Domande ineludibili sulla transizione energetica



Giuseppe Ladetto    3 Agosto 2026       0

Più volte in articoli su “Rinascita popolare”, ho riportato la denuncia della rilevante disuguaglianza ecologica, (fatta dal Global Footprint Network, e ripresa da personalità del mondo religioso, da istituzioni internazionali, ed esponenti dei movimenti ecologisti) per la quale una percentuale minoritaria della popolazione mondiale consuma una quota sproporzionata delle risorse disponibili, superando la biocapacità del nostro pianeta. Si dice, infatti, che, se l'intera popolazione mondiale consumasse le risorse e producesse i rifiuti al ritmo medio dei cittadini europei o americani, il nostro pianeta non sarebbe sufficiente a sostenerne i consumi, ma sarebbero richiesti allo scopo più pianeti Terra.

Tuttavia, tale denuncia non sembra toccare una rilevante quota degli esponenti del mondo economico e produttivo, e più in generale i fautori dell’attuale modello di sviluppo. Ci dicono che non esiste problema. Saranno la ricerca scientifica e lo sviluppo tecnologico a dotarci di energia inesauribile, di sempre nuovi fonti di materie prime e di alimenti. Anche l’inquinamento e i gas serra potranno essere neutralizzati con nuove tecniche. Del resto, aggiungono, già le previsioni pessimistiche del Club di Roma sono state smentite.

A parte il fatto che il modello di simulazione elaborato dal MIT, per conto del predetto club, ha colto con precisione le tendenze di fondo dei fenomeni studiati e che i mutamenti climatici in corso erano stati previsti dal modello in questione, parrebbe comunque imprudente affidare il proprio futuro solamente a una innovazione tecnologica data per scontata.

Però, non tutti gli esponenti del mondo economico e produttivo sono fautori del tecnocratismo puro e duro. Le politiche dell'UE se ne differenziano perché non si affidano ciecamente al mercato e al progresso tecnologico spontaneo: e infatti richiedono interventi normativi stringenti, investimenti pubblici mirati ed equità sociale per risolvere le disuguaglianze e raggiungere la neutralità climatica.

Tali politiche, definite di “crescita verde” (e fortemente criticate e contrastate dai settori politici ultra-liberisti), mirano a raggiungere la neutralità climatica e a colmare gli squilibri citati, senza tuttavia rinunciare allo sviluppo: si parla di disaccoppiamento, ovvero della rottura del legame tra crescita economica e degrado ambientale. A tal fine, si deve far ricorso alle energie rinnovabili, al miglioramento dell’efficienza dei processi produttivi e all'innovazione tecnologica. In questo scenario, il livello di vita materiale e l’occupazione non diminuirebbero perché a sostenerli saranno proprio gli investimenti nei nuovi settori ed il loro sviluppo.

Ma molti scienziati ed economisti attivi in campo ecologico mettono in dubbio che un tale disaccoppiamento possa avere una portata globale ed essere abbastanza rapido e incisivo per evitare il superamento dei limiti planetari. Infatti, sebbene le normative introdotte dalla UE abbiano ridotto le emissioni e aumentato l'efficienza produttiva, i dati concreti rilevati non segnalano una significativa diminuzione del divario tra il prelievo di risorse e la capacità di rigenerazione dell'ecosistema, come dimostra il fatto che l’Overshoot Day (il giorno del sorpasso) continua, anche nei Paesi della UE, ad anticipare a causa dei consumi elevati e degli standard di vita non modificati.

Ogni operazione di riequilibrio impone dei trasferimenti di risorse da determinati ambiti ad altri più coerenti con gli obiettivi desiderati, e in particolare dalla produzione di beni di consumo a più ampi settori di intervento, e dai Paesi ricchi a quelli poveri. Ci dobbiamo pertanto attendere conseguenze sul tenore di vita dei Paesi oggi al vertice della scala di benessere, ma è proprio quanto vogliono evitare anche i fautori dello sviluppo verde. Ci dicono che l'entità di un eventuale calo dipende da come e in quanto tempo verrà gestita la transizione, e che i tempi saranno inevitabilmente lunghi per non avere impatti insostenibili dai cittadini perché un riequilibrio immediato comporterebbe un calo radicale degli standard occidentali in termini di consumi e di PIL.

Invece i fautori di un riequilibrio non più rinviabile, da realizzare in tempi ristretti, sottolineano che i consumi di massa e il PIL sono indicatori parziali del livello di benessere, e che questo può essere salvaguardato valutando la prosperità non più sulla base del PIL, ma sulla qualità della vita, della salute, delle relazioni sociali e del tempo libero.

Il consumismo promosso per sostenere il PIL infatti è causa rilevante, se non primaria, degli squilibri denunciati traducendosi in un prelievo di risorse e in una produzione di cataboliti superiore alla capacità di rigenerazione terrestre. Pertanto, per ridurre marcatamente il prelievo di risorse, il deterioramento ambientale, nonché il divario fra Nord e Sud del pianeta, si dovrà rinunciare al consumo sfrenato di beni superflui (acquisiti inseguendo le mode, o quali illusori simboli di status sociale) e di quelli usa e getta progettati per durare poco o essere presto obsoleti.

Ma qui nasce una vitale questione. Può il capitalismo fare a meno del consumismo?

In realtà, il consumismo non è un’opzione accessoria del capitalismo duro di marca anglosassone, ma il suo motore. Esso infatti si basa sulla crescita economica continua e sulla massimizzazione dei profitti, obiettivi che non possono essere raggiunti senza promuovere un iperconsumo, cioè un consumo indotto mediante l’obsolescenza programmata dei beni, il marketing con cui indurre i consumatori ad inseguire le mode e ad acquistarne dei nuovi prima che siano usurati. Per sopravvivere ed evitale crisi sistemiche, le aziende devono vendere sempre più beni. Senza il consumismo verrebbero meno gli investimenti e gran parte dell’occupazione. Ciò che, di fatto, condurrebbe al collasso economico e alla caduta del sistema produttivo, coinvolgendo lo stesso modello liberal-democratico di cui l’attuale assetto economico è elemento essenziale.

In alternativa al capitalismo duro, resta da esplorare la fattibilità, invocata da più parti, di un capitalismo sostenibile le cui leve principali consistono nell’adozione di un’economia circolare (riuso, riciclo e riparazione), nella transizione verso le energie rinnovabili, e nel passaggio da un'economia fondata sul possesso di beni ad un'economia basata sulla condivisione e sui servizi. Tuttavia, un’economia circolare fondata sulla condivisione e i servizi non sembra poter andare molto d’accordo con il consumismo, cosa per cui pare una strada non risolutiva del problema dell’iperconsumo indispensabile per qualsivoglia capitalismo.

Mentre nei media se ne parla poco, permane a livello teorico-scientifico un dibattito tra quanti credono che l’innovazione tecnologica sia sufficiente a salvare il pianeta e la più parte dei climatologi e degli ecologisti, convinti che non sia possibile una crescita infinita in un sistema con risorse limitate.

In questo ambito, ripropongo (ne ho scritto in precedenti articoli) alcuni interessanti contributi che introducono argomenti originali, utili ad allargare il campo delle questioni aperte.

Anthony Giddens, rileva (in Le conseguenze della modernità) che l’accumulazione capitalistica, poiché non è autosufficiente in termini di risorse, non può protrarsi all’infinito, e, pertanto, occorre porle limiti ben precisi. Lo sviluppo deve essere messo sotto controllo, altrimenti ci condurrà ad un disastro. Aggiunge però che i sistemi complessi caratterizzanti l’attuale società non si possono efficacemente governare mediante controlli burocratici, come è stato nel socialismo reale, ma richiedono in larga misura il ricorso a meccanismi di autoregolazione. Questi, tuttavia, potrebbero funzionare a tale scopo solo se i beni primari potessero essere garantiti a tutti. Di fronte alla scarsità di risorse, bisognerà, pertanto, mettere al bando i beni “usa e getta”, quelli rapidamente obsoleti per il non disinteressato succedersi delle mode, i beni “status symbol”, per privilegiare un consumo più limitato quantitativamente e più esigente qualitativamente, teso a soddisfare i bisogni fondamentali.

Jeremy Rifkin (in La società a costo marginale zero) ci dice che la logica operativa del capitalismo è destinata a fallire proprio a causa del suo successo. Le continue nuove innovazioni tecnologiche, volte ad aumentare la produttività e a ridurre i prezzi, comportano inevitabilmente la contrazione dei margini di profitto mettendo in crisi il sistema: senza profitto non c’è capitalismo. Inoltre, l’innovazione tecnologica, spingendo i costi marginali di produzione vicino allo zero, renderà disponibili a basso prezzo l’energia ottenuta da fonti rinnovabili, le stampanti 3D, e la grande quantità di dati accessibili su internet, e consentirà ai cittadini, singolarmente o riuniti in associazioni cooperative, di produrre quanto loro necessario. I protagonisti dell’economia saranno i prosumers (produttori-consumatori) creatori di un Commons collaborativo che innescherà il declino del capitalismo.

Infine, secondo Gaël Giraud (gesuita, noto esperto di economia), la prevalente fonte energetica di una società ne determina la stratificazione sociale e ne modella le istituzioni. L'adozione delle energie fossili ha storicamente favorito una forte centralizzazione del potere; ora dobbiamo interrogarci su dove condurrà il loro abbandono.

Se la transizione verso nuove fonti (rinnovabili, nucleare) sarà gestita dai detentori di grandi capitali investiti in mega-strutture (centrali nucleari, enormi parchi eolici o solari in mano a oligopoli), avremo l’affermarsi di un potere tecnocratico sempre molto centralizzato e incline all’autoritarismo. Invece, l’adozione di un sistema di produzione da fonti rinnovabili, come solare, eolico, geotermico, diffuso sul territorio, permette la nascita di comunità energetiche, democratizzando l'accesso all'energia, redistribuendo la ricchezza e promuovendo una maggiore partecipazione civica alla gestione delle risorse territoriali.

Tuttavia è vera l’obiezione che ci sono esigenze produttive irrinunciabili (ad esempio, acciaierie, cantieri navali, industrie aeronautiche, ferroviarie, centri di elaborazione dell’intelligenza artificiale, ecc.) che richiedono quantità di energia da fonti non territorialmente diffuse, ma qui vale, come ovunque, il criterio di sussidiarietà: si soddisfano tutte le necessità gestibili dal basso ai vari livelli territoriali, e si delegano le funzioni più complesse a livelli più centralizzati, ma mantenendo sempre un qualche controllo partecipato della loro gestione.


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