
I media occidentali portavoci dell’élite neoliberale al vertice della UE e dei Paesi che la compongono, ci descrivono la condotta degli USA in politica estera, con le imprese belliche in Venezuela, poi l’attacco militare all’Iran, comprese la questione groenlandese, le pesanti critiche ai membri europei della NATO e le aperture a Mosca, come atti determinati dalla sola volontà di Donald Trump. Dietro alle sue decisioni, ora contraddittorie, ora improvvisate, senza chiare motivazioni, c’è la natura di un personaggio sempre alla ricerca di protagonismo, di una narcisistica attenzione, quando non si tratta del tentativo di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica da spiacevoli fatti che lo hanno coinvolto nella vita privata; c’è, inoltre, la sua aspettativa che dalle imprese belliche possano scaturire ricadute economiche o speculative vantaggiose anche per le proprie tasche.
Chi in Europa la pensa in tal modo dovrebbe interrogarsi sull’imprudenza di avere sempre confidato e sul continuare a confidare negli USA per la propria sicurezza, su un Paese di enorme potenza militare che, per ben due volte, avrebbe consegnato il potere a un folle o ad un irresponsabile che mette in pericolo l’intero pianeta.
In materia, però, ci dicono gli esperti di geopolitica che Donald Trump, Benjamin Netanyahu, Vladimir Putin e Xi Jinping, sebbene certamente abbiano un ruolo rilevante nella gestione del proprio Paese, tuttavia non possono imporre ad esso ogni loro volontà.
Dietro alle strategie di politica internazionale di ogni grande potenza, o forse è meglio dire di ogni impero, c’è sempre una lunga storia con radici che risalgono a tempi lontani. C’è, inoltre, (indipendentemente dal sistema istituzionale) una struttura di potere (composta di agenzie di sicurezza, di vertici militari, burocratici, diplomatici, e di funzionari di vario livello) che si ritiene depositaria dei valori che permeano la storia della nazione, una struttura che cerca di mantenere in linea con essi la traiettoria delle condotte internazionali del proprio Paese.
Per ora, occupiamoci dell’impero americano, un impero marittimo (come era quello britannico) che intende controllare vaste aree planetarie, a differenza degli imperi di terra ferma, che hanno ambizioni più modeste riguardanti territori contigui o prossimi, motivate da presunte ragioni di sicurezza, di affinità culturale o di vitali interessi economici.
L’America, inoltre, è contrassegnata da un complesso intreccio di radici religiose e ideologiche che si traduce nella convinzione di essere una nazione unica, eccezionale, destinata a guidare il mondo, e ad esportarvi il proprio modello culturale, politico ed economico.
Per i puritani, le affermazioni ottenute nella vita degli individui sono considerate segno di predilezione divina. Così, nella mentalità americana, il Destino Manifesto della propria nazione è confermato dai molti risultati positivi ottenuti nel corso della storia: l’incontrastata espansione territoriale nel continente nordamericano, le vittorie nella Prima e Seconda guerra mondiale, e nella guerra fredda con l’URSS, gli obiettivi tecnologici e spaziali raggiunti con i primi uomini inviati sulla Luna.
Tuttavia, già a partire dagli anni Sessanta, non sempre il successo ha arriso alla Nazione Eletta. Nel Vietnam, gli Stati Uniti, dopo una sanguinosa guerra, hanno sostanzialmente perso. Poi, hanno fatto magre figure in interventi locali, come in Libano nel 1984 e Somalia nel 1992; non sono riusciti a controllare l’Iraq, lasciato nel caos dopo l’invasione del 2003 e l’eliminazione di Saddam Hussein, ed infine, hanno abbandonato l’Afghanistan nel 2021, sconfitti dai talebani.
Nel Paese e nelle strutture di potere, pertanto, si sono progressivamente manifestati dubbi sulla strada fino ad allora intrapresa, e si è aperto un confronto sul che fare, tenuto conto dei costi economici, di quelli umani, e del peso ricadente sui ceti popolari per il mantenimento della leadership planetaria.
Fra la gente comune, si è andato affermando il rifiuto di fare i poliziotti del mondo, un rifiuto di cui negli ultimi tempi si è fatto interprete il movimento MAGA, mentre nelle strutture di potere è rimasta prevalente la convinzione che non sia ancora tempo di rinunciare al protagonismo in campo internazionale, una posizione quest’ultima in particolare sostenuta sia dai cosiddetti neo-conservatori repubblicani (ante Trump), sia dai sostenitori del messianesimo, prevalenti fra i democratici.
In questa situazione, si spiega il pendolarismo fra isolazionismo ed interventismo di Trump, un personaggio pieno di sé che vuol apparire protagonista pur non possedendo una salda visione geopolitica: ha compreso che l’unipolarismo non è più sostenibile, ma ha difficoltà a porre dei limiti al suo desiderio di agire. Finisce, pertanto, di lasciarsi influenzare da chi al momento prevale, mettendo il proprio cappello sopra le opzioni vincenti per apparire il comandante che opera in solitudine.
Partito da posizioni isolazioniste (che gli hanno garantito il successo elettorale nelle due elezioni presidenziali), poi, condizionato dal Dipartimento di Stato (guidato dal neo-conservatore Marco Rubio, un falco aggressivo e interventista) e dall’intelligence, ha fatto progressivi passi indietro riportandosi sulla vecchia strada a sostegno della leadership planetaria,
In un primo tempo, l’esecutivo ha intrapreso interventi su fronti già aperti: le azioni contro gli huthi in Yemen, i blitz contro i gruppi residui dello Stato Islamico in Siria ed Iraq, e i raid contro il ramo Isis presente in Somalia. Poi, con il pretesto di difendere i cristiani in Nigeria, sono stati lanciati missili contro i miliziani jihadisti presenti nel nord-ovest del Paese, un intervento per dare un segnale di presenza, un avvertimento, nell’area saheliana, dettato dalle preoccupazioni dell’intelligence per la crescente influenza russa, cinese e turca nel territorio, dopo il ritiro francese.
Nel frattempo, lo sguardo si è spostato sul continente americano, in specie sull’America Latina, da sempre considerata il cortile di casa, alla quale si ritiene sia venuto il tempo di imporre in maniera esplicita, e talora brutale, la piena soggezione agli interessi e alla volontà di Washington.
A favorire tale passo, ha avuto peso il mutato clima politico intervenuto, da qualche anno, nell’America Latina, con l’accantonamento dell’antimperialismo che aveva a lungo caratterizzato larga parte delle classi popolari, e dei governi di vari Paesi. Oggi, anche per lo spazio crescente delle conversioni a un evangelismo di matrice pentecostale, largamente sostenuto e finanziato da Washington, ci sono state le svolte filoamericane di Argentina, Cile, Bolivia, Ecuador. Perfino il Brasile (in teoria un potenziale antagonista per dimensione territoriale, demografica ed economica), con Jair Bolsonaro, si era aperto all’abbraccio statunitense, ed ora, con Luiz Lula da Silva, si mantiene molto prudente e timido nei confronti di Washington. Solo il Messico non pare farsi sedurre, nutrendo, pur a distanza di due secoli, ancora un qualche risentimento verso chi lo aveva sconfitto, privandolo di oltre metà del territorio, umiliato e occupato.
Accantonato, per ora, il Messico, l’attenzione di Washington si è rivolta al Venezuela, paese ricco di petrolio, che dal 1999 con Hugo Chavez aveva assunto una politica antimperialista e filo cubana, Morto Chavez, un personaggio di indubbie capacità e prestigio, è subentrato alla presidenza Nicolàs Maduro, uomo privo di carisma, non all’altezza della difficile situazione del Paese, e scarsamente amato anche dai militanti del suo partito.
Pertanto, il successo è stato facile, anche perché l’America, dopo avere sempre sostenuto l’ingorda minoranza bianca contro la sfruttata maggioranza meticcia, questa volta ha capito che era bene assicurare a quest’ultima il mantenimento del potere (conquistato con Chavez) se essa avesse abbandonato la condotta ostile e avesse pienamente rispettato gli interessi yankee.
La facile vittoria conseguita ha risvegliato le aspettative di quanti sostengono che l’egemonia nel continente sia frutto di quel sempre citato destino manifesto, evidenziando pertanto una postura assertiva e di potenza, che talora si spinge oltre l’America Latina. Così, la bilancia, nel confronto fra isolazionisti e bellicosi sostenitori dell’eccezionalità americana, si è spostata a favore di questi ultimi.
Di conseguenza Trump ha finito per cedere alle pressioni interventiste israeliane e dei neo-conservatori, (nella versione ibridata che oggi li unisce ai democratici sostenitori dell’esportazione dei valori americani), sionisti israeliani e neo-conservatori americani accomunati dalla identica visione messianica ed escatologica dei destini dei propri Paesi.
Ma l’Iran non è il Venezuela. È un Paese con un passato imperiale di 1.622.000 kmq con 90 milioni di abitanti. Infatti, malgrado le pesanti distruzioni subite, per ora sembra resistere. Il regime non crolla perché è radicato in una significativa parte della popolazione, e perché anche i giovani persiani, che pur detestano la teocrazia e la brutalità degli apparati governativi, non vogliono vedere il proprio Paese nelle mani degli americani, da sempre poco amati, o peggio di Israele. Si aggiunga che la più parte delle numerose etnie minoritarie che compongono il vasto Paese teme, almeno per ora, il caos e la guerra civile od interetnica che seguirebbero alla frantumazione dell’Iran, a cui mira Israele e parte della dirigenza di Washington.
Non sappiamo per ora che cosa accadrà. La tregua non reggerà, oppure potrà durare e trasformarsi in un accordo di pace, anche se qui, come in tutto il Medio Oriente, nessun problema è stato risolto? Washington riterrà di aver comunque raggiunto il suo obiettivo, pur a costi molto più elevati di quelli previsti, e nonostante la permanenza al potere del regime? O, al contrario, il modesto risultato ottenuto finirà per apparire un segno di debolezza?
Diverse sono le rappresentazioni della situazione fornite dai mezzi di informazione europei.
Chi presenta l’intervento in Iran, quello in Venezuela, e il ridimensionamento di Hamas, a Gaza, ed Hezbollah, in Libano, come dimostrazioni dell’incontrastata potenza militare e politica americana, ritiene positiva e vincente la condotta dell’esecutivo di Washington, e invoca una ricomposizione dell’unità dell’Occidente.
Altri, maggioritari, invece considerano uno smacco per detto esecutivo non essere riuscito a realizzare un cambio di regime a Teheran, e altrettanto smacco le pesanti ricadute sull’intera economia mondiale a seguito della penuria e del forte rincaro dei prodotti petroliferi e del gas, causati dal conflitto; si aggiunga la perdita di immagine degli USA che ha azzerato quel soft power, rilevante elemento a sostegno del primato statunitense.
I molti che in Europa condividono il giudizio negativo sull’intervento in Iran, e auspicano un cambio al vertice di Washington, si aspettano da ciò cambiamenti in molti ambiti. Tuttavia, l’atteso mutamento di politica internazionale potrebbe essere prevalentemente di forma, nelle modalità in cui sono trattate le questioni, perché, nella sostanza, resterebbe sempre aperta quella di fondo.
Un impero marittimo, quale quello americano, percepisce come una minaccia alla propria sopravvivenza strategica qualsiasi chiusura o controllo di aree continentali da parte degli imperi di terra ferma e degli Stati che intendono restare sovrani in casa propria mantenendo una ereditata identità culturale. Quindi resta una illusione ogni prospettiva di durevole convivenza pacifica finché non si affermerà pienamente un equilibrato assetto multipolare, sperando, in tale caso, che l’Europa vorrà far parte di un tale consesso come soggetto unitario ed autonomo.
Chi in Europa la pensa in tal modo dovrebbe interrogarsi sull’imprudenza di avere sempre confidato e sul continuare a confidare negli USA per la propria sicurezza, su un Paese di enorme potenza militare che, per ben due volte, avrebbe consegnato il potere a un folle o ad un irresponsabile che mette in pericolo l’intero pianeta.
In materia, però, ci dicono gli esperti di geopolitica che Donald Trump, Benjamin Netanyahu, Vladimir Putin e Xi Jinping, sebbene certamente abbiano un ruolo rilevante nella gestione del proprio Paese, tuttavia non possono imporre ad esso ogni loro volontà.
Dietro alle strategie di politica internazionale di ogni grande potenza, o forse è meglio dire di ogni impero, c’è sempre una lunga storia con radici che risalgono a tempi lontani. C’è, inoltre, (indipendentemente dal sistema istituzionale) una struttura di potere (composta di agenzie di sicurezza, di vertici militari, burocratici, diplomatici, e di funzionari di vario livello) che si ritiene depositaria dei valori che permeano la storia della nazione, una struttura che cerca di mantenere in linea con essi la traiettoria delle condotte internazionali del proprio Paese.
Per ora, occupiamoci dell’impero americano, un impero marittimo (come era quello britannico) che intende controllare vaste aree planetarie, a differenza degli imperi di terra ferma, che hanno ambizioni più modeste riguardanti territori contigui o prossimi, motivate da presunte ragioni di sicurezza, di affinità culturale o di vitali interessi economici.
L’America, inoltre, è contrassegnata da un complesso intreccio di radici religiose e ideologiche che si traduce nella convinzione di essere una nazione unica, eccezionale, destinata a guidare il mondo, e ad esportarvi il proprio modello culturale, politico ed economico.
Per i puritani, le affermazioni ottenute nella vita degli individui sono considerate segno di predilezione divina. Così, nella mentalità americana, il Destino Manifesto della propria nazione è confermato dai molti risultati positivi ottenuti nel corso della storia: l’incontrastata espansione territoriale nel continente nordamericano, le vittorie nella Prima e Seconda guerra mondiale, e nella guerra fredda con l’URSS, gli obiettivi tecnologici e spaziali raggiunti con i primi uomini inviati sulla Luna.
Tuttavia, già a partire dagli anni Sessanta, non sempre il successo ha arriso alla Nazione Eletta. Nel Vietnam, gli Stati Uniti, dopo una sanguinosa guerra, hanno sostanzialmente perso. Poi, hanno fatto magre figure in interventi locali, come in Libano nel 1984 e Somalia nel 1992; non sono riusciti a controllare l’Iraq, lasciato nel caos dopo l’invasione del 2003 e l’eliminazione di Saddam Hussein, ed infine, hanno abbandonato l’Afghanistan nel 2021, sconfitti dai talebani.
Nel Paese e nelle strutture di potere, pertanto, si sono progressivamente manifestati dubbi sulla strada fino ad allora intrapresa, e si è aperto un confronto sul che fare, tenuto conto dei costi economici, di quelli umani, e del peso ricadente sui ceti popolari per il mantenimento della leadership planetaria.
Fra la gente comune, si è andato affermando il rifiuto di fare i poliziotti del mondo, un rifiuto di cui negli ultimi tempi si è fatto interprete il movimento MAGA, mentre nelle strutture di potere è rimasta prevalente la convinzione che non sia ancora tempo di rinunciare al protagonismo in campo internazionale, una posizione quest’ultima in particolare sostenuta sia dai cosiddetti neo-conservatori repubblicani (ante Trump), sia dai sostenitori del messianesimo, prevalenti fra i democratici.
In questa situazione, si spiega il pendolarismo fra isolazionismo ed interventismo di Trump, un personaggio pieno di sé che vuol apparire protagonista pur non possedendo una salda visione geopolitica: ha compreso che l’unipolarismo non è più sostenibile, ma ha difficoltà a porre dei limiti al suo desiderio di agire. Finisce, pertanto, di lasciarsi influenzare da chi al momento prevale, mettendo il proprio cappello sopra le opzioni vincenti per apparire il comandante che opera in solitudine.
Partito da posizioni isolazioniste (che gli hanno garantito il successo elettorale nelle due elezioni presidenziali), poi, condizionato dal Dipartimento di Stato (guidato dal neo-conservatore Marco Rubio, un falco aggressivo e interventista) e dall’intelligence, ha fatto progressivi passi indietro riportandosi sulla vecchia strada a sostegno della leadership planetaria,
In un primo tempo, l’esecutivo ha intrapreso interventi su fronti già aperti: le azioni contro gli huthi in Yemen, i blitz contro i gruppi residui dello Stato Islamico in Siria ed Iraq, e i raid contro il ramo Isis presente in Somalia. Poi, con il pretesto di difendere i cristiani in Nigeria, sono stati lanciati missili contro i miliziani jihadisti presenti nel nord-ovest del Paese, un intervento per dare un segnale di presenza, un avvertimento, nell’area saheliana, dettato dalle preoccupazioni dell’intelligence per la crescente influenza russa, cinese e turca nel territorio, dopo il ritiro francese.
Nel frattempo, lo sguardo si è spostato sul continente americano, in specie sull’America Latina, da sempre considerata il cortile di casa, alla quale si ritiene sia venuto il tempo di imporre in maniera esplicita, e talora brutale, la piena soggezione agli interessi e alla volontà di Washington.
A favorire tale passo, ha avuto peso il mutato clima politico intervenuto, da qualche anno, nell’America Latina, con l’accantonamento dell’antimperialismo che aveva a lungo caratterizzato larga parte delle classi popolari, e dei governi di vari Paesi. Oggi, anche per lo spazio crescente delle conversioni a un evangelismo di matrice pentecostale, largamente sostenuto e finanziato da Washington, ci sono state le svolte filoamericane di Argentina, Cile, Bolivia, Ecuador. Perfino il Brasile (in teoria un potenziale antagonista per dimensione territoriale, demografica ed economica), con Jair Bolsonaro, si era aperto all’abbraccio statunitense, ed ora, con Luiz Lula da Silva, si mantiene molto prudente e timido nei confronti di Washington. Solo il Messico non pare farsi sedurre, nutrendo, pur a distanza di due secoli, ancora un qualche risentimento verso chi lo aveva sconfitto, privandolo di oltre metà del territorio, umiliato e occupato.
Accantonato, per ora, il Messico, l’attenzione di Washington si è rivolta al Venezuela, paese ricco di petrolio, che dal 1999 con Hugo Chavez aveva assunto una politica antimperialista e filo cubana, Morto Chavez, un personaggio di indubbie capacità e prestigio, è subentrato alla presidenza Nicolàs Maduro, uomo privo di carisma, non all’altezza della difficile situazione del Paese, e scarsamente amato anche dai militanti del suo partito.
Pertanto, il successo è stato facile, anche perché l’America, dopo avere sempre sostenuto l’ingorda minoranza bianca contro la sfruttata maggioranza meticcia, questa volta ha capito che era bene assicurare a quest’ultima il mantenimento del potere (conquistato con Chavez) se essa avesse abbandonato la condotta ostile e avesse pienamente rispettato gli interessi yankee.
La facile vittoria conseguita ha risvegliato le aspettative di quanti sostengono che l’egemonia nel continente sia frutto di quel sempre citato destino manifesto, evidenziando pertanto una postura assertiva e di potenza, che talora si spinge oltre l’America Latina. Così, la bilancia, nel confronto fra isolazionisti e bellicosi sostenitori dell’eccezionalità americana, si è spostata a favore di questi ultimi.
Di conseguenza Trump ha finito per cedere alle pressioni interventiste israeliane e dei neo-conservatori, (nella versione ibridata che oggi li unisce ai democratici sostenitori dell’esportazione dei valori americani), sionisti israeliani e neo-conservatori americani accomunati dalla identica visione messianica ed escatologica dei destini dei propri Paesi.
Ma l’Iran non è il Venezuela. È un Paese con un passato imperiale di 1.622.000 kmq con 90 milioni di abitanti. Infatti, malgrado le pesanti distruzioni subite, per ora sembra resistere. Il regime non crolla perché è radicato in una significativa parte della popolazione, e perché anche i giovani persiani, che pur detestano la teocrazia e la brutalità degli apparati governativi, non vogliono vedere il proprio Paese nelle mani degli americani, da sempre poco amati, o peggio di Israele. Si aggiunga che la più parte delle numerose etnie minoritarie che compongono il vasto Paese teme, almeno per ora, il caos e la guerra civile od interetnica che seguirebbero alla frantumazione dell’Iran, a cui mira Israele e parte della dirigenza di Washington.
Non sappiamo per ora che cosa accadrà. La tregua non reggerà, oppure potrà durare e trasformarsi in un accordo di pace, anche se qui, come in tutto il Medio Oriente, nessun problema è stato risolto? Washington riterrà di aver comunque raggiunto il suo obiettivo, pur a costi molto più elevati di quelli previsti, e nonostante la permanenza al potere del regime? O, al contrario, il modesto risultato ottenuto finirà per apparire un segno di debolezza?
Diverse sono le rappresentazioni della situazione fornite dai mezzi di informazione europei.
Chi presenta l’intervento in Iran, quello in Venezuela, e il ridimensionamento di Hamas, a Gaza, ed Hezbollah, in Libano, come dimostrazioni dell’incontrastata potenza militare e politica americana, ritiene positiva e vincente la condotta dell’esecutivo di Washington, e invoca una ricomposizione dell’unità dell’Occidente.
Altri, maggioritari, invece considerano uno smacco per detto esecutivo non essere riuscito a realizzare un cambio di regime a Teheran, e altrettanto smacco le pesanti ricadute sull’intera economia mondiale a seguito della penuria e del forte rincaro dei prodotti petroliferi e del gas, causati dal conflitto; si aggiunga la perdita di immagine degli USA che ha azzerato quel soft power, rilevante elemento a sostegno del primato statunitense.
I molti che in Europa condividono il giudizio negativo sull’intervento in Iran, e auspicano un cambio al vertice di Washington, si aspettano da ciò cambiamenti in molti ambiti. Tuttavia, l’atteso mutamento di politica internazionale potrebbe essere prevalentemente di forma, nelle modalità in cui sono trattate le questioni, perché, nella sostanza, resterebbe sempre aperta quella di fondo.
Un impero marittimo, quale quello americano, percepisce come una minaccia alla propria sopravvivenza strategica qualsiasi chiusura o controllo di aree continentali da parte degli imperi di terra ferma e degli Stati che intendono restare sovrani in casa propria mantenendo una ereditata identità culturale. Quindi resta una illusione ogni prospettiva di durevole convivenza pacifica finché non si affermerà pienamente un equilibrato assetto multipolare, sperando, in tale caso, che l’Europa vorrà far parte di un tale consesso come soggetto unitario ed autonomo.
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