Il Venezuela al collasso



Mario Giro    5 Febbraio 2019       0

Per comprendere la crisi – economica, sociale e politica – del Venezuela, proponiamo ampi stralci dell’approfondito servizio pubblicato sul numero di “Limes” ora in edicola. Come si evince dalla lettura, si tratta di una situazione molto complessa, non facilmente risolvibile con una presa di posizione a favore dell’autoproclamato presidente Juan Guaidò.

 

Davanti all’ennesimo scossone della lunga crisi in Venezuela, la comunità internazionale è divisa e non sa cosa augurarsi. Le parole di papa Francesco che insistono sul dialogo pacifico non devono sorprendere: secondo il pontefice ogni aumento della tensione può spingere alla catastrofe della guerra civile. Per questo lo schierarsi progressivo della comunità internazionale pare imprudente. (...)

I sostenitori di Maduro sono stati ben attenti a non travalicare totalmente la Costituzione e a dare una parvenza di legalità (formale e non sostanziale) alle loro mosse. (...) Anche se legalisti, hanno contravvenuto ai contenuti fondamentali di una democrazia liberale, schierando il Paese nel campo delle democrature, ancorché di sinistra. Ecco spiegata la simpatia di Turchia, Russia, Cina ma anche Teheran. (...)

Maduro ha ottenuto prestiti cinesi ma paradossalmente le major USA del petrolio hanno continuato a operare senza soverchi problemi, almeno fino alle ultime sanzioni decise da Trump. Il petrolio è tutto per il Venezuela, che importa il 97% dei beni di consumo. A Caracas non si produce niente (anche la carta igienica è importata): le merci vengono dall’estero e l’economia tradizionalmente è basata sull’esportazione di greggio di cui il Paese rappresenta una delle massime riserve mondiali. (...)

Finché il prezzo del petrolio è stato alto, Chávez finanziava i programmi sociali e di sussidio non solo ai poveri venezuelani (suoi elettori) ma anche ai paesi limitrofi, “regalando” (con Petrocaribe) petrolio a Stati economicamente fragili come Cuba, Suriname, Bahamas, Nicaragua, Antigua, Giamaica e così via. Controllava poi le importazioni di beni di consumo con rigide selezioni nei porti, favorendo i piani di distribuzione di Stato e osteggiando gli importatori privati. Così ha cercato di riequilibrare in maniera autoritaria ma popolare la disuguaglianza tra ricchi e poveri, una delle più forti di tutta l’America Latina.

Per un certo tempo è divenuto un leader molto popolare, anche se andava per le spicce. L’ALBA, l’alleanza boliviariana di Paesi latini, voleva essere un attore della sinistra mondiale. Dall’Europa si è cominciato a guardare a lui, per esempio da parte di Podemos spagnola o M5S italiana: piaceva (e piace) la retorica redistributiva ed egualitaria del “bolivarianismo”, un misto ideologico tra comunismo, sovranismo e terzomondismo che si può includere a giusto titolo tra i populismi di sinistra di cui l’America Latina è generosa.

Certo, l’alternativa dell’iper-liberismo autoritario, della dottrina militare e di “sicurezza nazionale” storicamente propugnata dalle destre latine è ancor peggiore, non v’è dubbio. Gli USA rimangono un attore ambiguo, avendole spesso sostenute nel passato. Così Chávez si è potuto permettere di essere amico di Putin e della Cina, di Saddam ma anche degli ayatollah, di Cuba e dei palestinesi e in genere di tutti gli “Stati canaglia” del pianeta ma anche delle sinistre mondiali, calibrando retorica veemente e pragmatismo. Non ha mai perso del tutto i contatti con Washington, in particolare con il settore privato petrolifero americano dalla cui tecnologia dipende ma anche con il dipartimento di Stato. (...)

Ogni tentativo di nazionalizzare totalmente il settore petrolifero – la manna del Paese – non è mai stato spinto oltre una certa oratoria di propaganda. Ma niente si è fatto per cambiare strutturalmente il sistema economico venezuelano e la dipendenza dal solo petrolio; molti ministri chavisti ci hanno provato, ma son stati scartati, come Giordani – bolognese di origine e fautore di una radicale riforma socio-economica. La quasi totalità della popolazione (30 milioni) vive ammassata nelle città costiere, mentre il resto dell’immenso paese, grande tre volte l’Italia, è vuoto e abbandonato – segno di un’economia di dipendenza. Manca una vera classe imprenditoriale privata (non solo commercianti da importazione), con produzioni nazionali e aumento della produttività del lavoro. In definitiva, da Stato in mano a mercanti predatori alleati al capitalismo petrolifero e finanziario, con Chávez il Venezuela è divenuto la mecca “bolivariana” degli assistiti e dei sussidi a fondo perduto, con tutta la corruzione che si può immaginare. (...)

Senza il medesimo prestigio di Chávez, Maduro si è trovato in una situazione peggiorata: il prezzo del greggio era crollato e non c’erano più fondi per tutta questa dispendiosa politica di sussidi. Il sistema si è fatto via via più duro ed escludente: la torta era più piccola e sempre meno potevano accedervi. La classe media, in generale anti-chavista, è stata sacrificata e alla fine si è ribellata. Ma con essa anche parti della classe più povera, stanca della scarsità generale: niente medicine né beni di prima necessità, lunghissime file ai punti di distribuzione. Un’economia in rovina e folle di cittadini in fuga verso la Colombia.. La passione ideologica ha fatto il resto: il Paese si è spaccato in due e il rancore sociale è cresciuto fino a diventare esplosivo. Anche l’opposizione è divisa: c’è un sistema di coordinamento che si tiene assieme a fatica, con sospetti vicendevoli.

I tentativi di mediazione tra i due schieramenti sono stati numerosi: presidenti latinoamericani, ex presidenti, ex leader europei come Zapatero, Paesi europei e alla fine direttamente il Vaticano. È stata questa la volta in cui ci si è avvicinati di più a un dialogo reale e si sono fatte anche alcune riunioni presiedute dal Nunzio apostolico. Alla fine è stata l’opposizione a far saltare il negoziato, sostenendo che il formato e le premesse fossero troppo favorevoli a Maduro. Ciò spiega anche le prudenze vaticane oggi: neppure gli interlocutori dell’opposizione sono del tutto affidabili. In ogni caso, riannodare la trattativa ora è difficile, come si nota dalla reazione negativa dell’opposizione alla recente timida apertura di Maduro. (...)

L’attenzione ora è puntata sui militari, l’unica vera forza residua di un paese sfilacciato. Chávez veniva dall’esercito e ne ha sempre curato con attenzione gli equilibri interni. Maduro non è altrettanto influente tra gli uomini in divisa, anche se alcuni degli ex compagni del suo predecessore per ora lo appoggiano. Nondimeno molti ufficiali sono stati arrestati nel corso di questi mesi, segno che ci possono essere sorprese.

Un intervento militare toglierebbe le castagne dal fuoco a tutti, ma non è detto che accada e soprattutto che accada ora. (...)

In conclusione, nulla è semplice a Caracas. Da lungo tempo uno dei Paesi più diseguali dell’America Latina, il Venezuela è passato da una situazione di capitalismo selvaggio e predatorio all’autoritarismo chavista para-comunista.

Il chavismo non nasce dal nulla, si spiega con una lunga fase precedente in cui i ceti indigenti della società erano totalmente discriminati e umiliati. Chávez ha ridato loro orgoglio e su di loro si è basato per reprimere la classe medio-alta, che fino ad allora aveva governato con un mercantilismo para-democratico. Ma tale rovesciamento non ha portato più giustizia, democrazia, legalità: anzi, nel caos la criminalità si è diffusa a macchia d’olio, senza guardare in faccia a nessuno.

Prima lo Stato era privatizzato; ora è fallito: un vero disastro. Non bisogna credere che Chávez e Maduro non abbiano sostegno di parte della popolazione, anche se è sceso di molto. Né si può confidare solo nell’opposizione: tra i veri democratici si celano alcuni “predoni” autoritari di ieri.

Solo l’accettazione di un governo comune, una lunga fase di transizione controllata che escluda gli estremisti delle due parti, può forse ancora salvare il Venezuela dalla fine.


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