
Recentemente Lucio Caracciolo ha dichiarato che una Unione Europea autonoma in ambito militare, priva dello scudo statunitense, è un'ipotesi irrealizzabile.
A rendere velleitario un tale progetto indica vari fattori, e principalmente:
- l’assenza di una sovranità politica condivisa, ovvero di uno Stato unitario atto a stabilire contro chi, e quando e come, impiegare la forza prendendo decisioni immediate nei momenti di crisi, superando i veti incrociati dei governi nazionali;
- la totale frammentazione logistica e strategica delle forze armate dei singoli Stati membri con le incompatibilità e la ridondanza degli apparati militari a fronte di carenze di fondamentali sistemi di arma, nelle mani delle sole forze armate statunitensi. Credo che attualmente forse il solo esercito francese sia in grado di operare in autonomia.
Aggiunge che il venir meno della certezza della protezione nucleare americana, o comunque l'incertezza su un suo intervento in tempi rapidi, espone il continente a vulnerabilità immediate, sicché i singoli Stati non possono colmare le carenze in tempi brevi, mancando di una reale cultura strategica e di mezzi adeguati.
Ora non c’è dubbio che siano veri i due primi fattori sopra menzionati. La capacità difensiva reale europea era già pressoché nulla pur in presenza della non trascurabile spesa militare dell’insieme dei Paesi della UE precedente all’incremento della spesa imposto da Washington, e forse tale resterà anche con l’esorbitante spesa al 5% del PIL, se questi fattori permarranno. Infatti, spenderemo molto di più non certo per difenderci in autonomia, ma per contribuire al sostegno dell’Occidente, cioè al mantenimento del primato americano, impresa alla quale non bastano più le sole risorse statunitensi.
Sono invece perplesso sulla protezione americana che Caracciolo sembra riconoscere indispensabile per difenderci da pericoli. In vari suoi interventi, fatti negli ultimi anni, Caracciolo ha più volte ribadito il divario di interessi strategici tra le due sponde dell'Atlantico; ha negato l’esistenza di una unità del cosiddetto Occidente sul terreno geopolitico: infatti riconosceva che si trattava di un riferimento ideologico costruito per mantenere assoggettati i satelliti ed impegnarli nel sostegno alla potenza egemone statunitense. Per raggiungere questo obiettivo, è stato necessario costruire dei nemici (i nemici necessari).
Chiediamoci quali siano i veri nemici dell’Europa, o meglio, quali i fenomeni che maggiormente ne minacciano la sopravvivenza.
A mio parere (che conta poco), e soprattutto a parere di non pochi esperti di geopolitica, le vere minacce sono di varia natura, e non principalmente di ordine militare.
- La denatalità. Con tassi di natalità ampiamente sotto la soglia di sostituzione, quasi un terzo della popolazione europea avrà più di 65 anni entro il 2050. Questa situazione, oltre a una forte pressione sui sistemi di welfare, comporterà, e già comporta, una cronica carenza di manodopera e, con la mancanza di giovani, una rilevante perdita di competitività in tutti i campi.
- Il riscaldamento climatico. L'Europa è e sarà sempre più soggetta a eventi meteorologici estremi, a siccità e a innalzamento del livello dei mari, nonché a temperature estive sempre meno sopportabili. Ne derivano conseguenze negative in tutti gli ambiti, a partire dalla salute e dall’agricoltura con carenza di alimenti o/e aumenti dei prezzi. Inoltre, i costi di adattamento e riparazione dei danni causati dalle modificazioni climatiche sono stimati a decine di miliardi di euro annui.
- La carenza e/o l’aumento dei prezzi delle risorse energetiche che rischiano di provocare una deindustrializzazione e una perdita di competitività economica-produttiva.
- L’immigrazione fuori controllo. La gestione dei flussi migratori, spesso esacerbati dalla crisi climatica e dai conflitti nei Paesi d’origine o limitrofi, mette a dura prova i sistemi di accoglienza e la coesione politica interna dell'Unione Europea.
Sono fattori interconnessi, per affrontare i quali, occorrerebbero progetti integrati e risorse, ma l’attenzione nei confronti di tali criticità e i mezzi finanziari necessari per affrontarle sono oggi dirottati verso un folle riarmo sostenuto da un irrazionale bellicismo.
Rammento che, se la spesa militare del complesso UE fosse portata al 5% del PIL, detta spesa ammonterebbe a oltre mille miliardi di dollari diventando superiore a quella statunitense (attestata a 950-1000 miliardi di dollari), lasciando molto indietro la Cina (circa 350 miliardi di dollari) e la Russia (circa 200 miliardi di dollari), ciò anche se tali Paesi incrementassero detta spesa, necessariamente mantenendola in limiti compatibili con la propria economia ed altre primarie esigenze.
Una tale spesa, dettata alla UE da Washington e dalle direttive della NATO (con il massiccio acquisto di armi e sistemi d’arma d’oltreoceano) impone ai Paesi europei bilanci gravosi che non solo sottraggono fondi allo sviluppo economico e sociale (sanità, istruzione, ricerca, pensioni ecc.), ma, come dianzi detto, anche risorse che dovrebbero essere destinate ad accelerare la transizione energetica e a predisporre sistemi di adattamento alle modifiche climatiche in corso.
Inoltre, la responsabilità di Washington non riguarda solo l’impedirci di affrontare tali situazioni critiche, ma anche quella di aver contribuito a crearle o ad aggravarle.
Gli Stati Uniti sono stati indicati da ampi settori della storiografia geopolitica come il Paese le cui iniziative militari e di politica estera, a partire dall'inizio degli anni 2000, hanno maggiormente inciso nella destabilizzazione globale, alimentando conflitti, crisi o collassi di Stati, flussi migratori incontrollati e rincari energetici. In questi ultimi tempi, non sembrano più esserci freni al ricorso ad azioni militari dirette o indirette, ad operazioni di intelligence, bombardamenti, attentati, divieti impositivi a ogni Paese di avere rapporti con la nazione bersaglio di turno (oggi Cuba e Iran).
Ma ci dicono che tutto ciò è conseguenza della necessità di tutelare i valori democratici occidentali e proteggere efficacemente i Paesi amici, europei compresi, da tentativi di espansionismo autocratico e da minacce territoriali già in atto (in Ucraina e Medio Oriente).
In un articolo su “Rinascita popolare” del 2014 (Parole e numeri), a commento delle pressanti richieste fatte agli europei dal presidente Obama di potenziare la spesa militare ritenuta inadeguata a fronte di minacce di vario ordine e provenienza, rilevavo che la spesa militare USA era pari al 40% della spesa planetaria, e che con quella degli alleati NATO raggiungeva il 60%. Anche senza tener conto dell’ulteriore contributo degli alleati non appartenenti alla NATO e dei molti Paesi amici, non si comprendeva chi potesse realmente minacciare una alleanza così potente.
Una spiegazione la forniva il generale Fabio Mini evidenziando che la violenza è una necessità fisiologica per quella parte del mondo che gode del benessere (di cui facciamo parte anche noi). Chi ha molto, anzi troppo, ha sempre paura, vive nella paura, vede pericoli e potenziali nemici ovunque. E la conseguenza della paura è la guerra preventiva. Questa non è basata su una reale minaccia, ma sulla presunzione delle intenzioni dell’avversario di turno, indipendentemente dalle sue vere capacità di offesa. In quest’ottica, la sfida che gli Stati Uniti (e più in generale l’Occidente) ritengono di dover sostenere è quella di difendersi contro l’incognito, il non visto, l’inaspettato.
Oggi, sono passati 12 anni da allora, e il quadro generale non è cambiato se non in peggio. I numeri ci dicono che le enormi attuali spese militari dei Paesi occidentali e ancor più quelle in programma non hanno una motivazione difensiva reale, e quindi una giustificazione sotto quest’aspetto.
Ci viene allora detto che sì, è vero: servono a mantenere il primato americano; ma questo è indispensabile per la stabilità del quadro internazionale, per la salvaguardia delle istituzioni democratiche, del diritto internazionale, e dei diritti umani.
Lasciamo da parte il diritto internazionale e i diritti umani, numerose volte violati dalla potenza egemone e da suoi stretti alleanti (in primis Israele), e guardiamo agli interessi reali in gioco.
Gli Stati Uniti hanno una popolazione equivalente al 4,2% di quella mondiale e un PIL (parametro strettamente correlato al consumo di risorse) pari al 25-26% di quello planetario (rapporto fra i due parametri 6,1). A confronto, si può citare la Cina il cui PIL e la cui popolazione ammontano entrambi al 17% dei riferimenti mondiali (con rapporto 1 fra i parametri).
Difficile non vedere che il principale obiettivo statunitense è difendere con qualunque mezzo uno status che, unitamente alla funzione del dollaro come moneta di scambio internazionale, assicura al Paese una tale posizione privilegiata.
Da alcuni anni, siamo in presenza di una guerra mondiale a pezzi, e se plurime e diversificate sono le cause e le responsabilità per ciascuno di tali spezzoni, bisogna riconoscere che, guardando all’insieme di essi, emerge con chiarezza che la ragione prima della febbre bellicista che contrassegna questo momento storico è la volontà di Washington di mantenere ad ogni costo il proprio primato in un mondo che pertanto deve continuare ad essere unipolare.
L’Europa, in teoria, potrebbe aspirare ad avere un proprio ruolo di potenza regionale in un mondo multipolare, ma preferisce restare adagiata nella sua condizione di protettorato degli Stati Uniti per evitare, secondo alcuni commentatori, di doversi accollare i costi e le responsabilità per gestire un proprio spazio geopolitico. Ma anche in questo caso guardiamo ai numeri che ci offrono la demografia e l’economia.
Attualmente la popolazione della UE rappresenta il 5,5% ed il PIL il 15-18% dei valori planetari (3 rapporto tra i due parametri). Facciamo anche noi parte del mondo ricco, dei privilegiati, di quanti, come dice Mini, vedono pericoli ovunque. Ma soprattutto non vogliamo che possa mutare a nostro sfavore l’accesso alle risorse che il passato coloniale e neocoloniale ci ha garantito fino ad oggi.
Eppure ben difficilmente si potrà impedire ai nuovi protagonisti sulla scena internazionale, emersi in ambito politico, economico e tecnologico-produttivo, di ottenere una più equa ripartizione delle risorse planetarie. Adoperarsi o combattere per mantenere uno status quo unipolare è velleitario e pericoloso.
A rendere velleitario un tale progetto indica vari fattori, e principalmente:
- l’assenza di una sovranità politica condivisa, ovvero di uno Stato unitario atto a stabilire contro chi, e quando e come, impiegare la forza prendendo decisioni immediate nei momenti di crisi, superando i veti incrociati dei governi nazionali;
- la totale frammentazione logistica e strategica delle forze armate dei singoli Stati membri con le incompatibilità e la ridondanza degli apparati militari a fronte di carenze di fondamentali sistemi di arma, nelle mani delle sole forze armate statunitensi. Credo che attualmente forse il solo esercito francese sia in grado di operare in autonomia.
Aggiunge che il venir meno della certezza della protezione nucleare americana, o comunque l'incertezza su un suo intervento in tempi rapidi, espone il continente a vulnerabilità immediate, sicché i singoli Stati non possono colmare le carenze in tempi brevi, mancando di una reale cultura strategica e di mezzi adeguati.
Ora non c’è dubbio che siano veri i due primi fattori sopra menzionati. La capacità difensiva reale europea era già pressoché nulla pur in presenza della non trascurabile spesa militare dell’insieme dei Paesi della UE precedente all’incremento della spesa imposto da Washington, e forse tale resterà anche con l’esorbitante spesa al 5% del PIL, se questi fattori permarranno. Infatti, spenderemo molto di più non certo per difenderci in autonomia, ma per contribuire al sostegno dell’Occidente, cioè al mantenimento del primato americano, impresa alla quale non bastano più le sole risorse statunitensi.
Sono invece perplesso sulla protezione americana che Caracciolo sembra riconoscere indispensabile per difenderci da pericoli. In vari suoi interventi, fatti negli ultimi anni, Caracciolo ha più volte ribadito il divario di interessi strategici tra le due sponde dell'Atlantico; ha negato l’esistenza di una unità del cosiddetto Occidente sul terreno geopolitico: infatti riconosceva che si trattava di un riferimento ideologico costruito per mantenere assoggettati i satelliti ed impegnarli nel sostegno alla potenza egemone statunitense. Per raggiungere questo obiettivo, è stato necessario costruire dei nemici (i nemici necessari).
Chiediamoci quali siano i veri nemici dell’Europa, o meglio, quali i fenomeni che maggiormente ne minacciano la sopravvivenza.
A mio parere (che conta poco), e soprattutto a parere di non pochi esperti di geopolitica, le vere minacce sono di varia natura, e non principalmente di ordine militare.
- La denatalità. Con tassi di natalità ampiamente sotto la soglia di sostituzione, quasi un terzo della popolazione europea avrà più di 65 anni entro il 2050. Questa situazione, oltre a una forte pressione sui sistemi di welfare, comporterà, e già comporta, una cronica carenza di manodopera e, con la mancanza di giovani, una rilevante perdita di competitività in tutti i campi.
- Il riscaldamento climatico. L'Europa è e sarà sempre più soggetta a eventi meteorologici estremi, a siccità e a innalzamento del livello dei mari, nonché a temperature estive sempre meno sopportabili. Ne derivano conseguenze negative in tutti gli ambiti, a partire dalla salute e dall’agricoltura con carenza di alimenti o/e aumenti dei prezzi. Inoltre, i costi di adattamento e riparazione dei danni causati dalle modificazioni climatiche sono stimati a decine di miliardi di euro annui.
- La carenza e/o l’aumento dei prezzi delle risorse energetiche che rischiano di provocare una deindustrializzazione e una perdita di competitività economica-produttiva.
- L’immigrazione fuori controllo. La gestione dei flussi migratori, spesso esacerbati dalla crisi climatica e dai conflitti nei Paesi d’origine o limitrofi, mette a dura prova i sistemi di accoglienza e la coesione politica interna dell'Unione Europea.
Sono fattori interconnessi, per affrontare i quali, occorrerebbero progetti integrati e risorse, ma l’attenzione nei confronti di tali criticità e i mezzi finanziari necessari per affrontarle sono oggi dirottati verso un folle riarmo sostenuto da un irrazionale bellicismo.
Rammento che, se la spesa militare del complesso UE fosse portata al 5% del PIL, detta spesa ammonterebbe a oltre mille miliardi di dollari diventando superiore a quella statunitense (attestata a 950-1000 miliardi di dollari), lasciando molto indietro la Cina (circa 350 miliardi di dollari) e la Russia (circa 200 miliardi di dollari), ciò anche se tali Paesi incrementassero detta spesa, necessariamente mantenendola in limiti compatibili con la propria economia ed altre primarie esigenze.
Una tale spesa, dettata alla UE da Washington e dalle direttive della NATO (con il massiccio acquisto di armi e sistemi d’arma d’oltreoceano) impone ai Paesi europei bilanci gravosi che non solo sottraggono fondi allo sviluppo economico e sociale (sanità, istruzione, ricerca, pensioni ecc.), ma, come dianzi detto, anche risorse che dovrebbero essere destinate ad accelerare la transizione energetica e a predisporre sistemi di adattamento alle modifiche climatiche in corso.
Inoltre, la responsabilità di Washington non riguarda solo l’impedirci di affrontare tali situazioni critiche, ma anche quella di aver contribuito a crearle o ad aggravarle.
Gli Stati Uniti sono stati indicati da ampi settori della storiografia geopolitica come il Paese le cui iniziative militari e di politica estera, a partire dall'inizio degli anni 2000, hanno maggiormente inciso nella destabilizzazione globale, alimentando conflitti, crisi o collassi di Stati, flussi migratori incontrollati e rincari energetici. In questi ultimi tempi, non sembrano più esserci freni al ricorso ad azioni militari dirette o indirette, ad operazioni di intelligence, bombardamenti, attentati, divieti impositivi a ogni Paese di avere rapporti con la nazione bersaglio di turno (oggi Cuba e Iran).
Ma ci dicono che tutto ciò è conseguenza della necessità di tutelare i valori democratici occidentali e proteggere efficacemente i Paesi amici, europei compresi, da tentativi di espansionismo autocratico e da minacce territoriali già in atto (in Ucraina e Medio Oriente).
In un articolo su “Rinascita popolare” del 2014 (Parole e numeri), a commento delle pressanti richieste fatte agli europei dal presidente Obama di potenziare la spesa militare ritenuta inadeguata a fronte di minacce di vario ordine e provenienza, rilevavo che la spesa militare USA era pari al 40% della spesa planetaria, e che con quella degli alleati NATO raggiungeva il 60%. Anche senza tener conto dell’ulteriore contributo degli alleati non appartenenti alla NATO e dei molti Paesi amici, non si comprendeva chi potesse realmente minacciare una alleanza così potente.
Una spiegazione la forniva il generale Fabio Mini evidenziando che la violenza è una necessità fisiologica per quella parte del mondo che gode del benessere (di cui facciamo parte anche noi). Chi ha molto, anzi troppo, ha sempre paura, vive nella paura, vede pericoli e potenziali nemici ovunque. E la conseguenza della paura è la guerra preventiva. Questa non è basata su una reale minaccia, ma sulla presunzione delle intenzioni dell’avversario di turno, indipendentemente dalle sue vere capacità di offesa. In quest’ottica, la sfida che gli Stati Uniti (e più in generale l’Occidente) ritengono di dover sostenere è quella di difendersi contro l’incognito, il non visto, l’inaspettato.
Oggi, sono passati 12 anni da allora, e il quadro generale non è cambiato se non in peggio. I numeri ci dicono che le enormi attuali spese militari dei Paesi occidentali e ancor più quelle in programma non hanno una motivazione difensiva reale, e quindi una giustificazione sotto quest’aspetto.
Ci viene allora detto che sì, è vero: servono a mantenere il primato americano; ma questo è indispensabile per la stabilità del quadro internazionale, per la salvaguardia delle istituzioni democratiche, del diritto internazionale, e dei diritti umani.
Lasciamo da parte il diritto internazionale e i diritti umani, numerose volte violati dalla potenza egemone e da suoi stretti alleanti (in primis Israele), e guardiamo agli interessi reali in gioco.
Gli Stati Uniti hanno una popolazione equivalente al 4,2% di quella mondiale e un PIL (parametro strettamente correlato al consumo di risorse) pari al 25-26% di quello planetario (rapporto fra i due parametri 6,1). A confronto, si può citare la Cina il cui PIL e la cui popolazione ammontano entrambi al 17% dei riferimenti mondiali (con rapporto 1 fra i parametri).
Difficile non vedere che il principale obiettivo statunitense è difendere con qualunque mezzo uno status che, unitamente alla funzione del dollaro come moneta di scambio internazionale, assicura al Paese una tale posizione privilegiata.
Da alcuni anni, siamo in presenza di una guerra mondiale a pezzi, e se plurime e diversificate sono le cause e le responsabilità per ciascuno di tali spezzoni, bisogna riconoscere che, guardando all’insieme di essi, emerge con chiarezza che la ragione prima della febbre bellicista che contrassegna questo momento storico è la volontà di Washington di mantenere ad ogni costo il proprio primato in un mondo che pertanto deve continuare ad essere unipolare.
L’Europa, in teoria, potrebbe aspirare ad avere un proprio ruolo di potenza regionale in un mondo multipolare, ma preferisce restare adagiata nella sua condizione di protettorato degli Stati Uniti per evitare, secondo alcuni commentatori, di doversi accollare i costi e le responsabilità per gestire un proprio spazio geopolitico. Ma anche in questo caso guardiamo ai numeri che ci offrono la demografia e l’economia.
Attualmente la popolazione della UE rappresenta il 5,5% ed il PIL il 15-18% dei valori planetari (3 rapporto tra i due parametri). Facciamo anche noi parte del mondo ricco, dei privilegiati, di quanti, come dice Mini, vedono pericoli ovunque. Ma soprattutto non vogliamo che possa mutare a nostro sfavore l’accesso alle risorse che il passato coloniale e neocoloniale ci ha garantito fino ad oggi.
Eppure ben difficilmente si potrà impedire ai nuovi protagonisti sulla scena internazionale, emersi in ambito politico, economico e tecnologico-produttivo, di ottenere una più equa ripartizione delle risorse planetarie. Adoperarsi o combattere per mantenere uno status quo unipolare è velleitario e pericoloso.
Egregio Ladetto, ho rilevato con piacere una forte sintonia di vedute sui temi cruciali che interessano il nostro Paese. Proprio in questa direzione, ho quasi ultimato la stesura di un saggio dal titolo “DECORO E DISSESTO ITALIA. Giudizi e scienza applicata per porvi rimedio”. Il saggio analizza e approfondisce la situazione italiana, concentrandosi in particolare sul dissesto provocato da anni di immigrazione sconsiderata e mal gestita. Si tratta di un tema di sconvolgente attualità: basti leggere il resoconto UE del 14 Settembre 2026. Sotto la crescente pressione degli Stati membri, la Commissione europea si dice pronta a intensificare drasticamente le azioni contro gli arrivi irregolari. Le tre opzioni principali attualmente sul tavolo dell’UE, è la linea di fermezza da Lei spesso auspicata è l’unica strada percorribile. Quel che più importa oggi è la sicurezza del Mediterraneo, l’Italia non deve aderire al patto di garanzia esterna dell’Ucraina, si continua a mandare armi e si chiede la pace, invece è una politica che prolunga il conflitto, si dovrebbe richiedere con forza l’istituzione di una forza di controllo UE del Mediterraneo, più volte sollecitata anche da Antonio Tajani. L’immigrazione di matrice islamica porta con sé dinamiche complesse e rischi geopolitici legati a una storica brama di potere. Ne è un esempio il concetto della “mela rossa” (in turco “Kizil Alma”), che rappresenta storicamente l’ambizione all’espansione e alla conquista geopolitica. Sarei lieto se le riflessioni di seguito annotate rappresentino la goccia capace di far cambiare rotta alla politica dell’UE sull’immigrazione. Ho recentemente risposto alla sinistra che continua a minimizzare sul fenomeno immigrazione irregolare realmente esistente! Sul Corriere della Sera, Ernesto Galli della Loggia in merito alle recenti elezioni in Sassonia sostiene che sitratta della crisi politica dell’Occidente europeo, segnata dalla perdita di consenso della sinistra socialdemocratica e dalle difficoltà del centro. A beneficiare di questa disgregazione sono soprattutto le destre radicali, nazional-sovraniste e populiste, insofferenti verso lo Stato di diritto e spesso filorusse. Secondo Galli della Loggia, questa destra appare però incapace di confrontarsi con alcune delle principali trasformazioni del presente: dalla diffusione della tecno-scienza e dell’intelligenza artificiale agli effetti del digitale sulla società, dall’oblio della tradizione umanistica e religiosa alle minacce geopolitiche che mettono sotto pressione le democrazie europee. Dopo oltre ottant’anni di presenza nelle istituzioni, questa destra si è trasformata in senso nazional-conservatore, creando una sintonia con una parte della cultura liberale, oggi orientata a difendere alcuni tratti della modernità occidentale di fronte alle spinte che mirano a superarli. A mio Avviso Il vero motivo del perché l’Europa si stia spostando a destra è la paura di essere fagocitata dell’islamismo più radicale, con un aggressioni a tenaglia interne ed esterne che come causa la globalizzazione contro immigrazione irregolare e terrorismo. La diagnosi non è nemmeno quella individuata da Bersani, riferita alla poca attenzione alla classe operaia, anzi sono proprio gli operai tedeschi i più penalizzati dall’immigrazione selvaggia della sinistra irresponsabile. L’analisi dello spostamento a destra dell’elettorato in Europa, con particolare riferimento a eventi recenti come le elezioni in Sassonia, Turingia e Meclemburgo-Pomerania, segnano forte instabilità in Germania, ciò evidenzia come la percezione di una minaccia all’identità culturale e alla sicurezza sia un motore potentissimo del consenso politico. La percezione della minaccia e la sicurezza: Per ampie fasce di elettorato, l’immigrazione incontrollata e gli episodi di radicalismo islamico non sono percepiti solo come un problema di ordine pubblico, ma come una sfida diretta ai valori laici e liberali delle società occidentali. La paura di una “fagocitazione” culturale o di una perdita di controllo sul proprio territorio spinge il voto verso forze politiche che promettono protezione, confini rigidi e una difesa intransigente dell’identità nazionale. Il voto in Sassonia riflette anche una specificità storica. Nelle regioni dell’ex Germania Est, così come in gran parte dell’Europa centrale, la transizione post-comunista ha lasciato ferite profonde legate al senso di sradicamento e alla diffidenza verso le élite progressiste globaliste. In questi contesti, la retorica della difesa identitaria contro l’esterno (sia esso l’Islam radicale o il folle multiculturalismo anche balcanico promosso da Bruxelles) trova un terreno particolarmente fertile. Lo spostamento a destra è accelerato dall’incapacità dei partiti tradizionali (socialdemocratici e democristiani) di offrire risposte rassicuranti e pragmatiche. Quando la politica moderata viene percepita come reticente o impotente di fronte alle complessità dell’integrazione e della sicurezza, gli elettori tendono a premiare chi propone formule più radicali e nette. Come in Italia la “paura” non va quindi liquidata come un sentimento irrazionale, vedi recenti scioperi dei Bengalesi a Mestre, ma va compresa come un indicatore di una profonda crisi di fiducia nelle capacità dello Stato di proteggere la propria comunità, tanto sul piano fisico quanto su quello dei valori. Se la sinistra è stata in grado di rendere l’Europa succube della Mela rossa e la destra cerca in vario modo di porvi rimedio, pone Vannacci in condizione di forza! Questa lezione è per Kaja Kallas, non all’altezza di guidare, da Dicembre 2024, gli affari esteri e la politica di sicurezza dell’Unione Europea. Il Mediterraneo è una polveriera pronta ad esplodere. Giorgia Meloni e Salvini farebbero bene a prendere nota che i problemi in Italia oltre l’immigrazione irregolare sono: sanità, bassi stipendi ed energia fossile costosa, fortemente inquinante gravata da ETS. La paura per una immigrazione incontrollata è realtà non è fascismo. L’analisi del Professore Giuseppe Coco di Economia Politica, Università di Bari: è un pericolo da non trascurare “CEUTA DOCET” mamma li turki (musulmani ovunque e sempre. Le radici storiche: il termine “Mamma li Turki” veniva usato in modo generico per indicare non solo i cittadini dell’Impero Ottomano, ma qualsiasi popolazione musulmana o corsara (Mori, Saraceni) che compisse razzie nel Mediterraneo. L’origine esatta viene spesso collegata a due contesti principali: Il Sacco di Otranto (1480): È l’evento storico più cruento associato al detto. La flotta ottomana sbarcò in Puglia (nella spiaggia oggi chiamata proprio Baia dei Turchi) assediando la città e compiendo un massacro. Le torri di avvistamento costiere: Lungo tutta la penisola vennero costruite torri per scorgere le navi nemiche. Appena le vedette avvistavano le vele ottomane all’orizzonte, davano l’allarme accendendo fuochi o suonando campane. Il grido di panico della popolazione che fuggiva verso l’interno divenne, appunto, “Mamma, li Turchi!”. La “Mela Rossa” (in turco Kızıl Elma) è uno dei simboli più potenti, affascinanti e longevi della mitologia politica e militare dell’Impero Ottomano. Più che un semplice grido di battaglia, rappresentava una metafora geopolitica e una profezia (nefasta) escatologica: indicava l’obiettivo supremo della conquista islamica e turca in Europa, il miraggio del dominio universale che si spostava in avanti man mano che i confini dell’impero si espandevano. Nulla è cambiato e nelle moschee si ripetono queste scempiaggini!
La storia, quando riesce ad insegnarci qualcosa, ci insegna che che la dinamica psicologica, è come ce la descrive il generale Mini. Questi momenti in cui i grandi imperi cadono e degli ex vassalli, nessuno essendo diventato più forte, riesce a creare nuovi equilibri, sono eterni corsi e ricorsi della storia. Questi cicli che, come ci insegnava Gianbattista Vico, non sono cerchi ma spirali che vanno in avanti, in quanto creano qualcosa di nuovo rispetto al ciclo precedente, sono stati letti generalmente, e un po’ ingenuamente, nell’occidente degli ultimi due secoli e mezzo, come una retta progressiva avente una sua finalità di redenzione del genere umano. Mi sembra però che tale fine di vera e propria graduale trasformazione degli uomini in veri e propri dei autosalvantesi (mediante la potenza sviluppatasi dalla tecnica) non risponda alla realtà. Ma l’occidente ha creduto in questa favola che, nella versione statunitense (ultima versione possibile, dopo che l’Europa, sempre in nome di quale dovesse essere lo stato europeo che avrebbe dovuto guidare il mondo verso il fine paradisiaco del progresso), gli ha fatto credere che, nei suoi contenuti, questa favola predicasse la american way of life, che per gli Stati Uniti rappresentava il dogma escatologico nazionale.
In realtà la storia ha mostrato che non ci sono mai stati guide perenni dell’umanità o diloro grandi porzioni e che ogni impero è sempre caduco e che dalle sue rovine nascono altre civiltà che in parte ereditano dal passato ed in parte vengono mutati nei loro costumi da popoli che strappano l’egemonia a popoli nuovi.
Nel quadro attuale mi pare che molto semplicemente l’aggressività statunitense (e del suo stretto socio psicologico Israele, entrambi impregnati di escatologismo mondano) e quella russa appaiono come conseguenza del loro declino (concetto implicito nel chiaro schema del generale Mini) e, inconsciamente si abbandonano alla violenza in quanto sentono che il loro superamento come grandi potenze è vicino e non sanno più che cosa fare per non essere fagocitati dalla storia.
In questo quadro non può che aversi un’incapacità dell’Europa di agire, dal momento che sostanzialmente essa era abituata dal 1945 a non contare nulla (salvo il raggiungimrnto, in occidente, del mito consumista, ritenuto eternamente in crescita) e a vivere o sotto l’ombrello militare statunitense o sotto quello sovietico e in tale “messa a balia” siano spinti, dopo la caduta del muro di Berlino, a cercare sovranismi “nani”. e inani, che hanno finito per infastidire i due ex imperi (diventati tali per la crescita dell’impero Cinese che li sta emarginando entrambi) che furono i loro padroni. Scrissi a sui tempo mediante quale battaglia dello spirito avrebbe potuto trasformare l’Europa in un superstato inattaccabile. Ma i fatti, almeno rebus sic stantibus, non sembrano organizzare gli europei, nemmeno quelli occidentali, secondo orizzonti e culturali che ne cambino la spiritualità orientandoli verso l’unità. Che, ora come ora, temo (ma il futuro potrebbe sempre riservare qualche sorpresa!) che sia un obiettivo ormai tardivo.
Grazie innanzitutto Beppe per le consuete ottime analisi e sintesi.
Rispetto all’Europa, che continua pressochè a non esistere se non come dimensione geografica, posso solo osservare quanto segue.
Ho trascorso ad agosto tre settimane in Cina per la prima volta (non considerando quando andai in Tibet nel 2018, peraltro anche quella esperienza, come si può immaginare, interessante assai sotto molteplici aspetti).
Sono arrivato a Pechino ove sono stato quattro giorni, e rientrato da Shangai, ultimi tre giorni di permanenza; l’ho attraversata con i treni a 400 all’ora, effettivi e continuativi. Sono stato in altre due città da qualche milione di abitante l’una.
La percezione che ne ho tratto, aldilà della presenza di un “soft power very strong” – tu chiamalo se vuoi società del controllo pressochè totale – è che se non si fanno in temnpi strettissimi gli Stati Uniti d’Europa, i Paesi europei, a cominciare dall’Italia, sono praticamente finiti. Potrebbe anzi essere già troppo tardi.
E peraltro una società, come quella statunitense ed europea, che si fonda sul far pensare sia necessario ciò che nella scala dei bisogni sta dal settimo posto in giù, (vds. a titolo esemplificativo la pubblicità su sky sulle partita di calcio delle coppe europee, rinvenibile su gooogle), “sarebbe un vero peccato” non si impoverisse.
Mi si consenta una chiosa a quanto detto da Davide Mosso che ha toccato il principale “punctum dolens” dell’occidente dell'”american way of life”: si predicano grandi valori di libertà di singoli individui ma in realtà l’ossessione è quella di far funzionare una gigantesca macchina tecnico-produttiva (retta di fatto, anche nelle effettive scelte politiche, da plutotecnocrazie che, in base al presupposto dottrinale anarcocapitalistico, hanno strappato al potere politico la sovranità) che sta divorando se stessa e che, paradossalmente, come ha osservato Mosso, riesce ad essere oggettivamente efficiente al massimo solo se gli uomini stessi si trasformano in macchine al servizio del sistema tecnologico, cosa che per ragioni ataviche, riesce molto meglio al Celeste impero, che oltretutto ha mantenuto il potere sovrano in mano al potere politico, che agli “individualisti” (si fa per dire: l’individualismo moderno occidentale da esaltazione del singolo individuo, il libero cittadino, si è trasformato in “sovranità plutotecnocratica” dei vari, feudali, colossi industriali) occidentali, che ha determinato gli attuali equilibri tra uomo e natura i cui effetti saranno probabilmente psicologicamente sempre più squilibranti anche della psiche delle masse umane a livello mondiale, con tutto ciò che questo significa anche nel cercare armonia ed equilibrio nei rapporti tra i popoli. Da qui il successo della folle rincorsa al bellicismo a cui stiamo assistendo, ovviamente spinta dai produttori che non reggono più la saturazione della produzione industriale mondiale “civile” (dove il termine civile è contrapposto al termine “militare”) dovuta in particolare all’espansione della base produttiva mondiale capitanata dall’efficientismo cinese, dovuto proprio a quanto sopra, cioè popolazione abituata atavicamente ad essere inquadrata e disciplinata a livelli esasperati, e mantenimento della sovranità da parte dall’apparato politico che può imporsi ai propri potentati (meramente tecnio-economici) agenti oligpolisticamente sui mercati mondiali, voluti, paradossalmente, dopo la caduta del muro di Berlino, dalla sovrana plutotecnocrazia statunitense. Chi è causa dei suoi mal …..