Sui migranti manca la visione d’insieme



Primo Fonti    4 Luglio 2023       1

Le comunicazioni al Parlamento del Presidente dei Consiglio dei Ministri in vista del Consiglio europeo del 29 e 30 giugno hanno reso evidente, ancora una volta, la mancanza di una visione d’insieme sul fenomeno migratorio.

Prevale una concezione della politica migratoria dominata dall’ideologia della sicurezza nonostante che molti eventi ne mettano in dubbio l’efficacia se non proprio anche la ragionevolezza.

Così si continua nella falsa narrazione secondo la quale il fenomeno si governerebbe alzando barricate ai confini, aprendo la borsa per finanziare i paesi confinanti o di transito perché respingano o si facciano carico dei migranti e affidandosi al cosiddetto “Piano Mattei”, senza che si intravveda all’orizzonte qualcosa che si assomigli al vero Mattei e invocando la distinzione dei migranti economici da chi ha diritto alla protezione internazionale come “il vero nodo della questione” migratoria.

In Europa, nonostante le numerose direttive riguardanti gli immigrati, le cose non stanno diversamente. Nessuna politica comune dell’immigrazione (e neppure dell’asilo) ispirata alla solidarietà è stata adottata, in assenza di accordo dei governi degli Stati membri.

Il caso italiano è emblematico: inasprimento delle pene nei confronti degli “scafisti”, semplificazione delle procedure per l’esecuzione dei decreti di espulsione, costruzione di nuovi centri di permanenza per i rimpatri, limitazione dell’applicazione della protezione speciale riconosciuta agli stranieri che hanno imparato l’italiano e lavorano etc… mentre l’ingresso legale in Italia è limitato al “decreto flussi” per l’ingresso di lavoratori.

E a nessuno che venga in mente di metter mano alla legge Bossi-Fini,vero nodo della questione!

Eppure vi sono esempi importanti come i corridoi umanitari e la solidarietà di fronte all’emergenza dei profughi ucraini.

Questo approccio, però, trova anche l’Europa cieca e sorda. Gli Stati membri non riescono ad andare oltre la logica del Regolamento di Dublino che dimentica la solidarietà europea e scarica la gestione del “problema” sui pochi Paesi di primo ingresso. Eppure, gli stessi Paesi europei concordano nel sostenere le ingenti spese per sostenere la Turchia e la Libia, e ora anche la Tunisia.

Eppure, in questo desolante contesto, si parla molto della necessità di “governare” il fenomeno ma le soluzioni prospettate denotano scarsa conoscenza del problema, delle sue radici e delle sue tendenze al punto che non meraviglia la povertà del dibattito pubblico che oscilla tra chiusure xenofobe/razzistiche e approcci emotivi/romantici.

Sfugge così la portata dirompente del fenomeno che impone costi umani, sociali ed economici davvero insopportabili.

Per uscire da questo schema bipolare è necessario un progetto che promuova e attui, da una parte, giuste e realistiche politiche di accoglienza e integrazione e, dall’altra, le condizioni di sviluppo dei Paesi di provenienza degli immigrati.

Alla semplicistica demagogica distinzione tra migranti economici e aventi diritto alla protezione internazionale, invocata a gran voce dalla Presidente del Consiglio dei Ministri, noi contrapponiamo un diverso approccio, che tiene conto della complessità del fenomeno, secondo cui occorre:

- abbandonare la “ politica muscolare” ( che cosa stiamo difendendo ? Da che cosa ci stiamo difendendo ?) che risponde solo ad esigenze propagandistiche ma che non dà soluzione a problemi così complessi come le migrazioni.

- Un osservatorio permanente in grado di raccogliere ed elaborare dati per comprendere le cause (interazione tra diversi fattori economici, sociali e culturali), i bisogni e le aspettative degli immigrati che sono anzitutto persone, famiglie, comunità.

- Elaborare strategie integrate tra politiche del lavoro, della cultura, dell’istruzione, della cittadinanza politica e sociale.

- Recuperare la capacità di governo dello Stato nelle Regioni ad alta presenza mafiosa.

- Emersione del molto “sommerso” dell’economia e del mercato del lavoro per la regolarizzazione del lavoro “nero” degli immigrati.

- Vanno innescati, con la congiunta mobilitazione delle istituzioni e della società civile, strategie di inclusione, inserimento, adattamento reciproco e integrazione, che presuppongono processi culturali di medio-lungo periodo.

- Occorre passare dall’accoglienza spontanea (che serve perché dettata dal cuore, ma non basta) all’accoglienza organizzata, efficace ed efficiente in grado di durare nel tempo. Serve il cuore ma anche la ragione.

- Alla chiusura delle frontiere si deve rispondere con politiche di cooperazione, accoglienza e solidarietà, a livello continentale prima che nazionale, con la revisione dei trattatati.

- Al paternalismo assistenziale si deve rispondere con strategie di promozione di pari opportunità di cittadinanza politica e sociale.

In questa prospettiva il caso Ucraina insegna e può costituire l’avvio di un virtuoso processo di superamento delle controverse regole di Dublino.

Ricordo che i profughi dall’Ucraina sono esentati dall’obbligo di presentare domanda d’asilo e dal dimostrare di essere davvero rifugiati; non devono fermarsi al primo Paese d’ingresso ma possono attraversare liberamente le frontiere interne e scegliere il luogo in cui fermarsi; e hanno accesso immediato al mercato del lavoro e ai servizi sociali.

(Tratto da www.politicainsieme.com)


1 Commento

  1. Mi sembra un sognatore, a mio parere, irrazionale. Le invasioni sono state sempre l’antipasto per guerre sanguinose tra essere umani che non hanno avuto il tempo ed il modo di integrarsi. L’antipasto per un futuro terribile lo sta vivendo la Francia. Questa inaccettabile pericolosa carità cristiana farà piangere i nostri figli!

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