Il Nobel che meriterebbe Trump



Alessandro Risso    17 Dicembre 2025       1

“Time” ha indicato come “persona dell’anno” di questo 2025 i guru dell’AI, l’intelligenza artificiale. Non sappiamo come l’abbia presa Donald Trump, l’indiscusso protagonista della politica mondiale dal suo insediamento a gennaio. Avrebbe benissimo potuto ottenere il riconoscimento, bissando la copertina che la rivista gli aveva dedicato lo scorso anno. Al Presidente americano, veramente, sarebbe interessato di più vedersi assegnare il premio Nobel per la Pace: in fin dei conti ha in qualche modo imposto a Israele e Hamas il cessate il fuoco e un percorso di ricostruzione della martoriata Striscia di Gaza, con incognite e parti più che discutibili, ma al momento sostanzialmente rispettato. Pensava così di meritare dagli accademici norvegesi quello stesso riconoscimento che nel 2009 assegnarono sulla fiducia a Obama, arrivato alla Casa Bianca da pochi mesi, solo nella speranza che potesse fare qualcosa per la pace nel mondo: buoni propositi che, sappiamo, non si tradussero in fatti.

Certamente vi è una differenza abissale tra i modi aristocratici di Barak e la rozzezza istituzionale di Donald. Trump pare uno spaccone da saloon, fa e disfa dall’oggi al domani (vedi le giravolte sui dazi), non si preoccupa di affossare il rapporto privilegiato con l’Europa, descritta nel recentissimo documento strategico sulla sicurezza degli Stati Uniti come “una civiltà a rischio” guidata da “leader deboli”. Fior di commentatori non si capacitano di questo strappo tra le due sponde dell’Atlantico. Nel nostro piccolo, è da anni che vediamo l’inconciliabilità tra l’alleanza (o, se preferite, sudditanza) atlantica e il progetto dell’Unione europea (vedi ad esempio Atlantisti e/o europeisti).

La presidenza Trump, pur caratterialmente agli antipodi da Obama e Biden, nella sostanza non fa che percorrere un solco già ben tracciato dai predecessori democratici. Federico Rampini, uno che di United States se ne intende, ha più volte dichiarato che lo scontro elettorale del novembre 2024 per la presidenza vedeva contrapposti “un deficiente contro un delinquente”. Con più tatto, avevamo scritto che “Biden viene a volte dipinto come un anziano un po’ rimbambito. In realtà si è dimostrato un genio: facendo precipitare la situazione in Ucraina, o non facendo nulla perché precipitasse, ha demolito i rapporti Europa-Russia (permettendo l’eloquente distruzione degli oleodotti Nord Stream), ha ricostruito la cortina di ferro a dividere l’Europa, ha ridato un senso alla NATO e ai 778 miliardi di spese militari annue degli USA nel 2018 (contro 252 della Cina e 62 della Russia, ricordiamolo), saliti nel 2023 a 911, ha indebolito le economie russa ed europee (in particolare quella tedesca) con un conflitto lungo e logorante, ha creato uno sbocco di esportazione allo shale gas americano che noi europei pagheremo almeno il triplo del gas russo…”.

Non sappiamo se la strategia sia stata sua, di Obama, dei loro consiglieri o “dell’apparato militare-industriale” denunciato da Eisenhower nel lontano 1961 e rappresentato negli anni recenti dai cosiddetti neocons (Dick Cheney, i coniugi Kagan-Nuland) teorici dell’esportazione della democrazia e legati all’industria bellica. Nati repubblicani, questi personaggi si sono accreditati con Obama prima e Biden poi, arrivando a sostenere pubblicamente Kamala Harris alle ultime presidenziali. Per dirla chiara, anche se non piacerà ai Calenda/Gruber e altri liberal nostrani, i più guerrafondai dell’establishment americano hanno scelto i democratici. Ma Trump è un affarista, e sa bene quanto conti l’industria delle armi negli USA.

Così, se da un lato si è preoccupato di ribadire che nessun soldato americano morirà in Ucraina, dall’altro ha costretto gli europei a commesse miliardarie per acquistare sistemi di difesa (statunitensi) e pagare le spese della NATO con il 5% del PIL. Come ha detto chiaramente suo figlio Donald Jr: “Non c’è più per gli europei il grande idiota con il libretto degli assegni”.

Ecco cosa è cambiato: non la sostanza, è solo caduta la spessa coltre di ipocrisia che ha caratterizzato per decenni il rapporto tra Vecchio Continente e Washington. Stop alla favola della presunta alleanza tra pari, mai esistita ed ora più che mai nuda dopo il disimpegno americano per sostenere i costi della prosecuzione della guerra in Ucraina. Dove sono i maggiordomi europei della NATO, i vari Stoltenberg e compagnia che parlavano di “vittoria finale”? Tutti spariti come il Boris Johnson che fece saltare il cessate il fuoco concordato a Istanbul?

No, ora abbiamo Rutte al vertice europeo dell’alleanza, e la Kallas commissario Esteri della UE che fanno buon viso al nuovo corso americano e perorano la necessità di arrivare a spendere il 5% del PIL in armamenti per difendersi dal pericolo russo.

Considerato che i russi hanno miseramente fallito la marcia su Kiev, che da quasi quattro anni non riescono ad aver ragione della resistenza ucraina nel Donbass, che la spesa dei Paesi UE in difesa è storicamente più del doppio di quella di Mosca (ne ha scritto con numeri precisi Giuseppe Ladetto, indicando poi le vere ragioni degli investimenti in armi), da questi dati di fatto (non opinioni) pare proprio che la creazione di un nemico fittizio sia solo funzionale agli interessi delle élites finanziarie che tra Londra e Washington lucrano sulla produzione e vendita delle armi. E vedere che oggi si sta basando quello che resta del progetto europeo sul riarmo – pagato in gran parte a industrie USA – fa molto male agli europeisti di cultura democratica e popolare di ispirazione cristiana, che hanno nella pace un valore costitutivo e non negoziabile.

Quando scrivevamo che gli USA, potenza unipolare dopo il crollo del Muro di Berlino, non potevano permettere il saldarsi delle economie europea (con la sua alta tecnologia, il suo ricco mercato, la sua inestimabile cultura) e russa (con immense ricchezze naturali), che si candidava a protagonista positivo ed equilibratore nel mondo multipolare, abbiamo sempre ascoltato i cantori dell’atlantismo sostenere che solo mantenendo saldo il legame con l’America avremmo salvaguardato il benessere europeo.

È paradossale che del benessere europeo – legato indissolubilmente al mantenimento della pace di cui abbiamo goduto per quasi ottant’anni – si preoccupi più Trump con il suo sforzo di porre fine alla guerra (che con lui alla presidenza, come ripete spesso, “non sarebbe mai cominciata”) rispetto ai governanti dell’Unione, tarantolati dal bellicismo antirusso. Piaccia o no l’inquilino della Casa Bianca (a noi non piace per enne ragioni), non possiamo non condividere il suo anelito di pace. Ben sapendo che non è benefattore ma un bieco affarista: i buoni propositi per la fine delle ostilità si accompagnano all’accordo che permetterà agli USA di sfruttare la metà dei giacimenti di terre rare presenti in Ucraina, senza impegnarsi a finanziare la ricostruzione del Paese, lasciata sulle spalle dell’Europa. Di quegli europei che già pagano a carissimo prezzo il gas liquefatto americano e che si sono impegnati a mantenere la NATO investendo in armi (americane) invece che in welfare e cooperazione. Portando a compimento il disegno iniziato dai suoi predecessori democratici.

Dove invece Trump ha messo del suo è nella tragedia di Gaza. Qui ha imposto la tregua uscendo da schemi che non corrispondono più (se mai siano stati realizzabili) alla realtà dei fatti, come la prospettiva di “due popoli, due Stati”, inattuabile dopo l’incontrollata espansione delle colonie israeliane in Cisgiordania e la distruzione della Striscia. La prospettiva (lanciata con quel surreale video pubblicitario) di trasformare la costa palestinese in una nuova Florida e la ricostruita Gaza in Miami spiega il personaggio più di mille parole, capace di indicare un’opportunità di investimento al capitalismo occidentale e arabo e di lavoro per i palestinesi costretti da decenni a vivere di aiuti umanitari.

Questo è Trump, un affarista cinico, diretto e brutale. I media, controllati dai poteri forti e spiazzati dal nuovo corso statunitense, lo stanno dipingendo come un inaffidabile. “O è pazzo o è sotto ricatto” ha sentenziato un maitre à penser come Ernesto Galli della Loggia sul “Corriere”. Ma quando sconcerta i benpensanti parlando di annessione agli USA del Canada o della Groenlandia danese, Trump ripropone (senza prudenza, bon ton e mediazioni) la storica “dottrina Monroe”, sintetizzata in “l’America agli americani”. Storicamente portò al dominio statunitense sulle Americhe e a lunghi periodi di disinteresse, all’isolazionismo, per le vicende europee e mondiali. Trump non si disinteressa degli assetti geopolitici, tutt’altro. Ma riconosce lo spazio della Cina, che vuole contrastare nel Pacifico e nel commercio mondiale, e della Russia, con cui dovrà condividere le rotte artiche aperte dal progressivo scioglimento della calotta polare. Non pensa ad esportare con le armi la democrazia nel mondo, visto anche il risultato ottenuto in Iraq ed Afghanistan. Ha coniato lo slogan del MAGA indicando a tutti che punta a far tornare grande l’America, anche a scapito dei concorrenti e “scrocconi” europei, guidato solo dal tornaconto proprio e nazionale (che nel suo ego smisurato tendono a coincidere), senza orpelli ideologici e di galateo diplomatico.

Cotanto personaggio meriterebbe certamente un premio Nobel: quello del cinismo. Mentre a Biden (e a Obama prima di lui) si sarebbe potuto riconoscere il Nobel dell’ipocrisia. La si può pensare diversamente, ma la brutale sincerità trumpiana crediamo sia da preferire, perché almeno sappiamo cosa pensa e cosa vuole il potente e prepotente leader americano. Per arginarlo e interloquire ci vorrebbero in Europa degli statisti. Invece vediamo solo tanti penosi candidati ad altri tre Nobel: quelli del servilismo, dell’ignavia e del “tafazzismo”.


1 Commento

  1. Magari qualche tono potrà sembrare un po’ duro, ma la sostanza del ragionamento di Risso la condivido pienamente; sono abbastanza vecchio per ricordare l’immagine di De Gasperi che scende dall’aereo con un assegno in mano per un’Italia ormai in liquidazione; nei pochi anni seguenti quanto la cultura italiana seppe proporre si manifestò con una visione politica di lungo periodo affidata a “piani”, da attuare con “programmi” della durata di un ciclo elettorale; ma tutto svanì rapidamente in mano a partiti che pensavano solo a vincere un posto a tavola… o pardon!, un seggio in parlamento; proviamo a riprendere quel percorso, ma non con un partito che pensa solo alle scadenze elettorali, ma con un movimento che provi a proporre nuove dinamiche culturali, da cui derivino nuove idee sula “far politica insieme”

Rispondi a Mario Fadda Annulla risposta

La Tua email non sarà pubblicata.


*