Israele e sionismo: un po’ di Storia per capire



Giuseppe Ladetto    19 Giugno 2026       1

Da parte europea (dei tanti che sempre invocano il diritto internazionale e i diritti umani), non si fa nulla di concreto per porre fine, o comunque arginare, la condotta illegale, aggressiva, disumana, e per molti versi terroristica di Israele. Anche chi, da qualche tempo, manifesta perplessità o critiche le indirizza solamente a Netanyahu e ai gruppi collocati alla sua destra: costoro avrebbero stravolto la tradizionale politica di Tel Aviv che, in passato, è ricorsa alle armi solo per difendersi e garantire la propria sopravvivenza.

Certo le sofferenze subite e le tragedie (l’Olocausto) vissute dalle comunità ebraiche in passato rendono difficile agli europei (tedeschi e italiani in primis), per un senso di colpa non superato, condannare Israele, e deprecare le sue condotte anche quando palesemente negative. Inoltre, ogni critica è accantonata perché subito scatta l’accusa di antisemitismo. A questa logica, si ricollega pure la convinzione che l’antisionismo sia solo una sorta di maschera per coprire l’antisemitismo. Ma non si può comprendere quanto oggi accade in Terra Santa senza rifarsi alla storia del movimento sionista.

Il movimento sionista nasce nel clima nazionalista e colonialista dell'Europa di fine XIX secolo. Si configura come un movimento etno-nazionalista, sorto per dare una patria al popolo ebraico in risposta alle persecuzioni in atto, specialmente nell'Europa orientale, ma anch’esso è permeato da tale negativo clima. Infatti, la spinta ad insediarsi in Palestina per costruire una nuova società si inquadra nel mito di “una terra senza popolo per un popolo senza terra”, una espressione che rifletteva la volontà di ignorare l’esistenza della popolazione palestinese indigena, o il proposito di non riconoscerla come popolo con una storia e un legame con la propria terra. Ancora oggi, si dimentica che la larga maggioranza dei palestinesi discende dalla popolazione che abitava tale territorio fin dal tempo della dominazione romana, una popolazione successivamente convertita all’Islam dai conquistatori arabi nel VII secolo, ma ancora oggi con una significativa presenza cristiana.

Il trasferimento degli ebrei nella terra promessa non sarebbe stato un semplice fenomeno migratorio, ma una programmata colonizzazione di insediamento con il sostegno di una potenza imperialista (vedi la Dichiarazione Balfour del 1917).

In un primo tempo, i coloni ebraici acquisirono terre comprandole con i mezzi finanziari forniti da ricchi correligionari di tutto il mondo, ma, quando questo modo di procedere non diventò più possibile a causa dei sospetti presto sorti nella popolazione locale, preoccupata per il crescente arrivo di ebrei con la conseguente crescita delle terre in loro possesso, si passò ad altri metodi non sempre consensuali che accrebbero l’ostilità delle comunità autoctone. Si aggiunga che i britannici permettevano agli immigrati ebrei di creare proprie istituzioni, scuole, ospedali e servizi, tollerando perfino la creazione di formazioni armate, mentre nulla era concesso agli abitanti arabi. Tutto ciò provocò una reazione di questi ultimi, con scontri con i sopraggiunti, e una vera rivolta, che venne sedata dall’esercito britannico con numerose vittime fra i palestinesi.

Così si andarono affermando gli appetiti territoriali della maggioranza sionista che mi sembrano indiscutibili. In materia, riporto un fatto significativo. Nel 1921, venne creato dalla Gran Bretagna l’emirato di Transgiordania, assegnato a Abdullah I, figlio di Hussein ben Ali (lo sceriffo ed emiro della Mecca, leader della rivolta araba contro l’Impero Ottomano). Ciò provocò la forte protesta di ampia parte del movimento sionista, che definì questo emirato un pericolo per il futuro Stato israeliano, a cui questa terra sarebbe dovuta appartenere.

Negli anni seguenti, l’afflusso di immigrati ebrei crebbe sempre più, sicché, alla vigilia della creazione dello Stato di Israele, la popolazione di origine ebraica arrivò a quasi 600.000 persone, mentre quella araba ammontava a 1 milione e 200mila abitanti.

Si giunse così al progetto ONU di spartizione della Palestina fra i due popoli, un progetto palesemente iniquo in quanto assegnava ad Israele una superficie maggiore di quella concessa ai palestinesi che erano il doppio degli ebrei. Soprattutto, mentre nelle terre assegnate ai palestinesi la presenza di ebrei era minima, in quelle destinate ad Israele la presenza araba era quasi pari a quella ebraica. Rispetto al destino di questa popolazione araba residente da secoli nella porzione di territorio assegnata ad Israele, l’ONU non assunse una posizione chiara.

Di fatto, già prima della dichiarazione di indipendenza di Israele, cominciò la cacciata dei palestinesi dai territori a maggioranza ebraica, che diventò una fuga dopo il massacro dell’intera popolazione del villaggio di Deir Yassin effettuato dall’Irgun (formazione facente capo a Menachem Begin, futuro primo ministro), con l’appoggio dell’Haganah, il nocciolo del futuro esercito israeliano, un massacro largamente pubblicizzato per terrorizzare gli arabi con la minaccia di subire analoga sorte se non fossero andati via. La pulizia etnica (non si può altrimenti definirla) coinvolse più di 400.000 persone.

Questa fu la causa determinante della prima guerra arabo israeliana, perché, di fronte all’opinione pubblica dell’intero mondo arabo, Egitto, Siria e Iraq non potevano stare a guardare pur sapendo di non essere preparati ad affrontare il conflitto. Ed infatti in breve tempo andarono incontro a una disfatta. Solo il piccolo esercito transgiordano (la Legione Araba), istruito e in parte inquadrato da graduati britannici, non consentì alle truppe israeliane di avanzare nel territorio dove era schierato (l’attuale Cisgiordania e Gerusalemme est) impedendo ad Israele di occupare l’intera Terra Santa. Israele, con la guerra, si impadronì comunque di un ampio territorio che la portò a possedere il 78% della Palestina, e subito ebbe inizio la cacciata di altre centinaia di migliaia di palestinesi dalle terre conquistate.

Una commissione delle Nazioni Unite, guidata dal conte Follke Bernardotte, venne inviata per verificare la situazione e tentare una mediazione, ma in Israele si preferì togliersela di torno per non avere impicci. Così il conte e il colonnello francese André Serot, responsabile degli aspetti militari, vennero uccisi da membri del gruppo Stern, facente capo a Yitzhak Shamir (importante esponente del gruppo dirigente sionista e futuro primo ministro). Si aggiunga che (malgrado la condanne verbale dell’attentato da parte del governo israeliano, e lo scioglimento delle milizie ebraiche ancora autonome), non ci fu alcuna iniziativa giudiziaria nei confronti dei quattro partecipanti all’azione omicida. Anzi, Yehoshua Cohen (l’esecutore materiale dell’omicidio, che sparò i colpi letali), qualche tempo dopo, divenne guardia del corpo personale e stretto confidente di David Ben Gurion. Impossibile credere che l’impresa omicida fosse un gesto di isolati “estremisti” e non un’azione ispirata in alto loco. Ma l’ONU, al di là di una ovvia condanna del crimine, nulla fece di serio, mentre l’intera opinione pubblica occidentale e di area sovietica, dopo un breve momento di sdegno, voltò la testa altrove.

È difficile vedere in tali fatti e in queste condotte la faccia buona del sempre osannato sionismo.

Anche le vicende che seguirono confermano le tendenze aggressive di Israele, chiunque ne fosse al governo.

Ricordo, nel 1956, l’aggressione all’Egitto, di intesa con Francia e Regno Unito, risoltasi in un insuccesso per l’alt imposto da Stati Uniti ed Unione Sovietica.

Venne poi nel 1967 la Guerra dei sei giorni, quando Israele, con il pretesto di prevenire una ipotetica minaccia (ma la guerra preventiva è comunque sempre una violazione del diritto internazionale), attaccò Egitto, Siria e Giordania impossessandosi della Cisgiordania, di Gerusalemme Est, delle alture del Golan, insieme a Gaza e all’intera penisola del Sinai. Fin da allora, prese inizio la progressiva colonizzazione ebraica della Cisgiordania.

La quarta guerra arabo-israeliana, ovvero la Guerra del Kippur del 1973, fu invece iniziata con un attacco da parte di Egitto e Siria alle forze israeliane presenti nei territori (occupati nel 1967) del Sinai e delle alture del Golan. L’attacco, per l’effetto sorpresa, ebbe un iniziale successo, ma presto si mutò nella sconfitta dei due Paesi arabi coinvolgendo anche la Giordania che (insieme all’Iraq) aveva ad essi inviato aiuti.

Israele, pur confermando la sua superiorità militare, vide però scalfita l’immagine di invincibilità del suo esercito, a causa delle iniziali forti perdite di uomini e mezzi, ciò che indusse Tel Aviv a rivedere le sue prospettive strategiche. Infatti la Guerra del Kippur, unitamente alle forti pressioni statunitensi, influì in modo determinante sulla decisione di restituire l’intera penisola del Sinai all’Egitto, formalizzata negli accordi di Camp David del 1978, e nel trattato di pace tra Menachem Begin e Anwar Sadat, con il reciproco riconoscimento dei due Stati.

Quindi trattativa conclusa positivamente con l’Egitto, ed eventuale disponibilità di Israele a negoziare con altri Stati arabi, ma chiusura assoluta a qualsivoglia negoziato con le organizzazioni di resistenza palestinesi, definite terroristiche, viste esclusivamente come minaccia alla sicurezza e all’esistenza di Israele. Golda Meir arrivò perfino a negare che esistesse un popolo palestinese avente titolo di risiedere nella terra destinata al popolo ebraico.

Nel 1959, è stata fondata Al-Fatah da Yasser Arafat per organizzare la lotta armata palestinese contro gli occupanti. Successivamente, nel 1964, nacque l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), promossa dall’Arabia Saudita per unificare sotto una sola guida politica i vari gruppi di resistenza (oltre ad Al-Fatah, ne esistevano altri, come il movimento feddayyin, attivi dagli anni ’50). Nel 1967, l’OLP (in cui era prevalente Al-Fatah) sotto la guida di Arafat si svincolò da ogni diretto controllo da parte di Stati arabi.

Molto tardivo e parziale fu un qualche riconoscimento da parte di Israele dell'esistenza di un popolo palestinese. La necessità di avviare un dialogo formale con le organizzazioni di resistenza (OLP) ha iniziato a farsi strada concretamente solo nei primi anni Novanta, culminando negli accordi di Oslo, firmati da Yitzhak Rabin e Yasser Arafat nel 1995.

Si è trattato di intese realizzate tra Israele e l'OLP per sancire il reciproco riconoscimento, e per consentire la formazione di un provvisorio autogoverno palestinese (Autorità Nazionale Palestinese) in parte della Cisgiordania e a Gaza, con compiti amministrativi e di gestione dei servizi.

Tuttavia, malgrado gli sviluppi promettenti (promossi in specie da Shimon Peres), detti accordi non hanno risolto il contenzioso, naufragando negli anni 2000, perché non hanno portato alla creazione di uno Stato palestinese, né alla fine del continuo incremento degli insediamenti israeliani in Cisgiordania e a Gerusalemme Est.

Ne sono seguiti decenni di violenze e di fallimenti negoziali, mentre sono state introdotte sempre più limitazioni alle già modeste competenze della ANP.

Si è giunti oggi alla politica, promossa da Netanyahu, di ulteriori conquiste territoriali (le cosiddette zone di sicurezza) a Gaza, nel Sud Libano e in Siria, con la ventilata estromissione della popolazione araba residente, mentre si cerca di rendere impossibile la vita della popolazione palestinese in Cisgiordania e a Gaza.

Se escludiamo la parentesi in cui fu tentato un approccio positivo della questione palestinese, risulta evidente la significativa continuità storica della condotta dell’attuale gruppo dirigente israeliano con la strategia di difesa e di espansione territoriale perseguita fin dalla fondazione dello Stato.

La novità, semmai, sta nella retorica pubblica, con un approccio più esplicito verso la creazione di Eretz Israel (la Grande Israele, comprendente tutto il territorio tra il fiume Giordano e il Mediterraneo) e nella brutale e non mascherata condotta verso i palestinesi da parte delle attuali componenti governative che, non dimentichiamolo, hanno in questa azione il sostegno di larga parte dell’elettorato israeliano.

Teniamo presente che il grande Stato di Israele (idoneo ad accogliere potenzialmente l’intera diaspora ebraica) è stato da sempre l’obiettivo di una rilevante parte del movimento sionista, non certo disposto ad accontentarsi di un semplice “focolare”, testimone di una qualche presenza israelita nella Terra Promessa.

Pertanto, reputo perfettamente legittimo, come hanno fatto anche eminenti personalità del mondo ebraico (Edgar Morin, Hanna Arendt, Noam Chomsky, Judith Butler, Ilan Pappé), ritenere negativa e pericolosa la strada seguita dal movimento sionista per giungere all’Eretz Israel, una strada, aggiungo, che oggi può condurre a un conflitto con la Turchia.

Voler confondere un giudizio negativo del sionismo con l’antisemitismo è un atto strumentale (essendo teso a soffocare qualsivoglia critica alla condotta di Israele), e condivide la stessa logica che muove quanti, sull’altro fronte, ritengono ogni ebreo, ovunque viva, responsabile di ciò che accade nel Medio Oriente ad opera israeliana. L’ebraismo, che va sempre sostenuto e difeso, è altra cosa rispetto al sionismo, in notevole misura impregnato di etno-nazionalismo.

Per una futura sperabile convivenza tra la componente ebraica e quella palestinese nella terra contesa, bisognerà lavorare per la costruzione, ancorché molto difficile, di uno Stato binazionale dove ebrei ed arabi abbiano gli stessi diritti e doveri. Infatti, ogni ipotesi di Stato Palestinese accanto ad Israele è ormai resa impossibile da tutto quanto è intervenuto in questi ultimi anni.


1 Commento

  1. Puntuale e corretto l’escursus dell’autore con una sola piccola precisazione circa il fatto che in origine i palestinesi rifiutarono l’ipotesi dei due stati. Sono testimone della pluridecennale criminale sofferenza del popolo cisgiodano stante quanto mi ha riferito per oltre 25 anni un mio amico architetto che ogni anno andava a lavorare gratuitamente per I Salesiani di Betlemme.Gli eventi che riportava avevano tutti le caratteristiche del genocidio

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