La Russia e l’Europa



Giuseppe Ladetto    3 Febbraio 2026       3

Da alcuni anni viviamo in un clima di accesa russo-fobia, un sentimento che va al di là dell’ostilità nei confronti di Vladimir Putin e della classe politica del Paese, ma che ormai investe tutto quanto riguarda questa nazione: arte, cultura, scienza, sport, spettacolo, e via dicendo.

Se un personaggio russo appartenente a questi mondi (ricercatore scientifico, direttore di orchestra, regista cinematografico, campione sportivo, ecc.) non si dichiara contrario a chi guida il proprio Paese, viene messo al bando ed escluso, in Occidente, da ogni evento riguardante il proprio settore di attività. Di fatto, la Russia non è più considerata appartenente all’Europa, ma il suo nemico (una anti-Europa).

Eppure, dall’inizio dell’Ottocento, il contributo della cultura russa (letteratura e musica) ha profondamente arricchito la cultura europea influenzandone (in particolare attraverso i suoi grandi romanzieri) la narrativa e il pensiero filosofico, mentre la sua musica ha introdotto nuove forme, ritmi, colorazioni ed elementi strutturali che hanno inciso marcatamente su tutta la produzione musicale novecentesca.

Come ho già scritto in un artico su “Rinascita popolare” del 2018 (Una Europa con poca coscienza di sé), ancora a inizio del XVIII secolo, in Europa, la Russia e i Balcani erano considerate terre estranee, sentite come Asia. Fu proprio l’apporto dei grandi artisti russi a far mutare lo sguardo degli europei verso questa porzione del nostro continente, inducendoli ad interrogarsi sulla fisionomia russa, e su quanto essa fosse distante dal loro mondo.

Gli slavi orientali fanno certo parte dell’Europa in termini culturali, ma con caratteristiche loro proprie, avendoli permeati di sé la grande tradizione greco-bizantina, una tradizione (appartenente a tutto il mondo ortodosso) caratterizzata da un monolitismo politico e religioso, e da una staticità che si distingue dal fervore e dall’intraprendenza propria degli europei occidentali. La Rus di Kiev nel X secolo ad opera di alcuni sovrani si modellò sull’impero di Bisanzio, tanto che, quando Costantinopoli cadde in mano ai turchi, lo Zar Ivan IV definì Mosca la III Roma, erede dell’Impero romano d’Oriente.

Le classi dirigenti russe, a partire da Pietro il Grande, cercarono di occidentalizzare il Paese, perfino adottando la lingua francese come loro tratto distintivo. In parte vi riuscirono, ma il Paese profondo rimase fedele alla tradizione, almeno in alcuni sostanziali tratti identitari connessi al cristianesimo ortodosso. Tratti che, secondo Fiodor Dostoevskij e Aleksandr Solženicyn (due uomini che hanno sofferto sulla propria pelle la durezza dei sistemi autocratici) distinguono la Russia dai Paesi dell’Europa occidentale per la sua spiritualità, e per il rifiuto di quell’individualismo dominante nell’Occidente.

Certo, sessant’anni di bolscevismo ateo possono aver inciso molto sui connotati della Russia, e più in generale dei Paesi costituenti l’Unione Sovietica. Ma, come sempre, l’onda lunga della storia si manifesta, facendo riemergere tratti che si ritenevano cancellati, e che oggi in qualche misura contrassegnano la fisionomia del Paese.

Nel corso del Novecento, prima il diffuso timore di una rivoluzione bolscevica irradiata dalla neonata Unione Sovietica poi, nel secondo dopoguerra, la Guerra fredda hanno eretto un muro tra l’occidente europeo e l’est del continente.

Tuttavia importanti uomini politici europei sentirono la necessità di andare oltre la Guerra fredda stabilendo canali di comunicazione con l’URSS, e in particolare avviandovi iniziative economiche. Ricordo i nomi di Willy Brandt (iniziatore dell’Ostpolitik) in Germania, di Charles De Gaulle e Francois Mitterand in Francia, di Olof Palme in Svezia. Quanto all’Italia – comunisti a parte – il merito è stato della DC, che già a partire dal 1958 con Enrico Mattei e Giovanni Gronchi diede inizio alla cosiddetta “diplomazia del petrolio”, mentre sempre si distinse Amintore Fanfani a sostegno di tali aperture. Non si può poi ignorare il ruolo attivo del cardinale Agostino Casaroli per le tante iniziative diplomatiche volte a creare ponti con i Paesi del blocco sovietico.

Con la dissoluzione dell’URSS e la fine del “socialismo reale”, i rapporti dell’Europa occidentale con la Russia sarebbero potuti mutare radicalmente: ci sono stati eminenti politici e intellettuali di vari Paesi europei che ritennero ormai superflua la NATO. Ma le cose non sono andate in questa direzione. Come ha scritto Lucio Caracciolo, dietro al confronto ideologico (liberaldemocrazia contro comunismo), c’erano motivazioni di ordine geopolitico ben più profonde. Già Alexis de Tocqueville, nel lontano 1835, aveva intravisto una possibile futura competizione tra i due Paesi (America e Russia) in ascesa sulla ribalta mondiale.

Tuttavia, dopo il collasso dell’URSS, nel 1990, la Russia si era ridotta ad essere solo più una potenza regionale, mentre l’America esercitava un ruolo egemonico ormai planetario, non più alla portata dell’antico suo competitore. Ciononostante, per mantenere tale ruolo, l’America, doveva contenere e possibilmente ridimensionare qualunque potenza regionale con aspirazioni di autonomia, e ciò inevitabilmente ha riguardato la Russia. Un Paese, inoltre, da presentare agli europei come nemico (il nemico necessario) per giustificare l’esistenza della NATO.

Cosi il rapporto fra Est e Ovest si è andato progressivamente deteriorando, in particolare con l’inclusione nella NATO dei Paesi ex satelliti dell’Urss, e perfino di alcuni che ne facevano parte.

In tale contesto, gli “alleati” europei (che non potevano ignorare le pressioni d’oltre Atlantico) si sono adeguati alla volontà di Washington, ma solo parzialmente, tenendo canali aperti verso la Russia. In particolare, la Germania aveva mantenuto relazioni economiche rilevanti, incentrate sull’importazione del gas russo a basso prezzo, diventato uno dei fattori determinanti per il suo sviluppo economico e produttivo. La Francia (come l’Italia) aveva anch’essa tenuto aperti canali commerciali volendo, in tal modo, anche rimarcare una sua qual certa indipendenza da Washington. Emmanuel Macron, ancora nel 2021, dichiarò che, rispetto agli americani, noi europei siamo proiettati in un altro immaginario, e guardiamo con altri occhi al Vicino e Medio Oriente, alla Russia, all'Africa. Sicché la nostra politica di vicinato con tali realtà non è quella degli USA, e, pertanto, la nostra politica internazionale non può dipendere dalla loro, e seguirne le orme.

Ma poi, dopo l’ingresso di truppe russe in Ucraina, nel febbraio del 2022, con cui è iniziata la guerra, il quadro internazionale è profondamente cambiato. I principali Paesi della UE e il vertice dell’Unione hanno subito preso posizione contro l’aggressione russa e, insieme agli Stati Uniti, hanno inviato armi e mezzi finanziari a sostegno di Kiev. Nel contempo hanno imposto a Mosca pesanti sanzioni tese a metterne in difficoltà l’economia e il commercio (non prive di ricadute negative anche per chi le ha messe, specie in Europa). Così la NATO che con la prima presidenza Trump pareva in crisi, si è rilanciata (aprendosi a Svezia e Finlandia), mentre si è dissolta la prospettiva di una UE dotata di una propria dimensione politica e di una autonoma capacità di difesa che ne riflettano le potenzialità.

Poi Donald Trump, ritornato alla testa dell’America, ha cambiato l’atteggiamento americano, prendendo le distanze da Kiev e proponendosi come mediatore tra i belligeranti. Di conseguenza, gli europei si ritrovano oggi isolati nella parte dei soli difensori a oltranza di Kiev, e divenuti i principali destinatari degli strali (sia pure per ora solo verbali) di Mosca.

Non sappiamo come andranno a finire le cose, ma comunque la frattura tra UE e Russia è ormai profonda, e pare destinata a durare a lungo, anche nel caso, sperabile, di un termine della guerra in Ucraina.

Tuttavia, bisogna guardare lontano, perché viviamo in un mondo in profonda e rapida trasformazione sul quale incombono pericoli di varia natura. L’incertezza sul nostro futuro ci impone di considerare un fatto di grande rilevanza, ancorché rimosso da molti.

Il continente europeo (Russia esclusa) non è in grado di sopravvivere con le sole risorse materiali, energetiche e alimentari del proprio territorio. I Paesi della Comunità europea, per reggersi e perfino prosperare, necessitano quindi di importarle dal resto del mondo, una operazione possibile grazie all’esportazione di prodotti industriali tecnologicamente avanzati, di beni di elevata qualità e di servizi.

Ma, in un mondo in rapido cambiamento, non è assicurato che questa modalità di scambi sarà sempre garantita da una loro superiorità tecnologica. Inoltre, imprevedibili eventi (come epidemie, o lo scoppio di una guerra, o l’introduzione di sanzioni) possono interrompere i canali di comunicazione e di commercio, e stravolgere i mercati.

Se invece nell’Europa includiamo la Russia (Paese di cultura europea e con sistema economico-produttivo complementare a quello della UE) unitamente al vasto e spopolato territorio siberiano, il quadro cambia totalmente perché il nostro continente verrebbe ad avere a disposizione una rilevante quantità di tutto quanto le necessita.

In un futuro non lontano, l’Europa comunitaria sarà costretta a prendere una vitale decisione riguardo alla Russia: un’ampia collaborazione o un’aperta conflittualità. Si potrebbe dire fra interessi geopolitici e logiche ideologiche.

Molto inciderà su una tale decisione l’atteggiamento della Germania, e non solo perché è il più popoloso Paese della UE, e che presto diventerà la prima potenza militare del continente europeo.

Infatti nel mondo germanico, fin dai secoli passati, si era compresa la necessità di guardare ad est, a un territorio ricco di risorse, scarsamente popolato, e ancora arretrato nello sviluppo tecnologico: si trattava di un territorio che si presentava come il naturale sbocco per una popolazione tedesca in marcata crescita demografica, dinamica e preparata nelle varie attività professionali.

E già allora le classi dirigenti tedesche si erano trovate davanti all’alternativa fra pacifichi accordi di collaborazione con la Russia, potenza dominante in quell’area, e l’espansionismo militare verso est. Si sono così succeduti periodi di collaborazione e aperture (rammento la massiccia immigrazione tedesca nelle terre russe, fino al territorio oltre il Volga, incentivata da Caterina “la Grande”, e le intese implementate dal cancelliere Bismarck), a periodi di scontro (dall’avanzata in terre russe dei cavalieri dell’Ordine Teutonico fino alla invasione hitleriana a inizio anni Quaranta).

Oggi la Germania, dopo il lungo periodo di collaborazione, soprattutto economica, con la Russia, sembra propensa a riprendere la strada dell’espansione verso est, sostenuta dalle rinate forze militari.

Chiediamoci, tuttavia, se tale nuovo indirizzo vada incontro agli interessi geopolitici della UE o solo a quelli di una Germania dimentica delle tragiche vicende del suo passato.


3 Commenti

  1. Peccato che l’analisi trascuri la natura autocratica e oppressiva del regime di Putin. Si consiglia una visita alle città ucraine sottoposte a fuoco e gelo dai droni russi.Crudeltà pura sui civili.

  2. Solita brillante analisi dell’ amico Ladetto. Il commento di Levoni, in sè vero se fotografiamo l’ oggi, mi suggerisce uno sguardo al futuro. L’ Europa, senza bisogno di squilli di fanfare, potrebbe incunearsi nel dialogo USA, Russia ed Ukraina, apportando qualcosa di appetibile per la Russia senza per questo accettare la resa incondizionata de facto pretesa da Putin e inaccettabile per Kiev. L’UE, sempre se in grado di proposte unitarie, potrebbe proporre un cambiamento sostanziale del suo atteggiamento verso la Russia come contropartita alla non consegna della fetta di Donbass non conquistata, ma pretesa da Putin. Putin, a valle di un accordo, potrebbe dire ai suoi concittadini di aver fatto cambiare l’Europa senza sparare un colpo. Dato che, anche se non può dirlo, anche Putin sta patendo la continuazione della guerra pur dicendo di vincerla, la proposta accontenterebbe un po’ tutti. L’Ukraina non regala ulteriori territori, i pacifisti europei pro Putin ottengono un successo strategico, Trump ha certo avviato il tutto e Putin dorme sonni tranquilli perchè il popolo si dimentica presto di quello che il dittatore gli ha fatto patire. Grazie per aver sopportato questa mia ventata di fanta-politica, però….

  3. Concordo. Una visione lungimirante non può non contemplare, tra Europa e Russia, una qualche cooperazione. Anche perché l’alternativa è vincolarci totalmente alle assai più costose importazioni dagli USA di Trump o da altri regimi antidemocratici (Algeria, Egitto, Azerbaijan).

Rispondi a Giovanni Pagliero Annulla risposta

La Tua email non sarà pubblicata.


*