Per un Centro “centrato”



Andrea Griseri    23 Settembre 2026       0

Ho terminato la lettura del libro di Giorgio Merlo I popolari. È un testo importante perché accanto alla ricostruzione delle vicende e del ruolo del popolarismo in Italia si evocano nuove consapevolezze critiche e si individuano i lieviti vivi di questa grande eredità. C’è un’urgenza morale prima ancora che politica nello scritto di Merlo: sarebbe imperdonabile limitarsi beatamente a vagheggiare il passato poiché oggi la situazione del Paese è preoccupante, le culture politiche che hanno animato la democrazia nel corso del lungo dopoguerra sembrano esaurite e chi si riconosce nel popolarismo ha innanzitutto il “dovere” di impostare nuove linee guida capaci di rispondere alle sfide del presente e del futuro attualizzando ciò che si è costruito in passato.

Secca la critica alla logica bipolare, insieme alla riscoperta di quel “pluralismo”che aveva caratterizzato le pratiche di governo nazionali e locali durante la prima Repubblica. Io aggiungerei che in tutti gli ambiti della vita della comunità – nei diversi spazi disciplinari in cui si svolge il dibattito culturale – si avverte un grande bisogno di pluralismo: la tendenza a inseguire un pensiero unico, a condensare problemi complessi in slogan semplicistici, le polarizzazioni, i manicheismi che straripano sui social sono segno di impoverimento spirituale (inteso in senso laico) e compromettono il meccanismo stesso della democrazia.

Merlo mette in guardia contro il rischio della demagogia e gli si potrebbe osservare che ce ne eravamo già accorti da soli; ma nel testo traspare una lettura più fine del fenomeno, conseguenza proprio delle semplificazioni bipolari con il loro corredo di parole d’ordine, di contrapposizioni nette, di delegittimazione dell’avversario. Non ci si può illudere di contrastare le derive demagogiche attraverso lo scontro frontale oppure favorendo l’ascesa di una contro-demagogia ancor più populista.

Ciò che occorre è ricostituire il tessuto connettivo della democrazia: informazione corretta, ascolto dell’avversario, un dibattito che non nasconda la complessità dei problemi affrontati, partecipazione. Spesso il successo dei demagoghi (è fresco il trauma dell’ascesa di AFD in Sassonia-Anhalt) nasce proprio dall’inadeguatezza delle forze politiche “perbene”; il disagio espresso dai cittadini è realtà suffragata dall’esperienza quotidiana, ma è sbagliata la risposta: ci si chieda però umilmente perché la gente si riduce a concedere fiducia al populista o all’uomo forte di turno. La storia drammatica del “secolo breve” dovrebbe insegnarci qualcosa al riguardo. Non mi pare che lo si dica esplicitamente nel libro, ma in filigrana affiora la richiesta di una sorta di processo di “rieducazione” (il termine può destare qualche apprensione) democratica dei cittadini, di segno tuttavia antitetico rispetto alle pratiche totalitarie. Nelle dittature i cittadini venivano (…vengono, ahimè) ri-educati a non pensare e a conformarsi a un potere che tutto decide, mentre nelle democrazie autentiche sono invitati a pensare in modo libero e autonomo. Non dimentichiamo che talora nelle allocuzioni dei guru dell’intelligenza artificiale, nelle fantasie transumaniste di certi demiurghi che lasciano intravvedere una società guidata da pochi illuminati capaci di dominare i meccanismi finanziari ed economici globali, si agita l’ombra di una versione moderna e digitalizzata del vecchio spirito totalitario (il Papa nella Magnifica Humanitas coglie perfettamente la relazione problematica fra le transizioni tecnologiche e la libertà).

E dunque quale cultura politica ha davvero le carte in regola per affrontare queste sfide che riguardano le questioni di casa nostra ma anche l’interferenza di trasformazioni che non trascureranno di certo i felici abitatori della nostra sempre più assolata penisola? Certamente l’eredità popolare è la migliore piattaforma: dal comunitarismo sturziano all’arte di governo del partito che fu il diretto erede della prima stagione della storia del popolarismo, a un approdo ancora inedito, perché sconosciuti erano i grandi problemi contemporanei all’epoca dei nostri padri e predecessori. Ma il metodo e i principi di fondo sono un viatico sicuro.

Credo che occorra domandarsi in che cosa consiste la specificità di quel centro che si vorrebbe ricostruire: se è vero che la sua assenza si identifica con (o deriva da) l’eclissi della politica intesa come luogo del confronto, dell’elaborazione programmatica, della partecipazione delle diverse componenti della società civile al dibattito da cui scaturiscono gli indirizzi amministrativi e di governo, allora si pone innanzitutto il tema della ricostruzione di una cultura politica. O, meglio ancora, di un metodo. Ha ragione Merlo a invocare come grimaldello necessario la comparsa di un’entità organizzata che restituisca un’identità meno pulviscolare alla galassia cattolica: ma essa, chiamiamola tout court partito, deve rappresentare qualcosa di alternativo a ciò che le organizzazioni partitiche si sono ridotte oggigiorno. La matrice non può che essere ancora quella tracciata nella Costituzione ma con la chiara coscienza che le sfide di oggi non si limitano alla mera replica di quelle di ieri.

La politica, per imporsi autorevolmente nella dimensione che le è propria, e cioè l’esercizio del potere, non può limitarsi al puro pragmatismo ma intessere un dialogo fecondo con le fasi prepolitiche in cui si elaborano le analisi, si sviluppano le linee guida e le proposte, si pongono a confronto punti di vista e opinioni. E il dibattito, nello spazio prepolitico, non può obbedire a diktat o vincoli imposti dagli organi dirigenti dei partiti ma deve essere libero, anche duro se necessario. La dialettica “prepolitica” precede la prassi politica vera e propria e se ne fosse condizionata si creerebbe un cortocircuito soffocante. Se mai dovesse accadere che in un forum di discussione aperto ai cattolici democratici si conculcassero gli interventi che risultano “fuori dalla linea” (peraltro decisa da chi?) si compirebbe un atto non solo incoerente ma gravemente autolesionistico. Roba da partito comunista nordcoreano ché persino nel PCI togliattiano, quando ancora non era apparsa la pudibonda formula del centralismo democratico, proprio sul tema del rapporto fra politica e cultura si scatenavano furibondi dibattiti (ricordiamo la polemica tra Vittorini e Togliatti quando lo scrittore dichiarò che gli intellettuali non dovevano sentirsi vincolati a suonare il piffero della rivoluzione). Il pluralismo non è un ninnolo da esibire ma una severa disciplina: se non lo si pratica all’interno dei partiti come potrà divenire uno strumento capace di rivitalizzare la democrazia “fra” i partiti?

E occorre ripercorrere la propria storia, da cui si traggono insegnamenti. È utile rileggere la parabola della prima Repubblica e quella della Democrazia cristiana con il suo contrastato rapporto con il potere. Rovesciando il celebre aforisma andreottiano, potremmo dire che il potere più che logorare chi non lo ha, sclerotizza chi lo detiene? L’idea sturziana di una società animata da un’autentica dinamica che possiamo anche qualificare come liberale – la valorizzazione delle comunità e dei corpi intermedi, un senso diffuso della responsabilità civica – si è lasciata imprigionare in un assetto di potere autoreferenziale e incapace di rinnovamento?

Nei Paesi comunisti l’utopia del popolo al potere, dell’autogoverno dei produttori (Bobbio scrisse parole definitive sull’inconsistenza di una vera dottrina marxista dello Stato) è caduta vittima dell’abbraccio soffocante delle burocrazie statali e delle loro nomenclature: ma appunto di utopie si trattava, difficile immaginare un esito diverso dell’avventura comunista. Piuttosto chiediamoci perché il modello democratico delineato nella nostra Costituzione non si è potuto realizzare pienamente. Se i partiti, e la DC in primo luogo, avessero mantenuto attivo un interscambio fecondo con la società civile nelle sue diverse componenti (lavoratori, sindacati, impresa, intellettuali, professioni) forse non sarebbero incorsi nella degenerazione a cui oggi assistiamo e di cui Merlo ci fornisce una impietosa rappresentazione.

È vero, sul sistema dei partiti calò a un certo punto una mannaia e da quel momento nulla fu più come prima. Ma Tangentopoli forse si limitò a certificare un’impasse di cui il sistema era neghittosamente consapevole senza trovare il guizzo giusto per reagire. Mutatis mutandis è un processo non troppo dissimile, perlomeno in alcune sue caratteristiche, da quello che segnò la fine dei grandi imperi: meccanismi ormai inefficaci presidiati da rendite di posizione solo apparentemente inossidabili; pensiamo alla consunzione, accelerata certo dalla sconfitta militare, dell’impero austro-ungarico e ancora all’implosione rovinosa dell’Unione Sovietica.

I dirigenti politici della Prima Repubblica avevano mantenuto saldamente il Paese nel campo delle democrazie atlantiche ma avevano saputo abilmente costruire e difendere sia in politica interna (l’esperienza del centrosinistra in primo luogo) ed estera (la proiezione mediterranea, l’apertura di canali di dialogo e di scambio con i sovietici: l’accordo sul gas frettolosamente archiviato nel 2022 risale al 1969) un certo grado di dignità e autonomia. E questo avvenne a dispetto del fatto che per tutta la durata del lunghissimo dopoguerra si sia portato lo stigma del Paese sconfitto (“posso contare solo sulla vostra personale benevolenza” come disse De Gasperi nel memorabile discorso di Parigi).

I grandi partiti di un tempo avevano un sistema di formazione interna (le famose scuole di partito) che insieme alla partecipazione attiva di un numero non irrilevante di cittadini assicurava anche una buona selezione della classe dirigente. Oggi tutto questo è scomparso. E non stupisce che l’approccio, della destra come della sinistra, alla politica estera, insostituibile presidio dell’identità storico-politica dei paesi, negli ultimi tempi sia segnato dalla smemoratezza talora e dall’ignoranza della Storia. È una deriva italiana ma anche europea, beninteso; impostare, per esempio, la propria postura nei riguardi del conflitto russo-ucraino in sintonia con le tradizionali idiosincrasie britanniche, senza cogliere la complessità delle sue cause, riclassificando una vicenda tutta interna alle ingarbugliate dinamiche slave in chiave apocalittico-manichea, risuscitando il fantasma di quello che lo storico Barbero chiama “il nemico necessario”, è a mio modo di vedere una leggerezza imperdonabile. Soprattutto da parte di molti esponenti di quella “cosa” indefinita che chiamiamo centro. La cultura politica del centro dovrebbe essere intessuta di realismo (caratteristica non solo della tradizione cattolica ma anche di quella liberale, come ricordava Matteucci nel suo indimenticabile saggio sul liberalismo), rifiuto delle scorciatoie ideologiche e dunque delle semplificazioni: sotto la guida sicura della propria eredità valoriale i cattolici soprattutto dovrebbero ricercare, in politica interna ed estera, un equilibrio frutto di analisi approfondite (ecco la pratica del pluralismo che presuppone l’ascolto dell’altro dopo avere sgombrato il campo dai preconcetti) e di sintesi scaturite dal compromesso fra tesi e antitesi contrapposte. È un atteggiamento mentale lontanissimo da quello dell’utopista o del rivoluzionario che pretende di avere ricevuto dagli dei o dalla storia la missione di redimere l’umanità.

Certamente una politica prudente, così priva di eroici furori, difficilmente è suscettibile di suscitare entusiasmo. Però, ecco, magari chi procede a piccoli passi riesce a portare all’approvazione lo Statuto dei lavoratori, a siglare il patto di non proliferazione delle armi nucleari, a varare l’istituzione delle Regioni, a evitare la manomissione della democrazia rifiutando di autorizzare lo stato d’assedio (rischiando coraggiosamente la vita). So che non dico nulla di esaltante, ma ci mancano uomini come Rumor: Moro fu il grande architetto del centrosinistra ma i pur parziali successi di quella stagione si devono anche ai pragmatici artigiani...

Quel certo radicalismo da cui oggi sono tarantolati tanti esponenti del sedicente centro rivela lo spaesamento di un’intera cultura politica. E per quanto riguarda noi cattolici, trovo stupefacente vedere alcuni esponenti accogliere acriticamente interpretazioni allineate più alle veline di qualche think tank atlantico che alle sollecitazioni dei Pontefici o alle analisi che la Chiesa ha sobriamente prodotto in questi quattro anni di guerra. Perseguire la laicità dello Stato (e chi più laico di chi pronunciò il famoso aforisma “date a Cesare...?) è degasperianamente imprescindibile ma ciò non significa fare spallucce di fronte ai richiami di Santa Madre Chiesa in un momento potenzialmente tragico per l’umanità intera.


Il primo dei commenti

Lascia un commento

La Tua email non sarà pubblicata.


*