Una Rete Bianca per il cattolicesimo politico



Giorgio Merlo    3 luglio 2018       0

Le elezioni del 4 marzo hanno rappresentato un vero tsunami nel panorama politico nazionale. È inutile negarlo. Come sarebbe del tutto inutile continuare a pensare che gli equilibri politici del dopo voto ripropongono la geografia politica precedente. Occorre prenderne atto per evitare di disegnare scenari del tutto virtuali.

Innanzitutto è tramontata la cosiddetta "mescolanza", ovvero quella pluralità che caratterizzava l'esperienza di alcuni partiti. In particolare del PD. Nato come partito plurale con la segreteria Veltoni nell'ormai lontano 2007 e che contava la presenza al suo interno delle migliori culture riformiste e costituzionali, progressivamente ha smarrito quella cifra per trasformarsi con Renzi definitivamente in un "partito personale", il cosiddetto PdR. Una mutazione genetica di quel partito che, accompagnato dal profondo cambiamento della sua line politica ne ha, di fatto, stravolto i suoi connotati tradizionali e originari. Ed è pertanto del tutto legittimo che oggi quel partito abbia come ragione sociale quasi esclusiva la ricostruzione della sinistra. Certo, una di sinistra moderna, post ideologica, riformista ma comunque una sinistra tout court. Una esigenza che si imporne anche e soprattutto dopo le continue e ripetute sconfitte politiche ed elettorali che il PD ha subito dal 2015 in poi. Con tanti saluti, di conseguenza, al partito plurale e al modello veltroniano.

Stessa sorte è toccata, per motivi diversi ma complementari, all'altro partito plurale che ha dominato, comunque sia, la politica italiana dall'indomani della caduta della Prima Repubblica sino alle elezioni politiche del 2018, cioè Forza Italia di Silvio Berlusconi. Un partito dichiaratamente personale e di proprietà esclusiva del suo leader, ma un partito che contava comunque al suo interno varie culture e che è stato per molto tempo il punto di riferimento di vasti settori che si erano riconosciuti nei partiti democratici della Prima Repubblica. Appunto, sino al voto del 4 marzo. Un voto che, d'un tratto, ha cancellato il vecchio centrodestra, l'antico centrosinistra. Cioè quel bipolarismo che ha caratterizzato il sistema politico italiano per quasi 25 anni.

In secondo luogo è tramontata la vecchia definizione di destra e di sinistra. Non perché siano scomparse la destra e la sinistra. Ma, molto più semplicemente, i settori che storicamente si riconoscevano nella sinistra si sono sentiti più protetti da altri partiti, nello specifico dalla Lega di Salvini e dal movimento "oltre" la destra, la sinistra e il centro, cioè il Movimento 5 Stelle. Ovvero, le periferie, il ceto medio impoverito, la stragrande maggioranza delle giovani generazioni, quel che rimane del mondo operaio, i nuovi poveri, i precari, gli ultimi. Confluiti tutti, o in gran parte, verso i lidi pentaleghisti. E, quel che politicamente va evidenziato, non è del tutto escluso che possa decollare nel futuro un nuovo e del tutto inedito bipolarismo tra una destra a trazione leghista e un movimento populista e demagogico del tutto avulso dalle tradizionali categorie politiche. Con un ex centrosinistra del tutto marginale e periferico rispetto agli equilibri politici nazionali.

Ecco, all'interno di questo quadro, c'è un grande assente. Ed quello che possiamo tranquillamente definire come il cattolicesimo politico italiano. Una tradizione che è stata decisiva in tutti i tornanti cruciali della democrazia italiana. Decisivo per la qualità della sua classe dirigente, per le scelte politiche compiute, per l'efficacia del suo progetto politico. Dalla Costituente al centrismo degasperiano, dal centro-sinistra alla solidarietà nazionale, dalla difesa delle istituzioni allo stesso Ulivo. Ma, al di là del richiamo storico, dov'e oggi il cattolicesimo politico italiano?

Il sasso nello stagno lo ha lanciato recentemente, con un intervento singolare e coraggioso, addirittura il Presidente della CEI, cardinal Gualtiero Bassetti, di fronte all'assemblea dei vescovi italiani. Ricordando Sturzo, il magistero di De Gasperi, l'attualità del popolarismo di matrice sturziana, il centenario dell'appello ai "liberi e forti". Ma, ed è quel che più conta, invitando espressamente i cattolici italiani all'impegno politico diretto, responsabile ed immediato. Un appello importante che ha evidenziato con forza l'attuale irrilevanza dei cattolici in politica e la sostanziale emarginazione di questa cultura. Un elemento, questo, che si incrocia con la trasformazione dei partiti in partiti personali dove l'apporto delle varie culture è del tutto ininfluente se non coincide con la narrazione del "capo". Un cattolicesimo politico che viene singolarmente evocato da molti opinionisti, commentatori e politologi – da Cacciari a Panebianco, da Galli della Loggia a Polito – perché storicamente rappresenta, a loro parere, un patrimonio di idee, di metodo politico e di classe dirigente particolarmente utili nell'attuale quadro politico italiano.

Insomma, il tutto si incrocia tra una domanda di nuova rappresentanza politica di un'area culturale – quello cattolico democratico, popolare, sociale – oggi politicamente ed elettoralmente orfana, con una richiesta di presenza da settori storicamente estranei ed esterni a questo patrimonio ideale. Ed è ancora lo stesso Bassetti a parlare di una forte "attesa" del mondo cattolico italiano dopo l'esito del voto del 4 marzo e, soprattutto, dopo il governo Di Maio/Salvini.

Come è ovvio e scontato, nessuna deriva confessionale o clericale. Nessun partito o movimento cattolico, ma la consapevolezza di raccogliere quella sfida e trasformarla in fatto politico.

Di qui, cioè dalla necessità di un ritorno delle identità e, nello specifico, della identità cattolico democratica e popolare nello scenario politico italiano.

Ed è proprio all'interno di questo quadro che è nata l'esigenza, a livello nazionale, di dar vita a una "Rete Bianca", cioè ad un movimento politico e culturale con l'obiettivo di favorire e promuovere la "ricomposizione" di questa fetta di società. Un movimento che coltiva l'ambizione di ricomporre quel vasto associazionismo culturale, sociale e ideale, disseminato tutto il Paese, sensibile e consapevole della necessità di declinare un rinnovato protagonismo politico dei cattolici ma ancora timoroso e incerto sulle modalità concrete di questo impegno. E i temi sui quali è richiesta la presenza di questa esperienza politica e culturale sono importanti e sempre più attuali: dalla qualità della democrazia alla centralità della Costituzione, dal rispetto e difesa delle istituzioni alla definizione di un nuovo profilo europeistico, dalla valorizzazione del pluralismo sociale e culturale alla difesa dei corpi intermedi, da un nuovo modello di Stato sociale che non insegua la deriva liberista alla centralità della persona al contrasto della democrazia autoritaria.

Certo, non basta evocare il ritorno aggiornato del cattolicesimo politico o escogitare qualche accorgimento organizzativo per rilanciare una tradizione politica e culturale. Non possiamo dimenticare che la nostra esperienza si è sempre caratterizzata lungo una direttrice che prevede tre passaggi non intercambiabili: e cioè, pensiero, azione e organizzazione. Solo attraverso una qualificata elaborazione culturale è possibile tracciare un progetto politico attraverso un percorso organizzativo. E quindi, non una sola elaborazione culturale che scivolerebbe in un astrattismo intellettuale e né un banale organizzativismo che, inevitabilmente, si tradurrebbe in un semplice pragmatismo avaloriale.

La vera sfida per Rete Bianca, quindi, è quella di riscoprire una identità, elaborare un progetto politico e allargarlo a tutti coloro che sentono la necessità di non rassegnarsi al "nuovo corso" della politica italiana.

Con due annotazioni marginali ma non irrilevanti. Che non ci sono "capi" di questo movimento ma, semmai, leader locali e territoriali. Perché, come diceva giustamente anni fa Mino Martinazzoli, "nella prima Repubblica c'erano i leader mentre nella seconda ci sono i capi". E che, soprattutto, non si cada nella trappola del dire da subito "con chi si sta". Si sta con la propria identità e poi si deciderà in seguito. La logica del capo e della scelta dello schieramento, prima ancora di definire un progetto, appartengono a un metodo politico estraneo, esterno e incompatibile con la miglior tradizione del cattolicesimo politico italiano.


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