La sfida della Pace, per ritornare umani



Alessandra Mastrodonato    2 Febbraio 2026       0

“Si vis pacem, para bellum”. Se vuoi la pace, prepara la guerra! In una congiuntura storica come quella che stiamo vivendo, in cui assistiamo atterriti e impotenti al riaccendersi di vecchi conflitti e all’aprirsi di nuovi fronti di guerra, in un contesto sempre più “normalizzato” di violenza dilagante e di infrazione del diritto internazionale, sembrano tornate tristemente in auge – nelle politica non meno che nel dibattito pubblico – le argomentazioni a favore del riarmo e di una riscoperta dello “spirito bellico”, quali mezzi imprescindibili di difesa della nostra democrazia, della nostra civiltà e dei nostri valori. Con il più tragico dei paradossi, ci viene detto da più parti che, se vogliamo salvaguardare la “nostra” pace, dobbiamo armarci ed essere disposti a derogare a quel radicale ripudio della guerra che – dopo gli orrori di due conflitti mondiali – appariva ormai come una solida conquista alla base dei nostri principi costituzionali. E mentre, come ha scritto di recente Tommaso Montanari, il nostro “civilissimo” mondo occidentale è sempre più pervaso e attraversato da un “terribile amore per la guerra”; la parola d’ordine della pace, da pietra angolare delle relazioni tra Stati, tende ad essere sempre più relegata nell’orizzonte dell’utopia e del mero ideale.

Come fare, allora, per contrastare una simile narrazione? Quale sfida si pone oggi, per le nuove generazioni che, affacciandosi all’età adulta, sono chiamate a farsi carico di queste contraddizioni, prendendo posizione – ciascuno nel proprio piccolo, ma anche come cittadini del mondo – di fronte al “suicidio della pace”, per parafrasare il titolo di un libro di recente pubblicazione?

Certo, non è facile rispondere a una domanda come questa, che chiama in causa i valori portanti e le fondamenta stesse della nostra società democratica, il nostro senso del bene e del male, ma anche la radicata convinzione che la guerra appartenga alla “natura” dell’uomo, che sia inscritta nel nostro DNA originario e che, dunque, la ricerca della pace non rappresenti altro che il tenace quanto velleitario tentativo di negare questa inclinazione originaria dell’essere umano. Per non parlare delle esibite giustificazioni religiose di cui spesso i conflitti si fanno scudo, che ci spingono a interrogarci sul drammatico controsenso di una fede che, mentre condanna apertamente l’uso della forza e la violenza, sembra poi legittimarne il ricorso quando a essere in gioco è la difesa del “proprio” Dio contro forme differenti di religiosità.

Risulta, inoltre, quanto mai paradossale affidare il compito di “custodire la pace” a una generazione che appare travagliata da profondi conflitti interiori, dalla difficoltà di riconciliarsi con le proprie fragilità e sofferenze, dalla fatica di costruire relazioni cordiali e di non-belligeranza nei propri molteplici ambiti di vita.

Il cammino verso l’adultità è infatti spesso costellato da contrasti dolorosi, inquietudini laceranti, piccole e grandi battaglie che rendono quanto mai impegnativo fare esperienza di un’autentica dimensione di pace. E va da sé che chi non sa amministrare le proprie contraddizioni interiori e rinunciare a fare appello alla logica dello scontro nei rapporti che intrattiene con chi gli sta intorno, difficilmente potrà candidarsi a essere un operatore di pace nel mondo.

Eppure, proprio la sfida quotidiana di costruire e ricostruire la pace dentro di noi e nelle relazioni con gli altri, di fare i conti ogni giorno con la fatica di scegliere la via del dialogo e della mediazione in luogo di quella dell’aggressività e della prevaricazione, può diventare una preziosa palestra per allenarsi con perseveranza e ostinazione a “fare la pace”, che è qualcosa di più che limitarsi semplicemente a pensarla, a invocarla o a sostenerne le ragioni, perché implica la disponibilità ad agire concretamente per realizzarla, a partire dai piccoli gesti di gentilezza e umanità nei confronti delle persone che abbiamo accanto.

E se è vero che, di fronte a questo mondo che “va all’inferno” e in cui le guerre divampano come incendi inestinguibili, un individuo da solo può fare ben poco, è altrettanto vero che, se ognuno si impegnasse davvero a compiere atti di pace e a ritornare umano riconoscendo nel volto dell’altro, di ogni singolo altro, la presenza di Dio che torna a farsi carne per esortarci all’accoglienza e alla compassione, forse allora la pace tornerebbe di nuovo ad abitare in mezzo a noi.

(Tratto da “Il Bollettino Salesiano”, dicembre 2025)


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