Eurosuicidio?



Andrea Griseri    15 Maggio 2026       0

Il libro di Gabriele Guzzi, che reca il titolo tagliente, provocatorio, di Eurosuicidio è introdotto dalla prefazione di Lucio Caracciolo, direttore di “Limes”, la miglior rivista italiana di geopolitica, che riferisce di un incontro avuto con un tedesco alto esponente europeo; gli chiese: “per quale motivo avete corso il rischio di accogliere l’Italia nell’area euro?” La risposta riassume un intero trattato di storia e di psicologia etnica: “Wir wollten euch nordifizieren! Volevamo “nordificarvi”!

In Italia le spinte propulsive delle correnti ideali che avevano animato il lungo percorso della prima Repubblica si andavano esaurendo, il sistema era caduto nelle reti da esso stesso intessute (il potere, contrariamente a ciò che Andreotti amava ripetere, aveva logorato i partiti di governo), la magistratura aveva assunto la funzione di supplenza di una politica tramortita, i comunisti non credevano più nella rivoluzione anticapitalista e anzi si preparavano a sostituire la città futura con il mercato: Guzzi scrive al proposito che la prospettiva europea apparve simile a un’ancora di salvezza, un deus ex machina capace di condurci oltre il deserto; non vi fu lo spazio mentale per valutare con freddezza i vantaggi e gli inconvenienti di un’adesione accelerata al complesso delle regole europee e poi alla moneta unica ma solo un acritico entusiasmo venato di riverberi quasi messianici.

Il libro di Gabriele Guzzi, giovane economista (insegna Economia dell’integrazione europea all’Università di Cassino ed è Dottore di ricerca presso Roma Tre) articolato in 6 capitoli analizza i difetti intrinseci alla costruzione dell’unione monetaria, le trappole a cui l’Italia si è (in)consapevolmente consegnata, le conseguenti ricadute sul mancato sviluppo e sulla crescita del debito pubblico del Paese, le possibili strategie per invertire la rotta senza cercare scorciatoie populiste ma dando anzi sostanza agli ideali dei padri fondatori. Cosa che oltretutto in questi tempi bellici e difficili converrebbe anche ai Paesi più forti e frugali dell’area Euro: la crisi della Germania è moneta corrente nei titoli dei quotidiani. Guzzi non è solo economista ma anche filosofo e propone una lettura interessante degli aspetti culturali e antropologici (lui parla addirittura di Teologia politica) sottesi all’attuale progetto europeo.

In genere chi è fuori dal coro urla per farsi ascoltare, lui al contrario propone argomenti che sarebbe sciocco continuare ad eludere con indifferenza. Provocazioni, certo, ma dipanate con sapiente eleganza, che talora possono spiacere e spiazzare: non è forse questo il metodo socratico che ha guidato le traiettorie evolutive del pensiero occidentale?

Difficile fare una sintesi di un testo ricco di dati, tecnico ma chiaro nell’esposizione.

Guzzi intende sfatare alcuni assiomi comunemente considerati indiscutibili: il debito pubblico italiano non è originato dalla nostra natura di cicale scervellate che spendono allegramente a differenza delle frugali formichine nordeuropee. Il debito aumenta a seguito dell’apprezzamento della lira finalizzato a rispettare i requisiti richiesti dall’adesione allo SME nel 1979 (istituzione del sistema dei cambi fissi) e poi nel 1996 (l’Italia era temporaneamente uscita dal sistema dopo la crisi del 1992): l’aumento dei tassi di interesse ne è la vera causa sostiene Guzzi. L’Italia ha rinunciato allo strumento della svalutazione monetaria, pratica che sul piano mediatico venne svilita a mero sotterfugio: dimenticando che Keynes sosteneva che “il valore esterno di una valuta deve corrispondere a quello stabilito dalle politiche domestiche”.

Ricorda che l’Italia, con il consenso di Confindustria guidata allora da Agnelli, aveva approvato nel 1975 il punto unico di convergenza (copertura salariale dell’inflazione) perché il cambio flessibile consentiva il recupero della competitività esterna: in seguito il sistema dei cambi fissi deviò la manovra di recupero dalla dimensione monetaria a quella salariale e sociale, sostiene. Negli anni ’80 Andreatta (ministro del Tesoro) e Ciampi (governatore di Banca d’Italia) ebbero uno scambio epistolare in cui convennero di sollevare quest’ultima dall’onere di acquistare i titoli di Stato rimasti invenduti, Draghi stesso riconobbe che “questa decisione era solo apparentemente tecnica ma rivestiva un carattere politico”: sostiene Guzzi che in tal modo furono “ridefiniti i conflitti e i confini tra gli organi dello Stato”, quasi un cambiamento costituzionale irrituale. Ma non fu, sostiene, una congiura ordita tra un ministro e un governatore bensì la conseguenza della necessità di sostenere il valore della lira imposto dall’adesione allo SME: con pesanti ricadute sulla competitività del nostro prodotto e sulla spesa sociale. Il vincolo interno perse ogni legittimità rispetto al vincolo esterno, sostiene. Il debito pubblico (lo evidenzia benissimo un grafico del FMI) esplose e per alcuni anni, illusoriamente, la politica continuò a gestire il bilancio dello Stato pur avendo in mano una pistola ad acqua anziché il bazooka del tasso di sconto.

La rovinosa stagione delle privatizzazioni ne fu una conseguenza ulteriore: 152 miliardi di proventi ci collocano al secondo posto nella classifica mondiale dietro al solo Giappone (dati Corte dei conti e Privatization barometer). In molti casi si trattò di una svendita di asset pubblici che valevano molto di più, sostiene: la crisi dell’IRI degli anni ’80 aveva per esempio occasionato dismissioni molto più oculate e mirate; certo, gli slogan privatistici che fiorivano sulle labbra di politici e giornalisti si ispiravano all’arrembante pensiero neoliberista di moda negli anni ’90 ma la causa dell’operazione non è riconducibile a semplici suggestioni ideologiche: era la frenesia di agganciare ad ogni costo il convoglio che puntava diritto verso il traguardo della moneta unica, sostiene. E sostiene anche che noi italiani siamo stati più realisti del Re, i compiti a casa che “ci chiedeva l’Europa” li abbiamo fatti benissimo, anche troppo!

Questa nazione mediterranea e troppo“spendacciona” (secondo i frugali nordici) ha accumulato tra il 1992 e il 2000 ben 1200 miliardi di euro di “avanzi primari” (differenza fra entrate e spese dello Stato escludendo gli interessi sul debito pubblico), la quota più elevata fra tutti i paesi dell’Unione; ed è impressionante, sostiene Guzzi, raffrontare il nostro “consolidamento fiscale” (combinazione di riduzione delle spese e aumento delle tasse) rapportato al PIL con quello degli altri Paesi: 21% l’Italia, 7% la Germania (ma con un minore impatto della tassazione) meno del 5% UK e Francia (entrambe con impatto basso sulla spesa e alto sulle tasse). Si consideri inoltre che L’Italia tra il 1994 e il 2020 è risultata contributrice netta dell’Europa (saldo fra versamenti e importi ricevuti) per 120 miliardi di euro: secondo Guzzi questa somma avrebbe potuto essere investita per migliorare la spesa sociale, sanitaria e le infrastrutture.

La curva dei salari reali (salario nominale rapportato al potere d’acquisto) che erano sostanzialmente allineati fino al 1991(=100) è rimasta piatta e tende ad abbassarsi (2023 < 100) a fronte della crescita in USA , UK (140), Francia e Germania (> 120); la percentuale dei contratti precari è cresciuta significativamente rispetto alla media OCSE (Fonte OCSE).

Guzzi sostiene che economisti del calibro di Solow, Modigliani, Blanchard e Paolo Baffi avevano messo in guardia i Paesi dell’Europa circa le “nefaste conseguenze” per i Paesi più fragili derivanti dall’adozione di un sistema di cambi fissi: Milton Friedman e Ralf Dahrendorf (appartenenti a scuole di pensiero molto diverse) avevano addirittura ammonito che l’unione monetaria avrebbe pregiudicato l’unione politica.

Questa è una sintesi parziale di alcuni dei principali argomenti esposti in un testo scorrevole, complesso e problematico che merita una lettura approfondita.

Ma al termine della parodia piuttosto malaccorta di Tabucchi (Sostiene Pereira, Feltrinelli 1994) mi sia consentito esprimere un’opinione personale.

Il dibattito sull’Europa è caratterizzato nel nostro Paese (ma non solo) da quel semplicistico manicheismo che avvelena il discorso politico e che noi popolari aborriamo, tanto è distante dal nostro approccio mentale (rifiuto di ogni dogmatismo, senso della complessità, pluralismo, dialogo, ascolto..). Assistiamo ogni giorno alla contrapposizione fra i sentimenti ostili, diffusi fra populisti e sovranisti d’ogni risma, all’integrazione europea considerata la causa di ogni male e una fede cieca nei riguardi di un’istituzione che dovrebbe risolvere miracolosamente ogni problema.

Il libro di Guzzi, a onta del titolo provocatorio, è estraneo a entrambi gli atteggiamenti e si limita ad analizzare le disfunzioni che a suo dire impediscono al grande progetto europeo di conseguire le sue finalità economiche e geopolitiche. Perché la Banca centrale non si comporta come una vera banca centrale, perché l’enfasi sulle misure austeritarie, perché non si pone mano seriamente all’edificazione di un’unione fiscale, perché non si prepara il terreno a un’efficace integrazione operativa interforze anziché creare, paradossalmente, nuovo debito con il progetto Rearm? Simili domande si pongono i cittadini europei più attenti, quelli che non si lasciano blandire dalla propaganda e riecheggiano nel rigore analitico del testo di Guzzi.

Ho letto un testo, redatto da una delle promotrici della recente Marcia per l’Europa, grondante retorica e supponenza: a un certo punto scrive che i “bradipi” (sic) che esprimono critiche al modello dovrebbero essere ridotti al silenzio. Un bel viatico democratico per un’Europa che a loro dire risolverebbe magicamente tutti i suoi problemi se solo rinunciasse all’unanimismo (ma ahimé non specificano quali procedure si vorrebbero proporre)!

Come aiutare l’Europa a ritrovare il ruolo che le spetta nello spazio geopolitico globale? Chiudendo gli occhi di fronte alle sue disfunzionalità, abbandonandosi a narrazioni dal sapore parareligioso? O affrontandole con spirito rigoroso e realismo come farebbe un bravo medico di fronte a un paziente non incurabile ma afflitto da una pluralità di patologie?


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