Armi e sviluppo



Aldo Novellini    4 Maggio 2026       0

Il cardinale Roberto Repole, Arcivescovo di Torino, in occasione del 1° maggio, Festa dei Lavoratori, ha parlato del rischio di un'economia sbilanciata in modo eccessivo verso la produzione di armi. Un discorso certamente indirizzato al contesto torinese - dove gli investimenti in campo militare stanno in qualche modo soppiantando quelli nel settore automobilistico - ma che interessa, in realtà, l'Italia intera perché questo fenomeno ha un carattere nazionale. E non si tratta, come ha fatto la classe dirigente subalpina, e farebbe quella nazionale, di sottolineare che la difesa non è la guerra.

Lo sappiamo bene tutti – e l'Arcivescovo per primo – che vi sono delle esigenze connesse alla difesa dalle quali non si può sfuggire e che è necessario investire anche in quella direzione. Non è questo aspetto – da tutti assodato – ad essere in discussione. Il problema è che stiamo assistendo ad una strisciante legittimazione di una corsa agli armamenti come elemento centrale dello sviluppo. Passo successivo, e già ci siamo vicini, è il bieco ricatto tra mantenimento dei posti di lavoro e incremento della produzione delle armi. Un settore militare che si autopromuove ad imprescindibile snodo della nostra economia.

Ed è questo ad essere inaccettabile. Lo è perché crea ed alimenta un clima propizio all'avventurismo bellico, quasi che questo sia ineluttabile. La guerra, anche su un piano culturale, diviene cioè non più qualcosa di anomalo da rifuggere o quanto meno da circoscrivere ma la prassi con cui si immagina di risolvere i problemi tra le nazioni. Un colpo esiziale a quella distensione internazionale che, pur tra innumerevoli e colpevoli smagliature, ha fatto da bussola nei decenni successivi alla Seconda guerra mondiale e che i colpi di mano americano in Iran e russo in Ucraina hanno già messo ampiamente a soqquadro.

La classe politica italiana ed europea non può accogliere passivamente una logica per cui la crescita economica dipenda in modo meccanico da quella dell'industria delle armi. In parte è già così, ma proprio per questo occorre porvi freno e battere altre strade per avviare un diverso sviluppo. Molti altri settori richiedono investimenti e sarebbero fonti di profitto se supportati da politiche economiche degne di questo nome: lotta al riscaldamento climatico, energie alternative, mobilità elettrica, agricoltura sostenibile, tutela delle risorse idriche, ricerca sanitaria. Assai vasta è la scelta, senza arrendersi a che la salvaguardia di occupazione e salari sia affidata al solo comparto delle armi.

E non si dica che è la difesa europea - pur indispensabile per garantire una nostra futura autonomia rispetto agli Stati Uniti - a richiedere questa corsa al riarmo (un piano da 800 miliardi in quattro anni), perchè prima di tutto si tratta di razionalizzare la produzione dei ventisette Paesi Ue e non di moltiplicare per ventisette la spesa stessa. Senza un'economia di scala su mezzi ed attrezzature militari arriveranno, per ineludibili ragioni di bilancio, tagli sulla sanità pubblica, sull'istruzione, sulle politiche abitative ed ambientali.

Sarebbe davvero miope credere che una crescita fondata sugli armamenti possa migliorare la nostra vivibilità. Pochi decimali di Pil non bastano per lasciare che siano le opzioni belliciste ad orientare decisioni politiche ed economiche. Attenzione quindi a prestare ascolto ai pifferai magici che su un'incontrollata spinta verso gli armamenti ritengono di costruire il nostro sviluppo.


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