
La votazione alla Camera sull’emendamento di maggioranza per introdurre le preferenze, con una trentina di franchi tiratori che ne hanno determinato la bocciatura, è una di quelle piccole miserie della cronaca politicante che suscita qualche riflessione. Non però sul merito della legge elettorale in discussione né sulle prospettive politiche tra gli schieramenti del bipolarismo italico.
Infatti non vale la pena di ragionare sulle novità che la legge introduce: si è sproloquiato di ritorno al proporzionale e alle preferenze come se si trattasse di un vero cambio di sistema. La realtà è che i partiti del teatrino mediatico – sia i principali sia i comprimari – continuano a mantenere salda la logica bipolare. Cambiano i meccanismi, ma non cambia la sostanza: due coalizioni, i partiti nel sistema esentati dalla raccolta firme, abnorme premio di maggioranza, listini bloccati (e poco sarebbe cambiato con i capilista bloccati e preferenze per gli altri).
Anche con la nuova legge in discussione, comunque verrà approvata, non cambia la logica tesa a perpetuare (son passati più di trent’anni…) il bipolarismo all’italiana. Quello che ha svilito la democrazia rappresentativa riempiendo il Parlamento di “nominati”, fedeli non a valori e programmi ma lacché del capo partito di turno; che ha ridotto il confronto politico alla logica del nemico, con un continuo scambio di slogan e insulti staccato dal merito dei problemi da affrontare e risolvere, tanti e gravi nel nostro Paese; che ha allontanato metà dei cittadini dal voto e dalla partecipazione.
Quando poi sentiamo dire che per fermare questa deriva, oggettivamente di destra – soprattutto per la creazione di una oligarchia al potere grazie al voto di una minoranza di cittadini, non superiore al 25% –, la soluzione è la vittoria del “campo largo”, ci viene da ridere. Non solo per la difficile convivenza tra Schlein, Conte, Bonelli, Fratoianni e forse Renzi, senza lo straccio di un programma e senza neppure sapere chi ne sarà il Brancaleone alla guida. La nostra avversità al “campo largo” è insita nel rifiuto del bipolarismo: destra e sinistra, al di là dei battibecchi quotidiani, si legittimano a vicenda nel gioco delle parti, e sono entrambi strenui difensori di un sistema che per noi è da abbattere. Avere poi visto le scene di giubilo sfrenato alla Camera dopo la bocciatura delle preferenze, ha messo sotto gli occhi di tutti il fatto che a sinistra si esulta per aver impedito ai cittadini di riappropriarsi di un pezzettino di democrazia scegliendo i propri rappresentanti. Sostenere che l’euforia era dovuta alla soddisfazione di aver messo sotto il governo Meloni, è solo una piccola parte della verità: le liste bloccate fanno comodo a tutti, anche a sinistra e al PD in primis.
Prima di affrontare il cuore dell’articolo, ancora una notazione comica: Matteo Renzi e la fida MEB (Maria Elena Boschi) hanno promosso una petizione per reintrodurre le preferenze nella legge elettorale. Riporto, dal sito di Italia Viva: “Le preferenze sono una battaglia di democrazia: dobbiamo restituire ai cittadini il diritto di scegliere chi li rappresenta. Basta liste bloccate. Chi entra in Parlamento deve rispondere agli elettori, non solo ai capi di partito. È una battaglia di libertà, di trasparenza, di democrazia che riguarda tutti”.
Ma la legge con cui votiamo, il cosiddetto Rosatellum, ennesima vergogna dopo Porcellum e Italicum bocciati dalla Consulta, da chi è stata voluta? Dal povero Rosato o dal suo dominus di allora…?
Per carità, c’è chi pensa che cambiare idea sia segno di intelligenza, ma il decadimento della politica passa anche dal calpestare senza ritegno la coerenza. Renzi, che aveva toccato il 41% dei consensi e si ritrova da anni a capo di un partitino del 2 virgola, si muove con immutata disinvoltura sul palcoscenico del teatrino mediatico, ma rappresenta plasticamente la credibilità del sistema presso l’elettorato: ai minimi termini. E che i destini del “campo largo” possano essere appesi alla presenza o meno del senatore fiorentino, fa ben capire l’inconsistenza del progetto e la debolezza del bipolarismo stesso.
Ma quanto successo nella votazione alla Camera ci porta ad una riflessione amara.
Non importa sapere perché la Meloni abbia voluto aprire alle preferenze, se per convinzione, per coerenza con sue passate prese di posizione in tal senso, se per assecondare qualche alleato o per togliere un argomento a Vannacci. In ogni caso si sarebbe trattato di un pannicello caldo di scarso impatto. La Premier non è pazza, non rottama un sistema che le ha garantito la presa del potere e un governo di legislatura. Sfida piuttosto l’intelligenza degli italiani quando sostiene che la nuova legge elettorale serve a garantire la stabilità: proprio lei che sta governando da quattro anni… Ma è solo una delle tante buffonate del teatrino.
Dove invece ci soffermiamo a riflettere è sul perché una trentina di deputati della maggioranza di destra hanno votato contro, disattendendo le indicazioni dei capi. Insofferenza verso la Meloni? Tensioni interne a Fratelli d’Italia? Manovre di posizionamento tra i partiti della coalizione in vista del voto nel 2027?
Non sappiamo rispondere a tali domande, dovremmo conoscere retroscena a noi sconosciuti. Abbiamo però un’idea chiara su quanto avvenuto. E non c’entrano strategie e valutazioni politiche. Solo valutazioni di più basso profilo, squisitamente individuali.
I parlamentari, con le liste bloccate e con le candidature nei collegi uninominali sicuri, sono scelti dalle segreterie di partito. Il merito non conta, fa premio la fedeltà al capo che decide. Nella votazione alla Camera ogni deputato è stato messo di fronte alla scelta tra il misurarsi alle elezioni con le preferenze oppure garantirsi la nomina grazie al proprio servilismo. Almeno trenta deputati della maggioranza hanno ritenuto di avere un futuro più garantito dal rapporto stretto con il proprio capo (sia esso Meloni, Salvini, Tajani) piuttosto che dalla libera competizione elettorale. E hanno affossato le preferenze.
Se negli anni Cinquanta il sociologo Banfield individuò la cifra caratteristica dell’italianità nel familismo amorale, oggi la cifra del nostro sistema politico è l’individualismo amorale e apolitico. L’unica cosa che conta è il proprio successo personale, garantirsi la continuità parlamentare. Valori, competenze e idee, che si traducono in programmi, sono superflui. Conta il posizionamento in lista, garantito dalla vicinanza al capo. E i capi, si sa, prediligono servette e maggiordomi fidati, che eseguono gli ordini e non fanno troppa ombra. Da qui la sempre più scadente qualità della classe politica, dalle prime alle seconde, terze e quarte file.
Escluso che questa possa avere un sussulto di dignità e riformare il sistema, l’unica alternativa è abbatterlo. Per abbattere il fascismo ci volle la Seconda guerra mondiale, e speriamo prima di ogni altra cosa di non subire la Terza. Per far fuori la Prima Repubblica bastò Tangentopoli. Ma vedendo a cosa ci ha portato...
Infatti non vale la pena di ragionare sulle novità che la legge introduce: si è sproloquiato di ritorno al proporzionale e alle preferenze come se si trattasse di un vero cambio di sistema. La realtà è che i partiti del teatrino mediatico – sia i principali sia i comprimari – continuano a mantenere salda la logica bipolare. Cambiano i meccanismi, ma non cambia la sostanza: due coalizioni, i partiti nel sistema esentati dalla raccolta firme, abnorme premio di maggioranza, listini bloccati (e poco sarebbe cambiato con i capilista bloccati e preferenze per gli altri).
Anche con la nuova legge in discussione, comunque verrà approvata, non cambia la logica tesa a perpetuare (son passati più di trent’anni…) il bipolarismo all’italiana. Quello che ha svilito la democrazia rappresentativa riempiendo il Parlamento di “nominati”, fedeli non a valori e programmi ma lacché del capo partito di turno; che ha ridotto il confronto politico alla logica del nemico, con un continuo scambio di slogan e insulti staccato dal merito dei problemi da affrontare e risolvere, tanti e gravi nel nostro Paese; che ha allontanato metà dei cittadini dal voto e dalla partecipazione.
Quando poi sentiamo dire che per fermare questa deriva, oggettivamente di destra – soprattutto per la creazione di una oligarchia al potere grazie al voto di una minoranza di cittadini, non superiore al 25% –, la soluzione è la vittoria del “campo largo”, ci viene da ridere. Non solo per la difficile convivenza tra Schlein, Conte, Bonelli, Fratoianni e forse Renzi, senza lo straccio di un programma e senza neppure sapere chi ne sarà il Brancaleone alla guida. La nostra avversità al “campo largo” è insita nel rifiuto del bipolarismo: destra e sinistra, al di là dei battibecchi quotidiani, si legittimano a vicenda nel gioco delle parti, e sono entrambi strenui difensori di un sistema che per noi è da abbattere. Avere poi visto le scene di giubilo sfrenato alla Camera dopo la bocciatura delle preferenze, ha messo sotto gli occhi di tutti il fatto che a sinistra si esulta per aver impedito ai cittadini di riappropriarsi di un pezzettino di democrazia scegliendo i propri rappresentanti. Sostenere che l’euforia era dovuta alla soddisfazione di aver messo sotto il governo Meloni, è solo una piccola parte della verità: le liste bloccate fanno comodo a tutti, anche a sinistra e al PD in primis.
Prima di affrontare il cuore dell’articolo, ancora una notazione comica: Matteo Renzi e la fida MEB (Maria Elena Boschi) hanno promosso una petizione per reintrodurre le preferenze nella legge elettorale. Riporto, dal sito di Italia Viva: “Le preferenze sono una battaglia di democrazia: dobbiamo restituire ai cittadini il diritto di scegliere chi li rappresenta. Basta liste bloccate. Chi entra in Parlamento deve rispondere agli elettori, non solo ai capi di partito. È una battaglia di libertà, di trasparenza, di democrazia che riguarda tutti”.
Ma la legge con cui votiamo, il cosiddetto Rosatellum, ennesima vergogna dopo Porcellum e Italicum bocciati dalla Consulta, da chi è stata voluta? Dal povero Rosato o dal suo dominus di allora…?
Per carità, c’è chi pensa che cambiare idea sia segno di intelligenza, ma il decadimento della politica passa anche dal calpestare senza ritegno la coerenza. Renzi, che aveva toccato il 41% dei consensi e si ritrova da anni a capo di un partitino del 2 virgola, si muove con immutata disinvoltura sul palcoscenico del teatrino mediatico, ma rappresenta plasticamente la credibilità del sistema presso l’elettorato: ai minimi termini. E che i destini del “campo largo” possano essere appesi alla presenza o meno del senatore fiorentino, fa ben capire l’inconsistenza del progetto e la debolezza del bipolarismo stesso.
Ma quanto successo nella votazione alla Camera ci porta ad una riflessione amara.
Non importa sapere perché la Meloni abbia voluto aprire alle preferenze, se per convinzione, per coerenza con sue passate prese di posizione in tal senso, se per assecondare qualche alleato o per togliere un argomento a Vannacci. In ogni caso si sarebbe trattato di un pannicello caldo di scarso impatto. La Premier non è pazza, non rottama un sistema che le ha garantito la presa del potere e un governo di legislatura. Sfida piuttosto l’intelligenza degli italiani quando sostiene che la nuova legge elettorale serve a garantire la stabilità: proprio lei che sta governando da quattro anni… Ma è solo una delle tante buffonate del teatrino.
Dove invece ci soffermiamo a riflettere è sul perché una trentina di deputati della maggioranza di destra hanno votato contro, disattendendo le indicazioni dei capi. Insofferenza verso la Meloni? Tensioni interne a Fratelli d’Italia? Manovre di posizionamento tra i partiti della coalizione in vista del voto nel 2027?
Non sappiamo rispondere a tali domande, dovremmo conoscere retroscena a noi sconosciuti. Abbiamo però un’idea chiara su quanto avvenuto. E non c’entrano strategie e valutazioni politiche. Solo valutazioni di più basso profilo, squisitamente individuali.
I parlamentari, con le liste bloccate e con le candidature nei collegi uninominali sicuri, sono scelti dalle segreterie di partito. Il merito non conta, fa premio la fedeltà al capo che decide. Nella votazione alla Camera ogni deputato è stato messo di fronte alla scelta tra il misurarsi alle elezioni con le preferenze oppure garantirsi la nomina grazie al proprio servilismo. Almeno trenta deputati della maggioranza hanno ritenuto di avere un futuro più garantito dal rapporto stretto con il proprio capo (sia esso Meloni, Salvini, Tajani) piuttosto che dalla libera competizione elettorale. E hanno affossato le preferenze.
Se negli anni Cinquanta il sociologo Banfield individuò la cifra caratteristica dell’italianità nel familismo amorale, oggi la cifra del nostro sistema politico è l’individualismo amorale e apolitico. L’unica cosa che conta è il proprio successo personale, garantirsi la continuità parlamentare. Valori, competenze e idee, che si traducono in programmi, sono superflui. Conta il posizionamento in lista, garantito dalla vicinanza al capo. E i capi, si sa, prediligono servette e maggiordomi fidati, che eseguono gli ordini e non fanno troppa ombra. Da qui la sempre più scadente qualità della classe politica, dalle prime alle seconde, terze e quarte file.
Escluso che questa possa avere un sussulto di dignità e riformare il sistema, l’unica alternativa è abbatterlo. Per abbattere il fascismo ci volle la Seconda guerra mondiale, e speriamo prima di ogni altra cosa di non subire la Terza. Per far fuori la Prima Repubblica bastò Tangentopoli. Ma vedendo a cosa ci ha portato...
Analisi lucida, precisa, impietosa e drammaticamente attendibile del degrado della politica italiana. Alessandro Risso si conferma una colonna di INSIEME: teniamocelo stretto!
GRAZIE, MA CHI TI ASCOLTA? LE POLTRONE SONO PAGATE BENE E QUINDI IL BENE COMUNE DOVE’? NOI CITTADINI NON SAPPIAMO PIU’ REAGIRTE A TUTTO QUESTO SFACELO.