
È una grande storia quella degli Stati Uniti. Una vicenda iniziata giusto 250 anni fa, il 4 luglio 1776 con la Dichiarazione di indipendenza. Faceva il suo ingresso - in quel momento dalla porta secondaria poi rubandosi tutto il proscenio - un soggetto inedito, in completa rottura con la vecchia Europa monarchica. Una Repubblica fondata su istituzioni liberali e sulla separazione dei poteri (esecutivo, legislativo e giudiziario) che aprì la strada a molti dei successivi rivolgimenti sette e ottocenteschi.
Un percorso che dalle tredici colonie originarie, situate sull'Atlantico, avrebbe condotto ad una federazione di cinquanta Stati (Alaska ed Hawaii, nel 1959, gli ultimi arrivati). Una miriade i territori sottratti a Francia e Spagna nella corsa verso il Pacifico, massacrando la popolazione indiana, in un immenso spazio tra due oceani, ricco di fertili pianure e di grandi fiumi. Una superficie di 9,8 milioni di kmq (terzo posto nel mondo come grandezza) con quasi 350 milioni di abitanti: una densità ancor oggi bassa rispetto alle affollate nazioni europee.
Dalla loro fondazione gli Stati Uniti iniziarono a ricevere gente da ogni parte del mondo e dall'Europa in particolare. Una moltitudine i nostri connazionali emigrati: un'odierna comunità di 17 milioni, immersa in quello straordinario melting pop unico al mondo. Se infatti si nasce sul suolo statunitense si diventa americani indipendentemente dalla cittadinanza dei genitori: un principio, lo ius soli, proprio di recente riconfermato dalla Corte suprema.
All'iniziale estrema autonomia dei tredici Stati si impose un progressivo accentramento federale. Una contrapposizione che ancora adesso connota l'arena pubblica. Il fronte conservatore a difesa delle prerogative degli Stati e i liberal – cioè la sinistra, in un Paese dove mai ha attecchito l'ideologia socialista – a favore dei poteri federali per tutelare in modo più uniforme ed efficace diritti politici, civili e sociali.
Un Paese segnato da una guerra civile (1861-65), tra il sud agricolo, fautore di un'economia schiavista, e il nord industriale, dominato dal Partito repubblicano a quel tempo (come cambiano le cose) sul crinale progressista della politica. Il prevalere di un capitalismo a sfrenata matrice liberista depurato, dopo il crollo di Wall Street nel 1929, dalle frange più estreme con il New Deal per correggerne le storture con una serie di investimenti pubblici. Indispensabile rimedio alla stolta illusione di un mercato in grado di autoregolarsi.
Il vero esordio internazionale degli Stati Uniti avvenne nel 1917, facendo pendere la bilancia dal lato dell'Intesa. Ma fu la Seconda guerra mondiale a dar loro il primato. E assieme a questo un prestigio ottenuto sulle spiagge della Normandia battendo il nazifascismo (senza dimenticare l'Urss che per molto tempo sopportò il peso del conflitto) e risollevando, con il Piano Marshall, un'Europa devastata. Vennero quindi gli anni della Guerra fredda e del confronto con il mondo comunista, chiusi nel 1989 con il crollo dello storico antagonista.
Tutto bene da lì in poi? No e, a pensarci bene, neanche prima. Dovendosi annoverare una sfilza di sconfitte, Vietnam, Iraq, Afghanistan,e qualche pareggio come in Corea. L'embargo che strozza Cuba e il golpe in Cile contro Salvador Allende, i più grossolani buchi neri di un predominio militare-industriale legato alle grandi multinazionali. Una violenza ben presente anche entro i propri nazionali a cominciare – lasciando da parte quattro presidenti assassinati - dalla segregazione razziale che fino agli anni Sessanta gravava sulla popolazione nera, con strascichi che tuttora sopravvivono. Cui si aggiunge la libera circolazione delle armi, incubatrice di continue stragi.
Eppure a dispetto di tutto, gli Stati Uniti restano comunque gli artefici delle principali innovazioni scientifiche e di vivaci fenomeni culturali. In questo cocktail ove convive tutto e il suo contrario trova anche posto un fondamentalismo religioso, con venature millenariste, del tutto sconosciuto alla vecchia Europa. Col paradosso che da qualche tempo a Washington si vorrebbe persino insegnare il mestiere al Papa.
Innumerevoli le contraddizioni. All'eccezionale dinamismo economico non corrisponde un'adeguata protezione sociale, come mostra l'assenza di un sistema sanitario pubblico ed universale. E ormai può dirsi che le disuguaglianze superino le opportunità, decretando, forse, il tramonto del sin troppo mitizzato “sogno americano”. Difficili, in ultimo, anche i rapporti con l'Europa, da cui bene o male provengono, andando indietro di qualche generazione, larga parte dei suoi abitanti. Mostra la corda addirittura la Nato, non contandosi più le frizioni tra le due sponde dell'oceano.
Ma a noi europei conviene andare oltre le effimere contingenze politiche per guardare alla sostanza di un legame basato - come con nessun altro - su comuni valori di libertà, democrazia e diritti. Declinati, certo, spesso con modalità diverse ma anche a fondamento di una trama destinata a segnare, per molto tempo ancora, il nostro reciproco avvenire.
Un percorso che dalle tredici colonie originarie, situate sull'Atlantico, avrebbe condotto ad una federazione di cinquanta Stati (Alaska ed Hawaii, nel 1959, gli ultimi arrivati). Una miriade i territori sottratti a Francia e Spagna nella corsa verso il Pacifico, massacrando la popolazione indiana, in un immenso spazio tra due oceani, ricco di fertili pianure e di grandi fiumi. Una superficie di 9,8 milioni di kmq (terzo posto nel mondo come grandezza) con quasi 350 milioni di abitanti: una densità ancor oggi bassa rispetto alle affollate nazioni europee.
Dalla loro fondazione gli Stati Uniti iniziarono a ricevere gente da ogni parte del mondo e dall'Europa in particolare. Una moltitudine i nostri connazionali emigrati: un'odierna comunità di 17 milioni, immersa in quello straordinario melting pop unico al mondo. Se infatti si nasce sul suolo statunitense si diventa americani indipendentemente dalla cittadinanza dei genitori: un principio, lo ius soli, proprio di recente riconfermato dalla Corte suprema.
All'iniziale estrema autonomia dei tredici Stati si impose un progressivo accentramento federale. Una contrapposizione che ancora adesso connota l'arena pubblica. Il fronte conservatore a difesa delle prerogative degli Stati e i liberal – cioè la sinistra, in un Paese dove mai ha attecchito l'ideologia socialista – a favore dei poteri federali per tutelare in modo più uniforme ed efficace diritti politici, civili e sociali.
Un Paese segnato da una guerra civile (1861-65), tra il sud agricolo, fautore di un'economia schiavista, e il nord industriale, dominato dal Partito repubblicano a quel tempo (come cambiano le cose) sul crinale progressista della politica. Il prevalere di un capitalismo a sfrenata matrice liberista depurato, dopo il crollo di Wall Street nel 1929, dalle frange più estreme con il New Deal per correggerne le storture con una serie di investimenti pubblici. Indispensabile rimedio alla stolta illusione di un mercato in grado di autoregolarsi.
Il vero esordio internazionale degli Stati Uniti avvenne nel 1917, facendo pendere la bilancia dal lato dell'Intesa. Ma fu la Seconda guerra mondiale a dar loro il primato. E assieme a questo un prestigio ottenuto sulle spiagge della Normandia battendo il nazifascismo (senza dimenticare l'Urss che per molto tempo sopportò il peso del conflitto) e risollevando, con il Piano Marshall, un'Europa devastata. Vennero quindi gli anni della Guerra fredda e del confronto con il mondo comunista, chiusi nel 1989 con il crollo dello storico antagonista.
Tutto bene da lì in poi? No e, a pensarci bene, neanche prima. Dovendosi annoverare una sfilza di sconfitte, Vietnam, Iraq, Afghanistan,e qualche pareggio come in Corea. L'embargo che strozza Cuba e il golpe in Cile contro Salvador Allende, i più grossolani buchi neri di un predominio militare-industriale legato alle grandi multinazionali. Una violenza ben presente anche entro i propri nazionali a cominciare – lasciando da parte quattro presidenti assassinati - dalla segregazione razziale che fino agli anni Sessanta gravava sulla popolazione nera, con strascichi che tuttora sopravvivono. Cui si aggiunge la libera circolazione delle armi, incubatrice di continue stragi.
Eppure a dispetto di tutto, gli Stati Uniti restano comunque gli artefici delle principali innovazioni scientifiche e di vivaci fenomeni culturali. In questo cocktail ove convive tutto e il suo contrario trova anche posto un fondamentalismo religioso, con venature millenariste, del tutto sconosciuto alla vecchia Europa. Col paradosso che da qualche tempo a Washington si vorrebbe persino insegnare il mestiere al Papa.
Innumerevoli le contraddizioni. All'eccezionale dinamismo economico non corrisponde un'adeguata protezione sociale, come mostra l'assenza di un sistema sanitario pubblico ed universale. E ormai può dirsi che le disuguaglianze superino le opportunità, decretando, forse, il tramonto del sin troppo mitizzato “sogno americano”. Difficili, in ultimo, anche i rapporti con l'Europa, da cui bene o male provengono, andando indietro di qualche generazione, larga parte dei suoi abitanti. Mostra la corda addirittura la Nato, non contandosi più le frizioni tra le due sponde dell'oceano.
Ma a noi europei conviene andare oltre le effimere contingenze politiche per guardare alla sostanza di un legame basato - come con nessun altro - su comuni valori di libertà, democrazia e diritti. Declinati, certo, spesso con modalità diverse ma anche a fondamento di una trama destinata a segnare, per molto tempo ancora, il nostro reciproco avvenire.
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