai fatti reali. Mi limito a citare due cose. La prima è Euromaidan, non le dice nulla la famosa frase di Victoria Nuland (architetto di tutto quel che successe in piazza a Kiev allora) in risposta a chi le faceva presente di non esagerare: ” Fuck Europe”.
    Secondariamente, lo sa quali sono i due politici più odiati oggi in Russia? Gorbaciov per la sua ingenuità e Boris Eltsin per aver svenduto il paese. Non sono ragionamenti miei ma di Federico Rampini, giornalista stimato e atlantista convinto.

  2. Il Papa ha detto che la Nato ha abbaiato ai confini con la Russia. Perché non ricordare gli stati che confinano con la Russia che hanno chiesto di aderire alla Nato perché hanno già subito e hanno paura di Putin. ..

  3. Non ho ancora trovato in giro alcuna argomentazione che scalfisca quanto detto già nel 1997 da George Kennan sulle responsabilità degli Stati Uniti per aver avviato un percorso volto a dare vita a una nuova guerra fredda. Ad aggravare la frattura con la Russia, sono poi intervenuti il ritiro statunitense dal trattato ABM e il posizionamento dello scudo spaziale in Polonia e Romania con la risibile giustificazione di voler difendere l’Europa dai missili iraniani e nordcoreani.
    Del resto, dopo la caduta dell’Urss, a Washington si riteneva di aver bisogno di un nemico o meglio di una minaccia da sbandierare in Europa per giustificare il mantenimento in vita della Nato, il cui primo scopo è tenere sotto controllo i Paesi europei.
    Far entrare l’Ucraina nella Nato mi ricorda quando l’Urss cercò di impiantare a Cuba delle basi missilistiche (dopo la fallita spedizione anticastrista organizzata da Washington). Ci fu il blocco navale americano, si rischiò un conflitto mondiale, ma poi ci fu l’appello per la pace di Papa Giovanni, e Kruscev fece un passo indietro. Oggi, c’è stata l’occupazione russa di parte del territorio ucraino, aumenta il rischio di un conflitto mondiale, Papa Francesco ha fatto più volte la richiesta di addivenire ad un accordo, ma di passi indietro non se ne vedono: si continua a volere l’Ucraina nella Nato.
    Vedo poi che si insiste su una descrizione della Russia come potenza militare capace di espandersi verso i Paesi della Nato senza prendere minimamente in considerazione i numeri che, diversamente dalle parole, non si prestano ad interpretazioni fantasiose.

  4. Una visione russo-centrica della grave situazione imposta da questo “tempo di guerra” non aiuta a riflettere serenamente. Come non aiuta ricorrere a pensieri “altri” gravati da posizioni ideologiche. George Frost Kennan già autore della “Dottrina Truman”, nel 1946 alla vigilia dei “Patti di YALTA”, scrisse un celebre telegramma all’allora segretario di Stato USA James Byrnes, in qualità di vice-capo della missione statunitense a Mosca dal luglio 1944 all’aprile 1946, dove si affermava la nevrotica, tradizionale e istintiva insicurezza russa, mescolata con l’ideologia comunista e intrisa di segretezza e cospirazione proprie della tradizione orientale. Aggiungendo, riferito a Stalin, la scientifica volontà di giustificare l’autocrazia e la dittatura senza le quali non saprebbe come governare l’esteso paese. Lo si potrebbe tranquillamente applicare oggi all’inquilino del Cremlino. Nel 1949 Truman nominò Dean Acheson segretario di Stato al posto di Kennan, il quale, privato delle proprie ambizioni divenne critico dell’operato presidenziale abbandonando il Dipartimento di Stato nel 1950. Successivamente fu ambasciatore per brevi periodi prima a Mosca e poi in Yugoslavia sino al 1963 (con Kennedy). Dopo si dedicò esclusivamente alla sua attività di studioso critico delle varie amministrazioni americane. Ivi compresa la critica alla rinuncia unilaterale del trattato ABM da parte dell’amministrazione americana. Avvenne dopo il crollo dell’Unione Sovietica, lo scenario internazionale era mutato e l’intelligence americana attenzionava le nuove minacce di terrorismo paventate dagli “stati canaglia”, già finanziati e armati dalla Federazione Russa. Ho già scritto ripetutamente sullo “scontro delle civiltà” alimentato dalle varie fazioni religiose terroristiche in atto. Isis, Hamas, Hezbollah, sigle varie e le loro continue minacce e azioni terroristiche, fomentate dagli “stati canaglia”, sono la principale missione di intelligence delle amministrazioni americane, e non solo, dagli anni novanta in poi. Definire risibili tali attività e le conseguenti azioni politiche, configura scarsa considerazione per le vittime dei diversi terrorismi. Continuare a sostenere la volontà di annichilire e/o destabilizzare la Federazione russa appare fuori da ogni logica storica e contemporanea. Così come arrampicarsi sugli specchi per giustificare l’aggressione militare dell’Ucraina, omettendo la volontà russa di appropriarsi delle “terre rare” del Donbass, prolifiche di minerali preziosi indispensabili alle tecnologie militari, pare irrispettoso delle inermi popolazioni civili vittime di una ingiustificabile aggressione militare e del dispotismo vigente al Cremlino. Basterebbe ammettere l’aggressione russa e tornare a riflettere su come gli Stati Europei possano e debbano in fretta e furia arrivare a costituire gli Stati Uniti d’Europa e diventare soggetto politico autorevole, in questo “tempo di guerra”, per trovare proposte di soluzioni razionali. E’ più che opportuno in prossimità delle elezioni europee proporre simile prospettiva. Così come è sempre opportuno rileggere continuamente Sturzo per affrancarsi da pensieri “altri” e riflettere intensamente utilizzando il “metodo” del POPOLARISMO Sturziano.

Lascia un commento

La Tua email non sarà pubblicata.


*