Il bimbo con cinque nonni



Alessandro Risso    6 Gennaio 2021       2

Il nefasto 2020 è ormai alle spalle, e nel nuovo anno sarebbe già meraviglioso ritrovare la banale, e perduta, normalità del quotidiano. Dobbiamo essere ottimisti: le vaccinazioni sono cominciate (a dire il vero con un'enfasi mediatica a dir poco eccessiva...) e con il tempo anche il Covid-19 passerà tra i brutti ricordi, magari con poche righe nei testi di storia, quelle che noi contemporanei abbiamo dedicato alla “spagnola” di un secolo fa.

Ma già adesso possiamo notare che l'attenzione non è più focalizzata sui numeri dell'epidemia, sulle centinaia di morti ogni giorno, sulle migliaia di ricoverati, sulle decine di migliaia di positivi. I media da settimane si occupano di numeri ancora più grandi, di miliardi, gli ormai celebri 209 miliardi previsti per l'Italia nel piano europeo per il sostegno e la ripresa economica nel dopo pandemia. Duecentonove miliardi sono una cifra enorme, 209.000 milioni di euro, oltre 400.000 miliardi di vecchie lire. Si tratta di un importo superiore – fatti i dovuti distinguo – a quello che il Piano Marshall destinò all'intera Europa per la ricostruzione post bellica.

Certamente gran parte del futuro del nostro Paese si giocherà sulla capacità di far fruttare – in termini di formazione, occupazione e sostenibilità ambientale – queste risorse. Senza dimenticare che il debito pubblico italiano ha superato la cifra-monstre di 2600 miliardi con cui prima o poi bisognerà cominciare a fare i conti. Ma su questo argomento e sul Recovery Fund e l'insieme degli aiuti europei hanno scritto Antonio Mascolo (CLICCA QUI) e il nostro Daniele Ciravegna (CLICCA QUI), e ai loro interventi rimando senza altre aggiunte.

Ci sono invece altri numeri su cui riflettere. Numeri piccoli, molto piccoli, ma in un certo senso ancora più inquietanti per il nostro Paese. I numeri sono “uno” e “cinque”.

L'Istat ci ha rivelato a metà dicembre che in Italia siamo arrivati ad avere un bambino con cinque nonni. Non si tratta di un effetto delle nuove famiglie allargate, ma dell'inesorabile trend di invecchiamento della popolazione italiana. Se è bellissimo sapere che la speranza di vita è salita a 81 anni per gli uomini e 85 per le donne, deve preoccupare la parallela, continua diminuzione delle nascite, che nel 2019 sono scese a circa 420.000. E nel 2020, con le incertezze per la pandemia in corso, saranno state ancor meno, facilmente scese sotto la soglia delle 400.000, il che significherebbe un calo di 170.000 nascite rispetto a dieci anni fa e quasi due terzi in meno rispetto agli anni lontani del baby-boom.

Ma atteniamoci ai numeri certi. Nel 1951, anno del primo censimento del dopoguerra, avevamo meno di un anziano over 64 per ogni under 15. Nei nostri ricordi di bambini ci rivediamo con fratelli, sorelle e altri cuginetti per la gioia dei nonni superstiti, dato che in pochi abbiamo avuto la fortuna di conoscerli tutti e quattro. Oggi gli anziani in buona salute spesso non hanno la gioia di festeggiare la nascita di un nipotino, se siamo arrivati al rapporto di 5 a 1. Dieci anni fa era del 3,8.

L'indice di vecchiaia misurato dai demografi – il rapporto tra la popolazione di oltre 64 anni e quella con meno di 15 – dice che siamo passati dal 33,5% del 1951 a quasi il 180% del 2019. La regione più vecchia, la Liguria, ha un indice che si impenna al 262%; la più giovane, la Campania, arriva comunque al 135%.

Se dopo la guerra l'età media degli italiani era di 32 anni, ora supera i 45. Merito dei progressi nell'alimentazione e nella medicina, senz'altro, ma deve preoccuparci la forte diminuzione di popolazione giovane. Nel 1959 gli under 35 erano 27,9 milioni, pari al 56,3% della popolazione complessiva, mentre gli over 64 erano 4,5 milioni, il 9,1%. Tra vent’anni, su una popolazione che si prevede stabile, gli under 35 saranno più o meno pari agli over 64, intorno ai 18 milioni (il 31,6%). Sempre tra vent'anni i milioni di baby-boomers, i nati nel decennio1958-1967, cominceranno ad entrare nel novero dei “grandi anziani”, gli ottuagenari più bisognosi di assistenza.

Quindi l'invecchiamento della società determinerà squilibri economici e finanziari, dato che proporzionalmente diminuiscono i lavoratori e aumentano i pensionati, e occorrerà pensare ad una struttura di welfare in grado di far fronte al crescente numero di persone bisognose di cure e assistenza. Già oggi vediamo quanto sia insufficiente il numero di posti letto in strutture per anziani, in particolare nelle RSA ad alta valenza sanitaria. E non possiamo pensare che il nostro nipotino si possa prendere cura da solo dei suoi cinque nonni...

All'Italia servono giovani. Senza rievocare la “frustata demografica” di Mussolini, con la tassa sui celibi e le agevolazioni e premi per le famiglie numerose, è chiaro che qualunque nazione necessita per il suo equilibrio sociale ed economico di generazioni su cui costruire il futuro. Quindi di giovani. Sembra un paradosso che tanti ne emigrino all'estero: nell'ultimo decennio oltre mezzo milione di italiani under 40 ha abbandonato il proprio Paese. Di questi il 75% con elevato titolo di studio (182.000 con una laurea): un depauperamento assurdo per un Paese in cui i laureati non arrivano al 14% della popolazione. Ha apparentemente buon gioco chi sbraita da destra che non possiamo permetterci di esportare cervelli e importare braccianti. Ma è la stessa destra che invece di fare concrete politiche per la famiglia e per il lavoro si è distinta solo per allargare con quota 100 la platea dei pensionati...

Negli ultimi decenni il calo di nascite in Italia è stato in parte compensato dai giovani migranti arrivati specialmente dall'Est Europa e dall'Africa. Ora la popolazione straniera censita in Italia pare essersi stabilizzata intorno ai 5 milioni di individui e, poiché il numero dei decessi supera quello dei nati (anche prima del Covid), la popolazione italiana sta anche diminuendo nei numeri assoluti, ormai sotto i 60 milioni di abitanti e con un calo demografico oltre 200.000 residenti autoctoni.

Come invertire la rotta? Servono certamente politiche per la famiglia e aiuti concreti, come sembra possa essere l'annunciato assegno unico per i figli a carico. Ma non dobbiamo pensare che sia solo una questione di soldi e di carenza di strutture di supporto: nel mio Comune l'asilo nido è in crisi per i pochi iscritti, poiché aumenta la disoccupazione, meno soldi entrano in casa, più mamme e papà si occupano dei figli piccoli. Oltre al lavoro che manca, vi sono altre cause di ordine culturale ed emotivo. Per prima indicherei lo stile di vita individualista, che porta i giovani in età fertile a esser più concentrati sulla carriera, sulla propria realizzazione, sulle gratificazioni sociali, meno propensi ai sacrifici che richiede un singolo figlio, figuriamoci tre o quattro. Poi ci sono le incertezze sull'andamento dell’economia, sulla trasformazione del lavoro – sempre più precario – sulle incognite di un Paese con tante tare e poca prospettiva. Ho sentito una coppia giustificare la propria scelta di non avere figli “perché non vogliamo mettere al mondo una creatura che come nasce è già gravata da 40.000 euro di debito!”.

I nostri nonni, i nostri genitori e molti di noi con i capelli bianchi, eravamo tutti convinti che i nostri figli avrebbero avuto una vita migliore dei propri padri. Per chi ha meno di cinquant'anni questo non vale più. Oggi domina l'ansia da incertezza: “La nuova occupazione creata negli ultimi anni – si leggeva nel Rapporto Censis 2019 – è stata segnata da un andamento negativo di retribuzioni e redditi. Oggi il 69% degli italiani è convinto che la mobilità sociale è bloccata. Il 63% degli operai crede che in futuro resterà fermo nella condizione socio-economica attuale, perché è difficile salire nella scala sociale. Il 64% degli imprenditori e dei liberi professionisti teme invece la scivolata in basso”. E questo era lo stato d'animo precedente alla pandemia. Wuhan, Codogno, i lockdown, i 75.000 morti con il Covid erano ancora di là da venire. Se l'incertezza dominava un anno fa, con l'86% tra “preoccupati” e “pessimisti”, pensate oggi...

E senza una prospettiva di futuro non si fanno investimenti (aumentano solo i risparmi di chi ha la fortuna di lavorare) e neppure si investe affettivamente sulla nascita di un figlio.

Invertire questo stato di cose dovrebbe essere la priorità assoluta della politica. Non pare tuttavia che sia così: c'è chi minaccia una crisi di governo sul tema della delega ai servizi segreti... Ma già sapevamo che occorre buttare a mare la stagione del bipolarismo, del populismo e dell'incompetenza.

Sarà protagonista dei prossimi anni chi avrà la capacità di dare una prospettiva di futuro al nostro Paese di cui siano protagoniste le giovani generazioni. Aiutate da tutti i nonni, o aspiranti tali, che sono ancora capaci di guardare lontano, oltre se stessi.


2 Commenti

  1. Molto attuale, anche se poco percepito. La denatalità è il dramma ineludibile del futuro che, nella sua fase precoce (nidi, scuola infanzia) può essere contrastato con politiche dai frutti immediati, cosa che dovrebbe piacere a certi politici interessati ai loro risultati di consenso a breve. Perché allora non si è fatto? A pensar bene si può considerare la possibile insipienza umana di tanti politici, compiacenti verso una presunta tendenza edonista attribuita agli elettori, contraria alla procreazione. A pensar male si può ipotizzare una pressione sulla politica di un potere economico che vede nelle famiglie con prole un intralcio alla produttività e redditività. Se è una ipotesi vera è certamente miope poiché mina il bacino di consumatori. Ma è possibile che nel periodo post crisi 2008, e anche prima, l’atteggiamento da “prendi i soldi e scappa” abbia un sua influenza verso una classe politica priva di statisti.
    La denatalità è anche frutto della difficoltà di relazioni tra i giovani, chiusi talvolta in “bolle” difensive, timorosi di giocarsi la vita. Per questo possono essere efficaci politiche più indirette ma costruttive di luoghi di incontro, politiche per lo sport, la cultura, l’aggregazione di piazza, insomma, politiche facilitanti gli incontri “in presenza”.

  2. Se partiamo dal presupposto che la denatalità porta pericoli per l’economia in quanto i consumi decrescono e la ricchezza globale anche, siamo d’accordo, ma fino ad un certo punto. Se osserviamo, invece, che il peso degli umani sulla terra sta diventando insopportabile per il pianeta, allora il discorso cambia. L’uomo con la cosiddetta civiltà ha prevaricato tutti gli essere viventi della terra ed usurpato e distrutto buona parte delle risorse vegetali e minerali e consumato buona parte del suolo disponibile. Credo che sia arrivato il momento di fermarsi per ristabilire un giusto ed accettabile equilibrio dell’ecosistema. Il fatto che in Italia diminuisce la popolazione credo sia un fatto positivo e la eccessiva fertilità degli immigrati non credo sia da valutare positivamente. Quando la marea di persone anziane ci lascerà, compreso il sottoscritto, il mondo economico troverà senza problemi un riequilibrio tra domanda ed offerta di beni e servizi per la popolazione superstite. Molti nullafacenti finalmente ricominceranno a lavorare ed i parassiti diminuiranno man mano. Per gli oneri pensionistici ovviamente sarà indispensabile aumentare l’età pensionabile: è inevitabile!

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