
La nostra Premier, nel suo discorso ai militari all’estero, ai quali tra l’altro va tutta la nostra riconoscenza (anche se a mio avviso sarebbe stata utile una distinzione tra forze schierate con la NATO, e forze di pace, meglio di peace keeping), ha ripreso il vetusto motto si vis pacem, para bellum, cioè chi vuole la pace prepari la guerra, spiegando che non è, come molti pensano, un messaggio bellicista, bensì un messaggio pragmatico. “Il senso – aggiunge la Presidente del Consiglio – è che solo una forza militare credibile allontana la guerra, perché la pace non arriva spontaneamente, la pace è soprattutto un equilibrio di potenze: la debolezza invita l’aggressore, la forza allontana l’aggressore”.
La Meloni dimostra chiaramente di non conoscere le più recenti rivisitazioni del motto latino, coniato da tal Publio Flavio Vegezio Renato alla fine del quarto secolo dopo Cristo. Ne cito alcune: si vis pacem, para pacem o ancor meglio, citando Stefano Zamagni, si vis pacem, para civitatem, ovvero se vuoi la Pace predisponi istituzioni di Pace, come ad esempio l’auspicabile Ministero della Pace.
L’ineffabile Premier, senza mai aver aperto al benché minimo tentativo diplomatico, voleva portarci alla vittoria finale senza peraltro avere nessuna, o quasi, reale capacità operativa. Ora punta, con l’Europa, al riarmo come deterrenza: in pratica vuol rimediare al primo errore con un errore ancora più grande. L’ipotizzato riarmo europeo (per il 2030?) ha già prodotto l’effetto scontato di portare la Russia a incrementare la produzione di armamenti, quindi esattamente l’opposto di quanto auspicato, e nel settore parte avvantaggiata. Secondo i condottieri di Bruxelles, la Russia, che non riesce ad occupare il Donbass, vorrebbe far rivivere il vecchio Impero, anzi conquistare tutta l’Europa. E ricordiamo anche che avere più carri armati, missili e truppe servirebbe a poco contro chi può contare su missili ipersonici con testate nucleari multiple che sembrerebbero non intercettabili.
Si dice che la storia sia maestra di vita, ma evidentemente ci sono troppi scolari ignoranti. “Vincere e vinceremo” è stato il motto di un personaggio che si è rivelato uno dei più assurdi e deleteri protagonisti della storia, un romagnolo sanguigno e tragicamente presupponente. ”Otto milioni di baionette non possono perdere una guerra”, frase che si commenta da sola per manifesta infondatezza, legata ad un folle e purtroppo cieco delirio di onnipotenza. Per coerenza ha quindi mandato nell’inferno del gelo russo centomila baionette, con stivali di cartone e gavette di ghiaccio, tra di loro “sergenti nella neve”, citando Mario Rigoni Stern. I sopravvissuti sono stati salvati e rifocillati dalle popolazioni russe, ma la storia non può insegnare nulla a chi è pieno di boria e orgoglio mal riposto. Altre perle tragicomiche del dittatore de noantri: “Spezzeremo le reni alla Grecia”, che non ci aveva fatto nulla, e che ci avrebbe massacrati se non ci fosse stato l’arrivo provvidenziale delle panzer divisionen. O anche: “Ho bisogno di qualche migliaio di morti per sedermi al tavolo della Pace”, scagliando divisioni nella Savoia contro i francesi già soccombenti ai tedeschi, anche qui con risultati disastrosi e con il seguente disprezzo dei cugini ancora palpabile: anche il povero Ferruccio Maramaldo non aveva insegnato niente.
In pratica, un perdente dai grandi limiti, con manifesta incapacità di comprendere le situazioni e palesemente succubo riverente e complessato di personalità più forti. Ben altra statura e intelligenza, o anche solo senso pratico e buon senso, quella del suo omologo spagnolo, il dittatore Franco, che riuscì a respingere la richiesta di Hitler ad entrare in guerra al suo fianco: dopo due giorni di discussioni accese su un treno al confine spagnolo, il dittatore tedesco rinunciò alle sue pretese e disse: “Preferirei farmi togliere quattro denti piuttosto che avere a che fare ancora con Franco”. E la Spagna fu salva!
E cosa fa il partito della Primo ministro: mette in bella vista la fiamma sul sarcofago del tristo figuro nel simbolo del partito. Se fosse seriamente intenzionata, come sembra, a seguire le orme del suo ispiratore, spero proprio che qualcuno riesca a fermarla. Penso inoltre che nel caso del suddetto simbolo possa essere configurato il reato di apologia di fascismo, condannato dalla nostra legislazione, e quindi il responsabile dovrebbe risponderne in tribunale.
(Tratto da www.politicainsieme.com)
La Meloni dimostra chiaramente di non conoscere le più recenti rivisitazioni del motto latino, coniato da tal Publio Flavio Vegezio Renato alla fine del quarto secolo dopo Cristo. Ne cito alcune: si vis pacem, para pacem o ancor meglio, citando Stefano Zamagni, si vis pacem, para civitatem, ovvero se vuoi la Pace predisponi istituzioni di Pace, come ad esempio l’auspicabile Ministero della Pace.
L’ineffabile Premier, senza mai aver aperto al benché minimo tentativo diplomatico, voleva portarci alla vittoria finale senza peraltro avere nessuna, o quasi, reale capacità operativa. Ora punta, con l’Europa, al riarmo come deterrenza: in pratica vuol rimediare al primo errore con un errore ancora più grande. L’ipotizzato riarmo europeo (per il 2030?) ha già prodotto l’effetto scontato di portare la Russia a incrementare la produzione di armamenti, quindi esattamente l’opposto di quanto auspicato, e nel settore parte avvantaggiata. Secondo i condottieri di Bruxelles, la Russia, che non riesce ad occupare il Donbass, vorrebbe far rivivere il vecchio Impero, anzi conquistare tutta l’Europa. E ricordiamo anche che avere più carri armati, missili e truppe servirebbe a poco contro chi può contare su missili ipersonici con testate nucleari multiple che sembrerebbero non intercettabili.
Si dice che la storia sia maestra di vita, ma evidentemente ci sono troppi scolari ignoranti. “Vincere e vinceremo” è stato il motto di un personaggio che si è rivelato uno dei più assurdi e deleteri protagonisti della storia, un romagnolo sanguigno e tragicamente presupponente. ”Otto milioni di baionette non possono perdere una guerra”, frase che si commenta da sola per manifesta infondatezza, legata ad un folle e purtroppo cieco delirio di onnipotenza. Per coerenza ha quindi mandato nell’inferno del gelo russo centomila baionette, con stivali di cartone e gavette di ghiaccio, tra di loro “sergenti nella neve”, citando Mario Rigoni Stern. I sopravvissuti sono stati salvati e rifocillati dalle popolazioni russe, ma la storia non può insegnare nulla a chi è pieno di boria e orgoglio mal riposto. Altre perle tragicomiche del dittatore de noantri: “Spezzeremo le reni alla Grecia”, che non ci aveva fatto nulla, e che ci avrebbe massacrati se non ci fosse stato l’arrivo provvidenziale delle panzer divisionen. O anche: “Ho bisogno di qualche migliaio di morti per sedermi al tavolo della Pace”, scagliando divisioni nella Savoia contro i francesi già soccombenti ai tedeschi, anche qui con risultati disastrosi e con il seguente disprezzo dei cugini ancora palpabile: anche il povero Ferruccio Maramaldo non aveva insegnato niente.
In pratica, un perdente dai grandi limiti, con manifesta incapacità di comprendere le situazioni e palesemente succubo riverente e complessato di personalità più forti. Ben altra statura e intelligenza, o anche solo senso pratico e buon senso, quella del suo omologo spagnolo, il dittatore Franco, che riuscì a respingere la richiesta di Hitler ad entrare in guerra al suo fianco: dopo due giorni di discussioni accese su un treno al confine spagnolo, il dittatore tedesco rinunciò alle sue pretese e disse: “Preferirei farmi togliere quattro denti piuttosto che avere a che fare ancora con Franco”. E la Spagna fu salva!
E cosa fa il partito della Primo ministro: mette in bella vista la fiamma sul sarcofago del tristo figuro nel simbolo del partito. Se fosse seriamente intenzionata, come sembra, a seguire le orme del suo ispiratore, spero proprio che qualcuno riesca a fermarla. Penso inoltre che nel caso del suddetto simbolo possa essere configurato il reato di apologia di fascismo, condannato dalla nostra legislazione, e quindi il responsabile dovrebbe risponderne in tribunale.
(Tratto da www.politicainsieme.com)
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