
Complimenti Giorgia Meloni, viene da dire dinanzi al nuovo record della nostra premier dopo quello di essere stata la prima donna ad approdare a palazzo Chigi. Il nuovo traguardo, raggiunto in questi giorni, è quello della durata del suo governo: il più longevo della storia repubblicana. Stabilità che, al di là del colore politico dell'esecutivo, va apprezzata essendo un po' l'indispensabile presupposto per condurre una valida azione governativa avendo un idoneo lasso di tempo a disposizione. Difficile davvero provare nostalgia per l'epoca in cui ogni anno l'Italia aveva un nuovo premier mentre nei summit internazionali gli alleati europei ed atlantici si presentavano, per un lustro almeno, con la stessa leadership.
Vale peraltro la pena rilevare come la stabilità meloniana si fondi sulle attuali regole parlamentari e che risulta quindi pretestuoso volerla conseguire ricorrendo ad inediti marchingegni istituzionali (premierato) o a forzature elettorali (abnormi premi di maggioranza e cose simili).
Dopo aver celebrato il record della nostra premier si rende ovviamente necessario valutare in che modo questo lungo ed eccezionale periodo di governo sia stato utilizzato. Si tratta di andare oltre il mero dato quantitativo per analizzare quello qualitativo e sotto questo aspetto le cose assumono un profilo assai diverso.
Siamo di fronte ad un esecutivo la cui durata non è infatti sorretta da contenuti adeguati. Chiariamo subito che, a dispetto di quanto afferma l'opposizione, non tutto è da buttare. Ad esempio, emerge una meritoria attenzione ai problemi della sicurezza che vengono incontro – qui il “campo largo” dovrebbe sul serio aprire una riflessione – ad esigenze sentite da larga parte degli stessi elettori di sinistra. Restano chiaramente assurdi i continui attacchi alla magistratura come se fosse questa a scrivere le leggi e non soltanto ad applicarle. Ma la verità è che la politica è spesso allergica a giudici realmente indipendenti.
Poco da dire sulla politica estera dove, salvo qualche colpevole sbavatura di marca sovranista (in ultimo la sospensione di Schengen), si stanno seguendo le classiche piste euroatlantiche che da sempre caratterizzano la nostra posizione internazionale. Ci si ritrova invece al buio pesto sulla restante attività di governo. Encomiabile aver tenuto in ordine i conti pubblici ma va sottolineato quanto fosse agevole allestire manovre finanziarie ricevendo ogni anno, dal 2022 ad oggi, le periodiche rate delle risorse Pnrr. Frutto – nessuno lo dimentichi – dell'impegno del tanto vituperato Giuseppe Conte.
Equilibri di bilancio a parte, sul fronte economico si registra il fallimento più completo a cominciare dall'assenza di qualsiasi politica industriale. La disoccupazione è ai minimi, e speriamo rimanga tale nonostante le situazioni di crisi lasciate a languire, ma i salari restano inadeguati. Non tocca al governo fissare i livelli salariali – anche se una soglia minimale stabilita per legge sarebbe più che opportuna – ma al governo tocca di sicuro dar vita ad una dinamica economica favorevole alla crescita produttiva e, quindi, salariale. E su questo è nebbia in val Padana.
La crescita va coniugata con la svolta ecologica ed energetica. E' infatti dalla riconversione ambientale che le imprese di molteplici comparti possono trovare nuovi e fruttiferi canali di investimento alimentando uno sviluppo sostenibile. Una politica degna di questo nome punterebbe su misure legislative e fiscali in linea con questo orizzonte e invece il governo è più carente che mai. Proprio su questa totale mancanza di visione a lungo termine l'attuale esecutivo mostra i suoi limiti più evidenti. Così come risulta assente un vero impegno per rilanciare la sanità pubblica e puntare su scuola e ricerca imprescindibili leve per il nostro avvenire.
Prevale piuttosto una logica di breve periodo come se l'azione politica potesse ridursi ad agevolare questo o quel segmento elettorale per ottenerne il consenso. Vi è un accondiscendere ai desiderata di alcune categorie (concessioni balneari, sussidi ambientalmente dannosi, flat tax sempre più estese, ecc...) senza inserire queste esigenze - di cui certamente occorre anche tener conto - nella più ampia prospettiva dell'interesse generale, fornendo al Paese un'autentica direzione di marcia. Per colmare questo grave deficit di progettualità si vogliono allora cambiare le regole del gioco elettorale. Un trucco che nasconde soltanto un vuoto politico senza precedenti.
Vale peraltro la pena rilevare come la stabilità meloniana si fondi sulle attuali regole parlamentari e che risulta quindi pretestuoso volerla conseguire ricorrendo ad inediti marchingegni istituzionali (premierato) o a forzature elettorali (abnormi premi di maggioranza e cose simili).
Dopo aver celebrato il record della nostra premier si rende ovviamente necessario valutare in che modo questo lungo ed eccezionale periodo di governo sia stato utilizzato. Si tratta di andare oltre il mero dato quantitativo per analizzare quello qualitativo e sotto questo aspetto le cose assumono un profilo assai diverso.
Siamo di fronte ad un esecutivo la cui durata non è infatti sorretta da contenuti adeguati. Chiariamo subito che, a dispetto di quanto afferma l'opposizione, non tutto è da buttare. Ad esempio, emerge una meritoria attenzione ai problemi della sicurezza che vengono incontro – qui il “campo largo” dovrebbe sul serio aprire una riflessione – ad esigenze sentite da larga parte degli stessi elettori di sinistra. Restano chiaramente assurdi i continui attacchi alla magistratura come se fosse questa a scrivere le leggi e non soltanto ad applicarle. Ma la verità è che la politica è spesso allergica a giudici realmente indipendenti.
Poco da dire sulla politica estera dove, salvo qualche colpevole sbavatura di marca sovranista (in ultimo la sospensione di Schengen), si stanno seguendo le classiche piste euroatlantiche che da sempre caratterizzano la nostra posizione internazionale. Ci si ritrova invece al buio pesto sulla restante attività di governo. Encomiabile aver tenuto in ordine i conti pubblici ma va sottolineato quanto fosse agevole allestire manovre finanziarie ricevendo ogni anno, dal 2022 ad oggi, le periodiche rate delle risorse Pnrr. Frutto – nessuno lo dimentichi – dell'impegno del tanto vituperato Giuseppe Conte.
Equilibri di bilancio a parte, sul fronte economico si registra il fallimento più completo a cominciare dall'assenza di qualsiasi politica industriale. La disoccupazione è ai minimi, e speriamo rimanga tale nonostante le situazioni di crisi lasciate a languire, ma i salari restano inadeguati. Non tocca al governo fissare i livelli salariali – anche se una soglia minimale stabilita per legge sarebbe più che opportuna – ma al governo tocca di sicuro dar vita ad una dinamica economica favorevole alla crescita produttiva e, quindi, salariale. E su questo è nebbia in val Padana.
La crescita va coniugata con la svolta ecologica ed energetica. E' infatti dalla riconversione ambientale che le imprese di molteplici comparti possono trovare nuovi e fruttiferi canali di investimento alimentando uno sviluppo sostenibile. Una politica degna di questo nome punterebbe su misure legislative e fiscali in linea con questo orizzonte e invece il governo è più carente che mai. Proprio su questa totale mancanza di visione a lungo termine l'attuale esecutivo mostra i suoi limiti più evidenti. Così come risulta assente un vero impegno per rilanciare la sanità pubblica e puntare su scuola e ricerca imprescindibili leve per il nostro avvenire.
Prevale piuttosto una logica di breve periodo come se l'azione politica potesse ridursi ad agevolare questo o quel segmento elettorale per ottenerne il consenso. Vi è un accondiscendere ai desiderata di alcune categorie (concessioni balneari, sussidi ambientalmente dannosi, flat tax sempre più estese, ecc...) senza inserire queste esigenze - di cui certamente occorre anche tener conto - nella più ampia prospettiva dell'interesse generale, fornendo al Paese un'autentica direzione di marcia. Per colmare questo grave deficit di progettualità si vogliono allora cambiare le regole del gioco elettorale. Un trucco che nasconde soltanto un vuoto politico senza precedenti.
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