
Assistiamo a frequenti atti violenti messi in atto per motivi futili in specie da giovani, mentre sono quasi quotidiani i femminicidi da parte di maschi che non accettano di essere respinti o lasciati, unitamente alle violenze e agli stupri, sia in ambito domestico, sia nei più disparati luoghi ad opera di sconosciuti.
Sento dire che la strada per combattere tali tragici eventi passa per l’educazione soprattutto tramite la scuola, con un intenso programma di educazione civica, e lezioni di condotta affettiva e sessuale.
Così ci dicono gli esperti ma, da semplice genitore che, pur non competente, ha dovuto affrontare tale compito, dubito che sia sufficiente tale strategia per raggiungere l’obiettivo. In primo luogo, mi pongo delle domande: che cosa significa educare, chi deve svolgere tale compito, quali mezzi si devono utilizzare?
Parto dall’etimologia della parola “educare”. Significa “tirare fuori”. Chi, e da che cosa?
Il significato primo, riguarda il tirare fuori gradualmente il giovane dall’ambiente protetto che gli è necessario nel primo periodo di esistenza. Le cure parentali forniscono tutto quanto è indispensabile alla sopravvivenza del bambino, ma ben presto (lo vediamo anche negli animali) hanno inizio gli insegnamenti per gestirsi, a partire dalle funzioni più elementari fino a come procurasi le cose più necessarie. Nel contempo, occorre far comprendere al giovane la realtà che lo circonda, mai facile da affrontare: nulla è dato senza impegno e fatica; sovente non si può ottenere ciò che si desidera; ci sono limiti; bisogna saper rinunciare ed accettare le sconfitte. In tal modo, i giovani imparano a camminare con le proprie gambe, così da poter guardare avanti verso il futuro.
Che cosa c’entra questo discorso con l’esigenza di fermare la violenza e i femminicidi?
Sento continuamente dire che, alla base degli episodi di violenza di cui sono vittime soprattutto le donne, c’è il permanere di una secolare cultura patriarcale. Patriarcale è una famiglia plurigenerazionale di cui il patriarca (il maschio più anziano) ha il pieno controllo, sia sui membri femminili che maschili. Forse sarebbe più appropriato parlare di maschilismo in una società dove la famiglia, quando c’è, è nucleare.
Ma il facile ricorso alla violenza che caratterizza i maschi è solamente di ordine culturale (come sembra venir ipotizzato) o c’è dell’altro?
In tutti i Paesi del mondo, oltre il 90% dei carcerati per reati violenti è composto da maschi. Ne è responsabile la cultura patriarcale allorché le vittime sono di entrambi i sessi?
Secondo gli etologi, l’aggressività (che, se incontrollata, può condurre alla violenza) è una caratteristica prevalentemente maschile presente in tutto il corso del nostro processo evolutivo.
Molteplici sono le finalità dell’innata aggressività (molte delle quali indispensabili per la sopravvivenza della specie, come ha scritto Konrad Lorenz in Il cosiddetto male). Per gestirla ed indirizzarla verso obiettivi positivi, bisogna comprendere le finalità che ne stanno alla base, e individuare quanto può scatenare la violenza. E qui è certo importante una corretta educazione. Di che tipo?
Molti giovani escono dalla pubertà senza mai aver ricevuto dei rifiuti nell’ambito in cui fino ad allora sono vissuti, senza mai aver dovuto assolvere a degli obblighi, senza mai aver subito degli insuccessi o delle sconfitte, senza mai aver compreso che ci sono sempre dei limiti ai propri desideri.
In questo contesto, i giovani, calati nella realtà della vita in società, di fronte a chi nega loro ciò che vogliono, reagiscono male: talora gli insuccessi si traducono in patologie psicosomatiche, altre volte in violenza.
Se si vuole evitare tutto ciò, bisogna assegnare all’educazione dei giovani, come primo compito, il riconoscimento dei limiti in ogni ambito, essenziale per realizzare quell’autocontrollo indispensabile per vivere in una società. È legittimo chiedersi se l’idea di educazione che si è andata affermando negli ultimi decenni vada in tale direzione.
Sul significato di “tirare fuori”, ho cercato l’opinione di vari esperti. Le risposte ottenute sono tutte riconducibili a questa. Il processo educativo mira a portare alla luce le potenzialità, le risorse, i talenti e le attitudini che sono già presenti all'interno del giovane, e più in generale dell’individuo, senza che gli venga imposto dall’esterno quanto gli è estraneo. È sempre la visione pedagogica di Jean-Jacques Rousseau (Emilio o dell’educazione) che promuove una educazione libera dai condizionamenti di una società ritenuta corrotta.
Ma che cosa può essere presente nell’animo, o meglio nella mente del giovane? C’è una componente innata (il genere umano, a detta di Enrico Mugnaini, neuroscienziato dell'Università di Boston, si è evoluto attraverso milioni di anni, acquistando una intelligenza senza precedenti, e, tuttavia, è ancora guidato da complesse emozioni ereditarie e canali di apprendimento prestabiliti). Ce n’è un’altra, credo prevalente, fornita dalle esperienze vissute e dal mondo che ci circonda (la trasmissione culturale). Ne consegue che ci sono sempre condizionamenti ambientali di ordine sociale.
Come comportarsi di fronte a questi condizionamenti?
Ho citato in altro articolo quanto detto in argomento da Vincent Peillon. un ministro della Pubblica Istruzione francese: “Per dare libertà di scelta, bisogna essere capaci di strappare l’alunno a tutti i determinismi, familiare, etnico, sociale, intellettuale”. È questa la concezione dell’educazione dominante nella classe dirigente odierna di orientamento neoliberale, per la quale al centro di tutto c’è l’individuo immaginato come una monade senza sostanziali legami con gli altri, con un luogo d’origine e una cultura di appartenenza.
Ma ogni essere umano nasce in un contesto familiare, in uno sociale e nazionale, ed è parte di una comunità linguistica e culturale, un insieme da cui riceve un’impronta indelebile. Sono proprio questi determinismi a fare di noi ciò che siamo, ovvero dei soggetti capaci di orientarsi nella società, ciò che deve essere il fine primo dell’educazione.
Si ribatte che, in quell’insieme sopracitato, c’è anche la cultura maschilista. È vero. Questa si è affermata in un passato in cui la maggiore forza fisica del maschio ne ha condizionato il ruolo in una società in cui detta forza era necessaria in molti ambiti. Oggi, con lo sviluppo tecnologico, non è più così, e non c’è più alcuna giustificazione per una tale concezione, che va accantonata. Però, anche in questo caso, bisogna interrogarsi su quale sia la strategia più opportuna.
L’uguaglianza di genere significa che uomini e donne godono degli stessi diritti, di pari opportunità, dignità e trattamento. Tuttavia, uguale non significa identico. Riconoscere le differenze biologiche e psicologiche tra maschi e femmine non implica discriminazione. Neppure la complementarietà dei due sessi è incompatibile con l’uguaglianza, quando si basa sulla reciprocità e sul rispetto, senza alcuna subordinazione.
Chi, a sostegno di una società degli identici, ripudia la complementarietà rischia, per reazione, di alimentare contrapposizioni riconducibili a una distorta concezione dei generi: ad esempio, da un canto, un femminismo estremo che reclama il primato femminile; dall’altro, un maschilismo che si autogiustifica con la difesa di propri spazi che sarebbero minacciati.
L'educazione nel suo complesso è ritenuta un compito che deve investire tutta la collettività. Spetta alla famiglia un ruolo primario, specie nei primi anni di vita dei figli, ma presto intervengono le istituzioni scolastiche, mentre iniziative educative si estendono a tutta la società (enti locali, associazioni varie, agenzie educative, media) dando vita ad un "patto educativo" che dovrebbe accompagnare l'individuo nel suo ciclo di vita.
Tuttavia, se ci sono in materia visioni divergenti sul che cosa fare, come può avvenire questa collaborazione?
C’è chi respinge i condizionamenti dell’ambiente di nascita imputando ad essi molti dei mali attuali, e rivendica la necessità di adeguarsi al mondo globale in cui viviamo dove ciascuno rivendica uno stile di vita a propria misura senza conformarsi ad alcun modello esterno, peraltro sempre meno identificabile.
Ma la vita sociale è possibile solo se i cittadini si riconoscono in alcuni importanti valori. È fondamentale possedere una memoria condivisa e avere la consapevolezza di un destino comune.
Infatti, secondo Konrad Lorenz (Gli otto peccati capitali della nostra civiltà), una radice della violenza riscontrabile tra giovani sradicati delle periferie urbane viene anche dall’esser venuta meno l’appartenenza a comunità costruite intorno a riferimenti culturali loro trasmessi. L’innato bisogno di appartenenza li spinge a riunirsi intorno ad insegne vuote di contenuti, e a formare bande che non trovano altro modo per tenersi insieme e compattarsi se non praticando la violenza contro altri gruppi. Un tipico esempio è costituito dalle tifoserie calcistiche organizzate, i cosiddetti ultras.
Al di fuori di una concezione fondata su valori condivisi, come è possibile perseguire un progetto educativo comune? Assistiamo, già oggi, a diatribe in ambito politico fra chi vuole introdurre nelle scuole programmi di educazione sessuale senza coinvolgere i familiari degli alunni nella valutazione dei contenuti, spesso ispirati a concezioni ideologiche.
Certo la famiglia, sia biparentale, o allargata, o di genitori single, può talora, per cause varie, essere inadeguata a svolgere compiti educativi, o comunque essere insufficiente alla bisogna. Ma potrà essere aiutata, non totalmente soppiantata, se non in casi rarissimi.
Infatti, chi educa può avere la fiducia del giovane solo se questo si sente considerato, amato o benvoluto da chi si cura di lui. Educare non è un compito meramente tecnico-professionale, delegabile esclusivamente a chi ha fatto studi in materia: il professionista può contribuire, ma mai sostituire chi è quotidianamente impegnato nel prendersi carico dei bisogni del giovane. Oggi, invece, c’è chi ne sopravvaluta il ruolo.
Teniamo conto, inoltre, che (da sempre) le attività scientifiche (alle quali fa riferimento ogni tecnica e professione) sono soggette alla pressione delle ideologie dominanti (oggi il politicamente corretto, la cultura woke, la teoria gender) subendone pesanti condizionamenti. Ciò accade specialmente nell’ambito delle scienze umane, sociali e giuridiche, che non hanno alle spalle la solida ricerca sperimentale delle “scienze dure”, quali la fisica, la chimica e le scienze naturali, oppure il rigore razionale della matematica.
Sarebbe quindi opportuno approfondire e discutere pianamente le tematiche educative, ma diventa molto difficile farlo in una società spaccata in opposte fazioni per appartenenze politiche ed opposte concezioni del mondo, dove non c’è più dialogo o semplicemente confronto fra le parti, e dove, in ciascuna fazione, si impongono l’odio e il disprezzo nei confronti di chi non è allineato ai propri convincimenti.
Sento dire che la strada per combattere tali tragici eventi passa per l’educazione soprattutto tramite la scuola, con un intenso programma di educazione civica, e lezioni di condotta affettiva e sessuale.
Così ci dicono gli esperti ma, da semplice genitore che, pur non competente, ha dovuto affrontare tale compito, dubito che sia sufficiente tale strategia per raggiungere l’obiettivo. In primo luogo, mi pongo delle domande: che cosa significa educare, chi deve svolgere tale compito, quali mezzi si devono utilizzare?
Parto dall’etimologia della parola “educare”. Significa “tirare fuori”. Chi, e da che cosa?
Il significato primo, riguarda il tirare fuori gradualmente il giovane dall’ambiente protetto che gli è necessario nel primo periodo di esistenza. Le cure parentali forniscono tutto quanto è indispensabile alla sopravvivenza del bambino, ma ben presto (lo vediamo anche negli animali) hanno inizio gli insegnamenti per gestirsi, a partire dalle funzioni più elementari fino a come procurasi le cose più necessarie. Nel contempo, occorre far comprendere al giovane la realtà che lo circonda, mai facile da affrontare: nulla è dato senza impegno e fatica; sovente non si può ottenere ciò che si desidera; ci sono limiti; bisogna saper rinunciare ed accettare le sconfitte. In tal modo, i giovani imparano a camminare con le proprie gambe, così da poter guardare avanti verso il futuro.
Che cosa c’entra questo discorso con l’esigenza di fermare la violenza e i femminicidi?
Sento continuamente dire che, alla base degli episodi di violenza di cui sono vittime soprattutto le donne, c’è il permanere di una secolare cultura patriarcale. Patriarcale è una famiglia plurigenerazionale di cui il patriarca (il maschio più anziano) ha il pieno controllo, sia sui membri femminili che maschili. Forse sarebbe più appropriato parlare di maschilismo in una società dove la famiglia, quando c’è, è nucleare.
Ma il facile ricorso alla violenza che caratterizza i maschi è solamente di ordine culturale (come sembra venir ipotizzato) o c’è dell’altro?
In tutti i Paesi del mondo, oltre il 90% dei carcerati per reati violenti è composto da maschi. Ne è responsabile la cultura patriarcale allorché le vittime sono di entrambi i sessi?
Secondo gli etologi, l’aggressività (che, se incontrollata, può condurre alla violenza) è una caratteristica prevalentemente maschile presente in tutto il corso del nostro processo evolutivo.
Molteplici sono le finalità dell’innata aggressività (molte delle quali indispensabili per la sopravvivenza della specie, come ha scritto Konrad Lorenz in Il cosiddetto male). Per gestirla ed indirizzarla verso obiettivi positivi, bisogna comprendere le finalità che ne stanno alla base, e individuare quanto può scatenare la violenza. E qui è certo importante una corretta educazione. Di che tipo?
Molti giovani escono dalla pubertà senza mai aver ricevuto dei rifiuti nell’ambito in cui fino ad allora sono vissuti, senza mai aver dovuto assolvere a degli obblighi, senza mai aver subito degli insuccessi o delle sconfitte, senza mai aver compreso che ci sono sempre dei limiti ai propri desideri.
In questo contesto, i giovani, calati nella realtà della vita in società, di fronte a chi nega loro ciò che vogliono, reagiscono male: talora gli insuccessi si traducono in patologie psicosomatiche, altre volte in violenza.
Se si vuole evitare tutto ciò, bisogna assegnare all’educazione dei giovani, come primo compito, il riconoscimento dei limiti in ogni ambito, essenziale per realizzare quell’autocontrollo indispensabile per vivere in una società. È legittimo chiedersi se l’idea di educazione che si è andata affermando negli ultimi decenni vada in tale direzione.
Sul significato di “tirare fuori”, ho cercato l’opinione di vari esperti. Le risposte ottenute sono tutte riconducibili a questa. Il processo educativo mira a portare alla luce le potenzialità, le risorse, i talenti e le attitudini che sono già presenti all'interno del giovane, e più in generale dell’individuo, senza che gli venga imposto dall’esterno quanto gli è estraneo. È sempre la visione pedagogica di Jean-Jacques Rousseau (Emilio o dell’educazione) che promuove una educazione libera dai condizionamenti di una società ritenuta corrotta.
Ma che cosa può essere presente nell’animo, o meglio nella mente del giovane? C’è una componente innata (il genere umano, a detta di Enrico Mugnaini, neuroscienziato dell'Università di Boston, si è evoluto attraverso milioni di anni, acquistando una intelligenza senza precedenti, e, tuttavia, è ancora guidato da complesse emozioni ereditarie e canali di apprendimento prestabiliti). Ce n’è un’altra, credo prevalente, fornita dalle esperienze vissute e dal mondo che ci circonda (la trasmissione culturale). Ne consegue che ci sono sempre condizionamenti ambientali di ordine sociale.
Come comportarsi di fronte a questi condizionamenti?
Ho citato in altro articolo quanto detto in argomento da Vincent Peillon. un ministro della Pubblica Istruzione francese: “Per dare libertà di scelta, bisogna essere capaci di strappare l’alunno a tutti i determinismi, familiare, etnico, sociale, intellettuale”. È questa la concezione dell’educazione dominante nella classe dirigente odierna di orientamento neoliberale, per la quale al centro di tutto c’è l’individuo immaginato come una monade senza sostanziali legami con gli altri, con un luogo d’origine e una cultura di appartenenza.
Ma ogni essere umano nasce in un contesto familiare, in uno sociale e nazionale, ed è parte di una comunità linguistica e culturale, un insieme da cui riceve un’impronta indelebile. Sono proprio questi determinismi a fare di noi ciò che siamo, ovvero dei soggetti capaci di orientarsi nella società, ciò che deve essere il fine primo dell’educazione.
Si ribatte che, in quell’insieme sopracitato, c’è anche la cultura maschilista. È vero. Questa si è affermata in un passato in cui la maggiore forza fisica del maschio ne ha condizionato il ruolo in una società in cui detta forza era necessaria in molti ambiti. Oggi, con lo sviluppo tecnologico, non è più così, e non c’è più alcuna giustificazione per una tale concezione, che va accantonata. Però, anche in questo caso, bisogna interrogarsi su quale sia la strategia più opportuna.
L’uguaglianza di genere significa che uomini e donne godono degli stessi diritti, di pari opportunità, dignità e trattamento. Tuttavia, uguale non significa identico. Riconoscere le differenze biologiche e psicologiche tra maschi e femmine non implica discriminazione. Neppure la complementarietà dei due sessi è incompatibile con l’uguaglianza, quando si basa sulla reciprocità e sul rispetto, senza alcuna subordinazione.
Chi, a sostegno di una società degli identici, ripudia la complementarietà rischia, per reazione, di alimentare contrapposizioni riconducibili a una distorta concezione dei generi: ad esempio, da un canto, un femminismo estremo che reclama il primato femminile; dall’altro, un maschilismo che si autogiustifica con la difesa di propri spazi che sarebbero minacciati.
L'educazione nel suo complesso è ritenuta un compito che deve investire tutta la collettività. Spetta alla famiglia un ruolo primario, specie nei primi anni di vita dei figli, ma presto intervengono le istituzioni scolastiche, mentre iniziative educative si estendono a tutta la società (enti locali, associazioni varie, agenzie educative, media) dando vita ad un "patto educativo" che dovrebbe accompagnare l'individuo nel suo ciclo di vita.
Tuttavia, se ci sono in materia visioni divergenti sul che cosa fare, come può avvenire questa collaborazione?
C’è chi respinge i condizionamenti dell’ambiente di nascita imputando ad essi molti dei mali attuali, e rivendica la necessità di adeguarsi al mondo globale in cui viviamo dove ciascuno rivendica uno stile di vita a propria misura senza conformarsi ad alcun modello esterno, peraltro sempre meno identificabile.
Ma la vita sociale è possibile solo se i cittadini si riconoscono in alcuni importanti valori. È fondamentale possedere una memoria condivisa e avere la consapevolezza di un destino comune.
Infatti, secondo Konrad Lorenz (Gli otto peccati capitali della nostra civiltà), una radice della violenza riscontrabile tra giovani sradicati delle periferie urbane viene anche dall’esser venuta meno l’appartenenza a comunità costruite intorno a riferimenti culturali loro trasmessi. L’innato bisogno di appartenenza li spinge a riunirsi intorno ad insegne vuote di contenuti, e a formare bande che non trovano altro modo per tenersi insieme e compattarsi se non praticando la violenza contro altri gruppi. Un tipico esempio è costituito dalle tifoserie calcistiche organizzate, i cosiddetti ultras.
Al di fuori di una concezione fondata su valori condivisi, come è possibile perseguire un progetto educativo comune? Assistiamo, già oggi, a diatribe in ambito politico fra chi vuole introdurre nelle scuole programmi di educazione sessuale senza coinvolgere i familiari degli alunni nella valutazione dei contenuti, spesso ispirati a concezioni ideologiche.
Certo la famiglia, sia biparentale, o allargata, o di genitori single, può talora, per cause varie, essere inadeguata a svolgere compiti educativi, o comunque essere insufficiente alla bisogna. Ma potrà essere aiutata, non totalmente soppiantata, se non in casi rarissimi.
Infatti, chi educa può avere la fiducia del giovane solo se questo si sente considerato, amato o benvoluto da chi si cura di lui. Educare non è un compito meramente tecnico-professionale, delegabile esclusivamente a chi ha fatto studi in materia: il professionista può contribuire, ma mai sostituire chi è quotidianamente impegnato nel prendersi carico dei bisogni del giovane. Oggi, invece, c’è chi ne sopravvaluta il ruolo.
Teniamo conto, inoltre, che (da sempre) le attività scientifiche (alle quali fa riferimento ogni tecnica e professione) sono soggette alla pressione delle ideologie dominanti (oggi il politicamente corretto, la cultura woke, la teoria gender) subendone pesanti condizionamenti. Ciò accade specialmente nell’ambito delle scienze umane, sociali e giuridiche, che non hanno alle spalle la solida ricerca sperimentale delle “scienze dure”, quali la fisica, la chimica e le scienze naturali, oppure il rigore razionale della matematica.
Sarebbe quindi opportuno approfondire e discutere pianamente le tematiche educative, ma diventa molto difficile farlo in una società spaccata in opposte fazioni per appartenenze politiche ed opposte concezioni del mondo, dove non c’è più dialogo o semplicemente confronto fra le parti, e dove, in ciascuna fazione, si impongono l’odio e il disprezzo nei confronti di chi non è allineato ai propri convincimenti.
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