
Nel lontano 1929 due reduci di guerra - 11 anni dopo la fine del conflitto, una distanza emotiva di sicurezza - pubblicarono un libro illustrato di memorie dal titolo La guerra è bella ma scomoda. Raccontare le vicende belliche con quella sottile ironia che al tempo stesso ne sottolinea la tragicità e versa unguento sulle ferite ancora aperte è prerogativa di un certo numero selezionato di letterati e intellettuali italiani; dopo La guerra è bella ma scomoda di Novello (geniale illustratore capace di condensare in una vignetta un intero saggio sociologico sui vizi e virtù della borghesia italiana) e Monelli (che già aveva pubblicato Le scarpe al sole nel 1921) al termine del secondo conflitto il grande Giovannino Guareschi diede alle stampe Diario clandestino dedicato alla sua esperienza di Imi (Internato militare italiano in Germania).
Oggi Novello e Monelli, parafrasando il titolo del loro libro di quasi cent’anni fa potrebbero pubblicare il romanzo illustrato La guerra è bella ma inquina.
La centralità della questione ambientale non è seriamente posta in discussione. In Italia si è oggi formulata la base normativa della tutela ambientale che la Carta costituzionale nella sua stesura originaria non includeva (come ricorda Settis, un giovane deputato di nome Aldo Moro aveva tentato senza riuscirvi di rendere più cogente l’articolato originario): la Consulta ha infatti interpretato estensivamente l’art. 9 che menziona la tutela del paesaggio e la parola Ambiente è finalmente emersa con la riforma del Titolo V.
La Costituzione è legge fondamentale dello Stato e in quanto tale è fisiologicamente sintetica, non si dilunga in dettagli e non elenca le cause che potrebbero compromettere l’integrità dell’ambiente; ma nell’art. 11 troviamo un’espressione molto forte ed esplicita: si dice, infatti, che l’Italia “ripudia” la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Fin qui niente di nuovo ma potremmo unire i puntini di uno schema ideale e affermare che il fatto di evitare minacce all’ambiente derivanti da attività di natura bellica presenti una particolare rilevanza costituzionale: ogni aggressione alla natura è deplorevole ma quella derivante da un’attività esplicitamente “ripudiata” lo è in un modo affatto speciale.
Proviamo allora a individuare alcuni esempi di alterazione dei principali pilastri dell’ecosistema – aria, suolo, acqua – che la guerra può scatenare.
L’ARIA. I veicoli e le navi militari sia durante le operazioni belliche sia durante le esercitazioni consumano una quantità rilevante di carburante e rilasciano in atmosfera enormi quantità di sostanze inquinanti diverse e ovviamente di CO2. Un rapporto di Emergency stima che tra il 2001 e il 2017 le operazioni militari coordinate dal solo Dipartimento di Stato americano siano responsabili dell’emissione di 1,2 miliardi di tonnellate di CO2 (paragonabile alle emissioni annue di 257 milioni di automezzi). Si calcola che in Ucraina nei primi 7 mesi di conflitto le emissioni ammontassero già ad almeno 100 milioni di tonnellate di CO2. Tutto questo è collegato alle semplici manovre logistiche, ma quando le ostilità transitano alla fase calda, lo scoppio degli ordigni convenzionali provoca il rilascio di gas, fumi, polveri sottili, metalli pesanti che il vento può trasportare a molti chilometri di distanza. Fra poco punteremo la lente d’ingrandimento sull’uranio impoverito, ma prima occupiamoci del suolo.
IL SUOLO. Fra gli agenti che più frequentemente contaminano il terreno si annoverano metalli pesanti, idrocarburi, solventi organici, fenoli sintetici, cianuro e arsenico. Questo avviene prevalentemente nel corso della fase calda dei combattimenti anche se non si può trascurare l’ipotesi di sversamenti accidentali durante le manovre o le esercitazioni. Per facilitare il passaggio di carri armati e altri mezzi adibiti al trasporto delle truppe, ampie porzioni di territorio sono intenzionalmente deforestati e il terreno, anche quello eventualmente adibito ad attività agricole in tempo di pace, smosso e ricompattato sotto il peso dei veicoli. Gli esplosivi possono generare crateri che favoriscono l’erosione. In Ucraina si calcola che in ogni anno di guerra vadano perduti circa 280000 ettari di foresta, durante la guerra in Vietnam 2 milioni di ettari sono stati “trattati” col napalm, il famigerato agente orange. Gli ordigni inesplosi, i così detti UXO (unexploded ordnance) oltre a rappresentare un pericolo duraturo per la popolazione civile (in Italia agli ordini del Ministero per la Difesa operano alcune unità preposte alla bonifica dei residuati bellici che si stima eseguano circa 2500 interventi ogni anno… e la guerra è terminata nel 1945!) rilasciano residui tossici nell’acqua, nel terreno e lungo le catene alimentari.
L’ACQUA. Il percolato di queste”benefiche” sostanze immesse nei suoli inevitabilmente raggiunge le falde acquifere e anche i corsi d’acqua che scorrono in superficie. Il bombardamento di dighe inteso ad allagare e rendere impercorribili e inabitabili intere aree provoca naturalmente gravi crisi idriche, la distruzione di infrastrutture dedicate al pompaggio e al trattamento delle acque reflue (o anche solo l’indisponibilità di energia elettrica necessaria per azionare gli impianti) ne causa lo sversamento diretto nei fiumi o nel mare come sta avvenendo in questi mesi a Gaza; anche in Iraq, soprattutto durante la seconda guerra del Golfo, tonnellate di liquami grezzi furono sversati nel suolo e nei fiumi. La prima guerra del Golfo sortì invece effetti particolarmente pesanti sull’atmosfera quando gli iracheni in fuga dal Kuwait incendiarono per ritorsione i pozzi di petrolio (non mi risultano stime precise dell’impatto).
La devastazione dei suoli, delle foreste, l’inquinamento dei corsi d’acqua dolce e del mare ha ripercussioni drammatiche sulla fauna. Gli habitat si rendono “inabitabili” anche per periodi molto lunghi causando un danno decisivo alla biodiversità e durante le operazioni belliche il fragore delle esplosioni provoca la morte istantanea degli animali della terra, del cielo e delle acque.
Soltanto la guerra moderna può assestare colpi devastanti all’ambiente naturale e agli esseri umani? È in parte vero. Uno studio del Segretariato della Dichiarazione di Ginevra (2008) ipotizza che su 5 morti provocate dalla guerra solo una derivi dalla presenza diretta, di civili o militari, in un teatro di combattimento, ma le restanti vittime siano causate dagli effetti anche a lungo termine delle operazioni belliche: inquinamento dei suoli e delle acque, carestie, accesso impossibile alle cure mediche, epidemie. Applicando questo rapporto alla stima dei circa 920.000 uccisi direttamente nelle guerre successive all’11 settembre, si ottiene la cifra impressionante di oltre 3 milioni e mezzo di morti indirette.
L’Afghanistan ha conosciuto l’invasione dei sovietici contrastati dai talebani finanziati dagli USA , gli attacchi americani post 11 settembre, vent’anni di occupazione militare e, dopo l’ignominiosa ritirata occidentale, la presa del potere da parte dei fondamentalisti islamici. Il 95% per cento della popolazione soffre di malnutrizione, in particolare i bambini: come accadde anche in Somalia l’insorgenza eventuale di patologie epidemiche combinata con una dieta inadeguata provoca la morte subitanea soprattutto dei più giovani.
Si sarebbe dunque indotti a ritenere che la guerra tecnologica moderna sia lesiva dell’ambiente mentre quella del passato fosse sì letale ma per lo meno molto più …“green”. Non è esattamente così.
L’Europa fu devastata tra il 1618 e il 1648 da uno dei più lunghi e conflitti che la storia ricordi, la guerra dei Trent’anni. Non è certo questa la sede per riassumerne la storia: ci basti ricordare che all’origine ci furono le ostilità religiose fra cattolici e protestanti (che la pace di Augusta del 1555 siglata al cospetto di Carlo V non aveva del tutto sopito), la competitività fra la Francia borbonica da un lato e Austria e Spagna asburgiche dall’altro, le ambizioni di una potenza emergente come la Svezia. Anche il Piemonte di Carlo Emanuele I prese parte alle ostilità per il controllo del Monferrato gonzaghesco.
Le conseguenze ambientali furono devastanti: deforestazione massiva (creazione di strade, approvvigionamento di legname), erosioni, rifiuti abbandonati (deiezioni, cadaveri insepolti o gettati nei fiumi) in spregio a ogni norma igienica, carestie causate dalla fuga delle popolazioni rurali (l’economia agricola si risollevò dopo decenni anche a causa della carenza strutturale di lavoratori), epidemie, perdita di biodiversità.
Ma di sicuro dagli albori del Novecento a oggi la guerra ha raffinato gli strumenti di offesa contro le persone e la natura. Una triste linea di morte unisce i gas tossici utilizzati nella Prima guerra mondiale (il cloro e il fosgene che attaccano i polmoni, l’iprite che causa eruzioni cutanee e fu in seguito distribuita generosamente dal maresciallo Graziani in Etiopia) all’uranio impoverito che è l’ultima diapositiva di questa carrellata, tutt’altro che esaustiva, di orrori.
L’uranio impoverito è uno scarto della raffinazione dell’uranio (base del fuel per le centrali nucleari) e viene utilizzato sia per aumentare la resistenza delle corazze dei carri armati sia per costruire munizioni anticarro. I proiettili all’uranio impoverito sono chiamati API (Armor Piercing Incendiary, munizioni perforanti incendiarie), proprio per la loro elevata proprietà penetrante. Hanno effetti radioattivi e una lunga persistenza ambientale.
Dopo l’esplosione le polveri radioattive (cancerogene e teratogene, cioè tali da causare danni genetici sui diretti discendenti) si disperdono nell’atmosfera e possono essere trasportate dai venti lontano dal teatro di guerra. I militari hanno un’elevata probabilità di inalare le polveri ricche di uranio impoverito. Questi ordigni sono stati utilizzati largamente sia in Bosnia sia in Iraq senza che i comandi militari coordinati dalla NATO si preoccupassero di avvertire il personale militare del rischio, e senza predisporre un qualsivoglia sistema di tutela e di protezione (perlomeno 100 anni fa sul Carso già si usavano le maschere antigas…). Un altissimo graduato (di cui non faccio il nome) mi confidò anni fa il proprio senso di frustrazione e vergogna, disse più o meno: noi militari siamo pronti a sacrificare la nostra vita per difendere il nostro Paese battendoci a viso aperto con il nemico, non ad ammalarci e a morire per l’incuria e la superficialità (disse proprio così) di chi prende le decisioni.
Un’ultimissima istantanea sulle esercitazioni militari. Il poligono militare di Capo Teulada, istituito nel 1956 a seguito degli accordi NATO, all'interno del territorio dell'omonimo Comune nella provincia sarda del Sulcis Iglesiente, è il secondo più grande d'Italia e d'Europa e occupa una superficie di circa 7200 ettari.
Sul quel territorio, in base a una normativa europea, sono state istituite due zone di conservazione degli habitat sensibili gravemente minacciati dalle esercitazioni militari che costantemente vi sono ospitate: i residui dei proiettili ricchi di sostanze tossiche (in passato si è utilizzato anche il summenzionato uranio impoverito) non vengono rimossi e danneggiano terreni, falde di acqua dolce e le coste, le esplosioni sono causa di stress costanti per la fauna e le persone, l’incidenza di determinate patologie soprattutto polmonari è elevata. La recente adozione di una procedura di VIA (Valutazione di impatto ambientale) è stata oggetto di aspre critiche: le Associazioni di cittadini e ambientaliste (tra cui Italia Nostra) la considerano una sorta di mero greenwashing.
Insomma: la guerra inquina anche durante la fase preparatoria, le esercitazioni non si riducono ad allegre marcette con pifferi e tamburi. I commissari europei che archiviano con disinvoltura il Green new deal per sfoderare orgogliosi il piano di Rearm da 800 miliardi ne sono consapevoli?
E nella recente Cop 30 di Belem si è parlato della guerra che inquina? Qualcuno si sarà accorto dell’“elefante nella stanza”?
Ma ci siamo già dilungati troppo: alle inevitabili perplessità espresse con educazione o alle invettive (pacifisti! o, piuttosto, pacifinti!) replicheremo prossimamente. Ci limitiamo qui a ricordare che le convenzioni di Ginevra, nella scia di secoli di analisi filosofico-giuridiche sulle condizioni che rendono lecita o “giusta” la guerra hanno codificato le regole dello ius “in” bello: proporzionalità della risposta militare e salvaguardia dei civili ne sono i pilastri. Se l’impatto delle operazioni belliche minaccia nell’immediato, ma soprattutto indefinitamente, le popolazioni si deduce che retroattivamente anche quelle condizioni che ne avevano decretato la liceità (lo ius “ad” bellum) vengono meno.
FONTI
https://www.osservatorioamianto.com/
https://gruppodinterventogiuridicoweb.com/
https://www.geopop.it/
https://home.watson.brown.edu/
https://ilgiornaledellambiente.it/
https://cri.it/2025/08/12/le-convenzioni-di-ginevra-del-1949
https://www.emergency.it/
https://www.goodreads.com/book/show/487044.The_Politics_of_Nonviolent_Action
https://www.limesonline.com/rivista/sovraestesi-e-senza-strategia--14647642/
Oggi Novello e Monelli, parafrasando il titolo del loro libro di quasi cent’anni fa potrebbero pubblicare il romanzo illustrato La guerra è bella ma inquina.
La centralità della questione ambientale non è seriamente posta in discussione. In Italia si è oggi formulata la base normativa della tutela ambientale che la Carta costituzionale nella sua stesura originaria non includeva (come ricorda Settis, un giovane deputato di nome Aldo Moro aveva tentato senza riuscirvi di rendere più cogente l’articolato originario): la Consulta ha infatti interpretato estensivamente l’art. 9 che menziona la tutela del paesaggio e la parola Ambiente è finalmente emersa con la riforma del Titolo V.
La Costituzione è legge fondamentale dello Stato e in quanto tale è fisiologicamente sintetica, non si dilunga in dettagli e non elenca le cause che potrebbero compromettere l’integrità dell’ambiente; ma nell’art. 11 troviamo un’espressione molto forte ed esplicita: si dice, infatti, che l’Italia “ripudia” la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Fin qui niente di nuovo ma potremmo unire i puntini di uno schema ideale e affermare che il fatto di evitare minacce all’ambiente derivanti da attività di natura bellica presenti una particolare rilevanza costituzionale: ogni aggressione alla natura è deplorevole ma quella derivante da un’attività esplicitamente “ripudiata” lo è in un modo affatto speciale.
Proviamo allora a individuare alcuni esempi di alterazione dei principali pilastri dell’ecosistema – aria, suolo, acqua – che la guerra può scatenare.
L’ARIA. I veicoli e le navi militari sia durante le operazioni belliche sia durante le esercitazioni consumano una quantità rilevante di carburante e rilasciano in atmosfera enormi quantità di sostanze inquinanti diverse e ovviamente di CO2. Un rapporto di Emergency stima che tra il 2001 e il 2017 le operazioni militari coordinate dal solo Dipartimento di Stato americano siano responsabili dell’emissione di 1,2 miliardi di tonnellate di CO2 (paragonabile alle emissioni annue di 257 milioni di automezzi). Si calcola che in Ucraina nei primi 7 mesi di conflitto le emissioni ammontassero già ad almeno 100 milioni di tonnellate di CO2. Tutto questo è collegato alle semplici manovre logistiche, ma quando le ostilità transitano alla fase calda, lo scoppio degli ordigni convenzionali provoca il rilascio di gas, fumi, polveri sottili, metalli pesanti che il vento può trasportare a molti chilometri di distanza. Fra poco punteremo la lente d’ingrandimento sull’uranio impoverito, ma prima occupiamoci del suolo.
IL SUOLO. Fra gli agenti che più frequentemente contaminano il terreno si annoverano metalli pesanti, idrocarburi, solventi organici, fenoli sintetici, cianuro e arsenico. Questo avviene prevalentemente nel corso della fase calda dei combattimenti anche se non si può trascurare l’ipotesi di sversamenti accidentali durante le manovre o le esercitazioni. Per facilitare il passaggio di carri armati e altri mezzi adibiti al trasporto delle truppe, ampie porzioni di territorio sono intenzionalmente deforestati e il terreno, anche quello eventualmente adibito ad attività agricole in tempo di pace, smosso e ricompattato sotto il peso dei veicoli. Gli esplosivi possono generare crateri che favoriscono l’erosione. In Ucraina si calcola che in ogni anno di guerra vadano perduti circa 280000 ettari di foresta, durante la guerra in Vietnam 2 milioni di ettari sono stati “trattati” col napalm, il famigerato agente orange. Gli ordigni inesplosi, i così detti UXO (unexploded ordnance) oltre a rappresentare un pericolo duraturo per la popolazione civile (in Italia agli ordini del Ministero per la Difesa operano alcune unità preposte alla bonifica dei residuati bellici che si stima eseguano circa 2500 interventi ogni anno… e la guerra è terminata nel 1945!) rilasciano residui tossici nell’acqua, nel terreno e lungo le catene alimentari.
L’ACQUA. Il percolato di queste”benefiche” sostanze immesse nei suoli inevitabilmente raggiunge le falde acquifere e anche i corsi d’acqua che scorrono in superficie. Il bombardamento di dighe inteso ad allagare e rendere impercorribili e inabitabili intere aree provoca naturalmente gravi crisi idriche, la distruzione di infrastrutture dedicate al pompaggio e al trattamento delle acque reflue (o anche solo l’indisponibilità di energia elettrica necessaria per azionare gli impianti) ne causa lo sversamento diretto nei fiumi o nel mare come sta avvenendo in questi mesi a Gaza; anche in Iraq, soprattutto durante la seconda guerra del Golfo, tonnellate di liquami grezzi furono sversati nel suolo e nei fiumi. La prima guerra del Golfo sortì invece effetti particolarmente pesanti sull’atmosfera quando gli iracheni in fuga dal Kuwait incendiarono per ritorsione i pozzi di petrolio (non mi risultano stime precise dell’impatto).
La devastazione dei suoli, delle foreste, l’inquinamento dei corsi d’acqua dolce e del mare ha ripercussioni drammatiche sulla fauna. Gli habitat si rendono “inabitabili” anche per periodi molto lunghi causando un danno decisivo alla biodiversità e durante le operazioni belliche il fragore delle esplosioni provoca la morte istantanea degli animali della terra, del cielo e delle acque.
Soltanto la guerra moderna può assestare colpi devastanti all’ambiente naturale e agli esseri umani? È in parte vero. Uno studio del Segretariato della Dichiarazione di Ginevra (2008) ipotizza che su 5 morti provocate dalla guerra solo una derivi dalla presenza diretta, di civili o militari, in un teatro di combattimento, ma le restanti vittime siano causate dagli effetti anche a lungo termine delle operazioni belliche: inquinamento dei suoli e delle acque, carestie, accesso impossibile alle cure mediche, epidemie. Applicando questo rapporto alla stima dei circa 920.000 uccisi direttamente nelle guerre successive all’11 settembre, si ottiene la cifra impressionante di oltre 3 milioni e mezzo di morti indirette.
L’Afghanistan ha conosciuto l’invasione dei sovietici contrastati dai talebani finanziati dagli USA , gli attacchi americani post 11 settembre, vent’anni di occupazione militare e, dopo l’ignominiosa ritirata occidentale, la presa del potere da parte dei fondamentalisti islamici. Il 95% per cento della popolazione soffre di malnutrizione, in particolare i bambini: come accadde anche in Somalia l’insorgenza eventuale di patologie epidemiche combinata con una dieta inadeguata provoca la morte subitanea soprattutto dei più giovani.
Si sarebbe dunque indotti a ritenere che la guerra tecnologica moderna sia lesiva dell’ambiente mentre quella del passato fosse sì letale ma per lo meno molto più …“green”. Non è esattamente così.
L’Europa fu devastata tra il 1618 e il 1648 da uno dei più lunghi e conflitti che la storia ricordi, la guerra dei Trent’anni. Non è certo questa la sede per riassumerne la storia: ci basti ricordare che all’origine ci furono le ostilità religiose fra cattolici e protestanti (che la pace di Augusta del 1555 siglata al cospetto di Carlo V non aveva del tutto sopito), la competitività fra la Francia borbonica da un lato e Austria e Spagna asburgiche dall’altro, le ambizioni di una potenza emergente come la Svezia. Anche il Piemonte di Carlo Emanuele I prese parte alle ostilità per il controllo del Monferrato gonzaghesco.
Le conseguenze ambientali furono devastanti: deforestazione massiva (creazione di strade, approvvigionamento di legname), erosioni, rifiuti abbandonati (deiezioni, cadaveri insepolti o gettati nei fiumi) in spregio a ogni norma igienica, carestie causate dalla fuga delle popolazioni rurali (l’economia agricola si risollevò dopo decenni anche a causa della carenza strutturale di lavoratori), epidemie, perdita di biodiversità.
Ma di sicuro dagli albori del Novecento a oggi la guerra ha raffinato gli strumenti di offesa contro le persone e la natura. Una triste linea di morte unisce i gas tossici utilizzati nella Prima guerra mondiale (il cloro e il fosgene che attaccano i polmoni, l’iprite che causa eruzioni cutanee e fu in seguito distribuita generosamente dal maresciallo Graziani in Etiopia) all’uranio impoverito che è l’ultima diapositiva di questa carrellata, tutt’altro che esaustiva, di orrori.
L’uranio impoverito è uno scarto della raffinazione dell’uranio (base del fuel per le centrali nucleari) e viene utilizzato sia per aumentare la resistenza delle corazze dei carri armati sia per costruire munizioni anticarro. I proiettili all’uranio impoverito sono chiamati API (Armor Piercing Incendiary, munizioni perforanti incendiarie), proprio per la loro elevata proprietà penetrante. Hanno effetti radioattivi e una lunga persistenza ambientale.
Dopo l’esplosione le polveri radioattive (cancerogene e teratogene, cioè tali da causare danni genetici sui diretti discendenti) si disperdono nell’atmosfera e possono essere trasportate dai venti lontano dal teatro di guerra. I militari hanno un’elevata probabilità di inalare le polveri ricche di uranio impoverito. Questi ordigni sono stati utilizzati largamente sia in Bosnia sia in Iraq senza che i comandi militari coordinati dalla NATO si preoccupassero di avvertire il personale militare del rischio, e senza predisporre un qualsivoglia sistema di tutela e di protezione (perlomeno 100 anni fa sul Carso già si usavano le maschere antigas…). Un altissimo graduato (di cui non faccio il nome) mi confidò anni fa il proprio senso di frustrazione e vergogna, disse più o meno: noi militari siamo pronti a sacrificare la nostra vita per difendere il nostro Paese battendoci a viso aperto con il nemico, non ad ammalarci e a morire per l’incuria e la superficialità (disse proprio così) di chi prende le decisioni.
Un’ultimissima istantanea sulle esercitazioni militari. Il poligono militare di Capo Teulada, istituito nel 1956 a seguito degli accordi NATO, all'interno del territorio dell'omonimo Comune nella provincia sarda del Sulcis Iglesiente, è il secondo più grande d'Italia e d'Europa e occupa una superficie di circa 7200 ettari.
Sul quel territorio, in base a una normativa europea, sono state istituite due zone di conservazione degli habitat sensibili gravemente minacciati dalle esercitazioni militari che costantemente vi sono ospitate: i residui dei proiettili ricchi di sostanze tossiche (in passato si è utilizzato anche il summenzionato uranio impoverito) non vengono rimossi e danneggiano terreni, falde di acqua dolce e le coste, le esplosioni sono causa di stress costanti per la fauna e le persone, l’incidenza di determinate patologie soprattutto polmonari è elevata. La recente adozione di una procedura di VIA (Valutazione di impatto ambientale) è stata oggetto di aspre critiche: le Associazioni di cittadini e ambientaliste (tra cui Italia Nostra) la considerano una sorta di mero greenwashing.
Insomma: la guerra inquina anche durante la fase preparatoria, le esercitazioni non si riducono ad allegre marcette con pifferi e tamburi. I commissari europei che archiviano con disinvoltura il Green new deal per sfoderare orgogliosi il piano di Rearm da 800 miliardi ne sono consapevoli?
E nella recente Cop 30 di Belem si è parlato della guerra che inquina? Qualcuno si sarà accorto dell’“elefante nella stanza”?
Ma ci siamo già dilungati troppo: alle inevitabili perplessità espresse con educazione o alle invettive (pacifisti! o, piuttosto, pacifinti!) replicheremo prossimamente. Ci limitiamo qui a ricordare che le convenzioni di Ginevra, nella scia di secoli di analisi filosofico-giuridiche sulle condizioni che rendono lecita o “giusta” la guerra hanno codificato le regole dello ius “in” bello: proporzionalità della risposta militare e salvaguardia dei civili ne sono i pilastri. Se l’impatto delle operazioni belliche minaccia nell’immediato, ma soprattutto indefinitamente, le popolazioni si deduce che retroattivamente anche quelle condizioni che ne avevano decretato la liceità (lo ius “ad” bellum) vengono meno.
FONTI
https://www.osservatorioamianto.com/
https://gruppodinterventogiuridicoweb.com/
https://www.geopop.it/
https://home.watson.brown.edu/
https://ilgiornaledellambiente.it/
https://cri.it/2025/08/12/le-convenzioni-di-ginevra-del-1949
https://www.emergency.it/
https://www.goodreads.com/book/show/487044.The_Politics_of_Nonviolent_Action
https://www.limesonline.com/rivista/sovraestesi-e-senza-strategia--14647642/
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