Perché voterò Sì al referendum sulla Magistratura



Alessandro Risso    10 Marzo 2026       5

Non ho la pretesa di convincere nessuno esponendo i motivi per cui voterò Sì al referendum costituzionale fra due settimane. Le pacate considerazioni che qui scrivo, per chi avrà la curiosità di leggerle, sono di un osservatore della politica che ritiene fondamentale per il buon funzionamento della Res-publica il buon funzionamento della Giustizia. E che questa in Italia abbia tanti gravi problemi è di tutta evidenza.
Il referendum non è certo la soluzione ai mali della Giustizia in Italia. Chi lo dice – gli ultras del Sì – cade nel ridicolo. Non è un referendum sulla Giustizia, perché si tratta infatti di una riforma parziale, che si limita a ridefinire l’assetto della Magistratura: “una riformetta”, l’ha definita Massimo Cacciari.

Viene da chiedersi come mai un cambiamento di così poco conto (nei giorni in cui pare scoppiata la Terza guerra mondiale) abbia creato una sorta di guerra di religione nel dibattito politico tra gli opposti schieramenti, con toni violenti e apocalittici che disorientano l’opinione pubblica. “È un attentato alla Costituzione repubblicana” denunciano gli ultras del No, dimenticando che la carriera unitaria delle toghe fu voluta dal fascismo e mantenuta in continuità nella Carta “fino a quando non sia emanata la nuova legge sull'ordinamento giudiziario in conformità con la Costituzione” (Disposizioni transitorie, VII).

Leggendo con attenzione il testo delle modifiche, non vi è nulla che modifichi il caposaldo costituzionale dell’autonomia e indipendenza della Magistratura. Si tende a fare il processo alle intenzioni in quello che da un confronto giuridico, come era stato per decenni, è invece diventato – e non poteva essere diversamente nel becero ed estremista bipolarismo italico – un referendum sul Governo Meloni che ha voluto la riforma. Come già ai tempi di Renzi, le opposizioni cercano con la vittoria del No di creare un inciampo, possibilmente mortale, all’esecutivo in carica.

Ma noi Popolari non ci riconosciamo nel bipolarismo della Seconda Repubblica che ha ormai più di trent’anni (il fascismo durò un ventennio...) e avversiamo un sistema bloccato da leggi elettorali anticostituzionali (compresa quella vigente, non dissimile dalle precedenti bocciate dalla Consulta) che ha svilito la rappresentanza democratica con Parlamenti di nominati, servi dei capi partito, e indotto oltre la metà degli elettori a non partecipare stabilmente al voto. Rifiutiamo perciò il plebiscito “destra o sinistra” e i toni violenti del dibattito politico – sempre più simili a una lite da ballatoio –, solo votato allo scontro e incapace di confrontarsi e fare sintesi per dare una soluzione ai gravi problemi del Paese e del quadro internazionale. Siamo davvero un gruppo antisistema, non preoccupato di scegliere chi sia meglio (padella o brace) tra le due fazioni in lotta per il potere, che si legittimano a vicenda sul teatrino mediatico, sempre più lontano dai cittadini e dai loro problemi. Avendo nella Costituzione e nella Dottrina Sociale della Chiesa il punto di riferimento, a quelle guardiamo per le scelte politiche contingenti. Affrontando nel merito le questioni, come nel caso del prossimo referendum.

Vediamo cosa prevede la riforma da approvare votando Sì o da respingere votando No.

Il Consiglio Superiore della Magistratura viene sdoppiato in due, uno per la Magistratura requirente (i Pubblici Ministeri) e uno per la Magistratura giudicante (i Giudici). I componenti dei due CSM non saranno più scelti sulla base di liste organizzate (le “correnti”) ma estratti a sorte tra i Magistrati aventi diritto. Le competenze disciplinari, ora del CSM, passano a un’Alta Corte di Giustizia separata dai CSM.

Nella riforma il principio sacro dell’autonomia della Magistratura non viene toccato e rimane caposaldo costituzionale. Cambia l’assetto del CSM. Con il suo sdoppiamento si attua la separazione delle carriere tra PM e Giudici. Di fatto abbiamo già la separazione delle funzioni, resa più rigida dalla legge Cartabia del 2022 che ha portato a compimento l’iter iniziato con la riforma del Codice di procedura penale nel 1989 (Commissione Pisapia/Vassalli). Avere adottato il processo in contraddittorio tra accusa e difesa di fronte al Giudice terzo, comporta naturalmente una separazione tra chi fa le indagini e chi giudica. Tutti sono d’accordo su questo punto. La riforma ultima completa questa separazione con il doppio CSM, di modo che le carriere (progressioni e incarichi) dei PM siano decise dai PM, le carriere dei Giudici dai Giudici. Visto da fuori, non sembra la tragedia paventata dai magistrati (non tutti, a onor del vero, CLICCA QUI e QUI). Che si oppongono ancor più decisamente al sorteggio dei componenti il CSM. Ma si tratta di sorteggio tra magistrati che avranno idonei requisiti di ruolo e anzianità, non tra i clienti di un supermercato. Così come per l’Alta Corte disciplinare vi saranno 6 estratti a sorte tra i magistrati giudicanti con vent’anni di attività ed esperienze in Cassazione, 3 sorteggiati tra i magistrati requirenti con analoga esperienza; a questi si aggiungono 3 componenti nominati dal Presidente della Repubblica, che continua a presiedere entrambi i CSM, e altri 3 sorteggiati da una lista di giuristi predisposta dal Parlamento.

Queste novità, sdoppiamento e sorteggio, certamente rappresentano un cambiamento per l’ordinamento della Magistratura, sinora unitario nel CSM sotto il controllo dell’ANM, l’Associazione nazionale magistrati, a sua volta divisa in correnti, che si è pesantemente schierata contro la riforma, anche costituendo un combattivo Comitato per il No. Osservo che, così facendo, l’ANM conferma l’accusa di essere sempre più un soggetto politico, che quindi travalica il suo ruolo costituzionale.

Anche se concordiamo tutti sul fatto che l’assetto della Magistratura non è IL problema della Giustizia in Italia, ne è sicuramente UN problema. O ci siamo già dimenticati del maleodorante pentolone scoperchiato dal caso Palamara?

“La magistratura associata – già non immune da colpe ed errori soprattutto per la degenerazione, al suo interno e non senza perverse proiezioni nel rapporto con la politica, delle logiche di corrente – non sembra limitarsi a esprimere, com’è suo diritto, opinioni critiche sui contenuti di una riforma che i magistrati tocca sul vivo, annunciando una fortissima e articolata mobilitazione”, scriveva su “Avvenire” oltre un anno fa il nostro amico e socio Mario Chiavario, illustre docente di Procedura penale e componente della Commissione Pisapia/Vassalli. E proseguiva: “Essa sbaglierebbe però a varcare il confine sottile tra una somma di iniziative in cui il dissenso si manifesti anche clamorosamente e la pretesa di esercitare quella specie di potere di veto sulla formazione delle leggi di cui già più volte, e non sempre a torto, è stata accusata”.

Quindi da un lato vi è la magistratura che vuole mantenere gli spazi politici conquistati da Tangentopoli in poi; dall’altro la politica, con la destra compatta che intende dare un segnale alla Magistratura perché stia al suo posto; il polo di sinistra (in tempi non sospetti favorevole alla separazione delle carriere) cerca invece il plebiscito contro il Governo, ma non mancano defezioni sia all’interno del PD sia nei “satelliti” Azione e Più Europa, oltre a Renzi che per opportunismo non si è espresso. Segnalo che autorevoli ambienti cattolici (il Centro Studi “Rosario Livatino”, ad esempio) e liberali (la Fondazione “Luigi Einaudi", ad esempio) sono favorevoli al Sì, mentre il mondo dei Popolari, pur con una analisi nel merito ampiamente condivisa, si divide nella scelta tra Sì e No facendo prevalere considerazioni ora favorevoli (specie nel merito) ora contrarie (specie nel metodo) alla riforma.

Ma questa rappresenta un miglioramento della situazione esistente? Forse.

Di certo votare No il prossimo 22-23 marzo significa mantenere la Magistratura allo statu quo.

Ognuno di noi sceglierà anche in base a convinzioni sedimentate nel tempo.

Anni fa rimasi colpito quando un caro amico avvocato, persona di valore ed equilibrata, parlando del cattivo funzionamento della Giustizia mi disse: “In 25 anni di carriera ho conosciuto per lavoro quasi tutti i 55 magistrati a Torino. Sai quanti ne stimo?”. E aprì una mano. “Cinque. E con loro ho anche perso delle cause. Ma hanno la mia stima. Degli altri ci sono quelli che si vogliono mettere in mostra facendo politica con i processi e quelli, la grande maggioranza, che si nascondono e fanno il meno possibile”.

Non seppi dare peso a questo severo giudizio sino a quando ebbi modo di aver a che fare, mio malgrado, con il sistema giudiziario per due vicende, una lite temeraria e un incidente stradale. Visti all’opera i magistrati coinvolti, due per caso, posso affermare che tutti e quattro hanno preso la decisione che richiedeva loro meno lavoro e meno fastidi. Non quella più giusta. Capisco che un sistema intasato cerchi di smaltire incombenze e processi, ma la Giustizia non può abdicare all’accertamento dei fatti e delle responsabilità.

I numeri piccoli non fanno statistica, ed è sbagliato pensare che il 100% dei magistrati sia come i 4 su 4 che ho conosciuto. Non me la sento neppure di affermare che siano valide le percentuali dell’amico avvocato, 10% stimabili, altrettanti politicizzati, il resto “palude”. Ma penso che una grande maggioranza dei magistrati sia appagata dall’essere entrata a far parte – dopo aver superato il più difficile concorso pubblico esistente – “di una classe riverita e forte”, e che al pari di don Abbondio sia assorbita “ne’ pensieri della propria quiete”. Arrivare a fine mese con meno grane e sbattimento possibili è un’aspirazione di tanti, nel privato come nel pubblico, e i magistrati non fanno eccezione. Gratificati dal ruolo e dallo stipendio, sono quasi tutti (96%) iscritti al loro sindacato, l’ANM, mentre meno di un quarto (2100 su 9000) fa parte anche di una delle correnti organizzate: a conferma che molti non aspirano neppure a fare carriera legandosi a una corrente, ma a vivere tranquilli, facendo comunque dei comodi passi avanti per anzianità. Con il Sì ho idea di gettare un sasso in questo stagno.

Oltre alle considerazioni esposte, vi è anche un motivo più politico a confortare la mia scelta per il Sì, che nasce dalle radici culturali del Popolarismo. Un democratico popolare di ispirazione cristiana si occupa della cosa pubblica avendo come stella polare il concetto di “bene comune”, messo ormai in un cassetto di fronte al trionfo dell’individualismo liberista che nobilita l’egoismo del singolo e dei gruppi organizzati. La politica è molto cambiata tra Prima e Seconda Repubblica: ai partiti nati su ideali o ideologie si sono sostituiti i partiti personali, da Berlusconi in poi. Ma le corporazioni portatrici di interessi particolari, oggi più di ieri, condizionano pesantemente la politica, quando non la corrompono. E sono una zavorra pesante al cambiamento e alla soluzione dei problemi atavici del nostro Paese.

La Magistratura è una corporazione potentissima, monolitica e autoreferenziale. Ce ne sono altre, naturalmente. Per restare al campo della Giustizia, la corporazione degli avvocati non vede di buon occhio interventi per ridurre numero e tempi dei processi…
Ma ora, con questo referendum, abbiamo la possibilità di dare un segnale anticorporativo. Coglierò l’occasione, votando Sì.

 

P.S. Ho esordito dicendo che non ho la pretesa di convincere nessuno. Anche se dovesse vincere il Sì penserò di non aver spostato un voto. Ma quanti ne avrà invece spostati la decisione dei giudici di separare i bambini della “casa nel bosco” dai loro genitori?


5 Commenti

  1. Ho letto con attenzione il tuo ragionamento, che è serio e non riducibile agli slogan che spesso circolano in questi giorni.
    Condivido anche una parte delle premesse: la giustizia italiana ha problemi reali e nessuno può negarlo. E nessuno può neppure negare che nella magistratura esistano degenerazioni correntizie che hanno fatto molto male alla sua credibilità.
    Il punto, però, per me è un altro.
    Quando si mette mano alla Costituzione non si interviene solo su un problema contingente, ma sugli equilibri tra i poteri dello Stato.
    Ed è qui che nasce la mia prudenza.
    Questa riforma non riguarda soltanto la separazione delle carriere.
    Interviene anche su CSM, sistema disciplinare e assetto dell’autogoverno della magistratura. Sono ingranaggi molto delicati.
    Per questo la domanda che mi pongo non è se la magistratura abbia dei problemi (li ha), ma se questa riforma rafforzi oppure esponga a nuovi rischi l’autonomia della magistratura.
    È su questo punto che, personalmente, ho maturato la mia posizione.

  2. Sebbene sia lontanissimo dal governo Meloni per quanto fa in vari ambiti (ambiente, politica estera, politica industriale, mancato controllo dell’inflazione, ecc.), voterò sì al referendum sulla riforma della giustizia per una serie di motivazioni.
    In primo luogo, l’unicità delle carriere tra giudici e procuratori non esiste in tutta l’Europa occidentale, e le procure, in Francia, Germania, Spagna, Belgio, Olanda, Portogallo, Danimarca ed altri paesi, sono soggette, direttamente o indirettamente, al ministro della Giustizia sul piano gerarchico, amministrativo e soprattutto nella definizione delle linee generali della politica penale. Nel Regno Unito, i pubblici ministeri non sono neppure magistrati, ma avvocati dello Stato.
    Occorre mettere l’Italia al passo con il resto dell’Europa occidentale.
    Giovanni Falcone condivideva un tale indirizzo (vedi il libro di Ayala “Chi ha paura muore ogni giorno”), e per questo era detestato dalla corporazione dei magistrati organizzati in correnti.
    Ho sempre presente Paolo Borsellino quando, il 25 giugno 1992 alla Biblioteca Comunale di Palermo, denunciò i giuda che avevano tradito e isolato Falcone, giuda che erano parte di quelle stesse istituzioni che avrebbero dovuto sostenerlo, in primis il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), di cui facevano parte molti dei giuda (destinati ad occupare future posizioni di potere). In argomento, Giuseppe Ayala ha scritto che non riteneva quel CSM colluso con la mafia, ma che nessuno più di esso aveva fatto un così grande favore a tale organizzazione criminale. 
    A proposito dell’omertà e della difesa corporativa vigente in seno al sistema di potere delle correnti, ricordo una intervista di Gianni Minoli a Michele Morello, relatore della sentenza d’appello che nel 1986 assolse con formula piena Enzo Tortora.
    Il giudice Morello, alla domanda su che conseguenze avesse avuto quel suo coraggioso gesto, rispose di aver subito un forte isolamento professionale e personale dopo quella decisione fino al punto che numerosi colleghi arrivarono a togliergli il saluto, o a non rivolgergli più la parola..Inoltre, venne accusato dai vertici delle correnti di aver portato acqua, con la sua sentenza, alla propaganda dei sostenitori del referendum per l’introduzione della responsabilità civile dei magistrati. Bisognava condannare Tortora, pur innocente, per difendere l’immagine della corporazione?

  3. Ennesimo errore a sinistra. Da D’Alema a Violante (senza dimenticare Pannella) tutti erano favorevoli a completare la riforma del giusto processo con la separazione non solo delle funzioni ma anche del percorso di carriera. Lo scandalo delle lottizzazioni correntizie denunciato da Palamara poi è un enorme elefante nella stanza. L’opposizione doveva avviare un serio dibattito e fare propria la riforma declinandola in una forma più elaborata e completa rispetto a quella incompleta e difettosa proposta e votata dalla maggioranza. Saltare sul cavallo e afferrarlo per la criniera. Invece si è appiattita sulla posizione delle componenti più tracotanti della magistratura: che deve, interpretandole, applicare le leggi senza influenzare la produzione normativa che è compito degli organi elettivi (Montesquieu…). Se passerà il sì sarà una sconfitta per la sinistra. Se passerà il no l’ennesima occasione perduta (ricordiamoci della Bicamerale…) o addirittura una sconfitta della democrazia.

  4. È un bell’articolo complesso ma scorrevole e molto “umano”, non gridato. Ed anche molto coraggioso, perché la propaganda sempre più agguerrita del No fa passare quelli che votano Si come dei pericolosi sovversivi. Chissà perché qualche amico che ha suo malgrado avuto a che fare con la giustizia, ne da lo stesso giudizio di Alessandro. Del resto basta seguire i TG ed i giornali per trovare ogni giorno conferme. Ultimo seppur inflazionato: i figli della casa nel bosco vanno tolti ai genitori, i minorenni Rom che delinquono vengono riaffidati alle famiglie. Ero convinto che avrei lasciato la scheda in bianco, ma giorno per giorno mi avvicinò al Sì.

  5. Caro Alessandro, condivido il tuo orientamento e la tua riflessione, che mi rinforza nalla decisione già presa di votare sì. Non ti contatto dai tempi del nostro non riuscito sforzo di ridare vita a un grande partito di ispirazione cristiana (sono amico storico di Gianni Fontana) ma ti confermo la mia stima.

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