Unione europea al bivio



Aldo Novellini    10 Dicembre 2025       4

Ci voleva proprio Elon Musk per farci capire meglio il concetto espresso nei giorni scorsi dal presidente americano Donald Trump al National Security Council, ovvero che l'Unione europea è una realtà scomoda per gli Stati Uniti - dovrebbe addirittura sciogliersi dice il patron di Tesla - e che nei prossimi anni dovrà quindi rendersi autonoma sulla difesa perché Washington non intende più, come ha fatto sinora, sostenere le spese militari in ambito Nato.

Non possiamo sapere se questa politica trumpiana marcatamente antieuropea rappresenti solo il timbro della sua amministrazione o se preluda ad un permanente mutamento di rotta degli Stati Uniti rispetto all'Europa. Magari anche con una Casa Bianca a guida democratica, consegnando agli archivi la stretta alleanza con il vecchio continente che ha caratterizzato gli ottanta anni seguiti alla Seconda guerra mondiale.

Alleanza, va ricordato, nata non per caso ma che era già nei fatti durante il conflitto stesso. Basti pensare allo sbarco in Normandia che diede il colpo di grazia alla Germania nazista. E comunque vadano i reciproci rapporti atlantici in futuro, il sacrificio di quelle migliaia di giovani americani sulle spiagge francesi rimarrà in eterno a sancire una prossimità tra Europa e Stati Uniti che nessun dissenso potrà mai cancellare.

Detto questo oggi sembra proprio che la Nato, a dispetto di quanto indicato nel suo acronimo, più che concentrarsi sull'Atlantico preferisca puntare sul Pacifico. In quell'area sta l'attuale interesse statunitense, a confronto con avversari come la Cina ed alleati come Giappone o Sud Corea. Ai giorni nostri è Taiwan la vera frontiera come lo era Berlino ai tempi di John F. Kennedy. Ed è su Taipei che si concentrano gli sguardi e le preoccupazioni di Washington. Non certo sullo scacchiere europeo.

E infatti se per noi l'Ucraina e i suoi confini sono questioni decisive, per Trump sono solo un fastidio da cui liberarsi prima possibile. In qualunque modo, anche accettando in toto le condizioni di Mosca. L'Europa deve tenere il punto, per rendere meno gravoso il fardello per Kiev, compensando la probabile perdita territoriale del Donbass con un rapido ingresso ucraino nell'Unione e assicurando una protezione assimilabile a quella dell'art. 5 della Nato. E c'è da credere che non manchi l'inventiva giuridica per scovare i più appropriati accorgimenti per giungere al risultato voluto.

Al tempo stesso sarebbe meglio da parte europea smettere di immaginare futuri attacchi russi ai Paesi baltici o alle nazioni dell'Est. Insistere su questo tasto non fa altro che irritare inutilmente Mosca, dando a Vladimir Putin la sensazione che la difesa comune europea sia rivolta contro il suo Paese. Non è così, e nemmeno deve sembrare che lo sia. L'Unione in prospettiva dovrà certamente difendersi da sola : era ora si può davvero dire. Ma questo non deve in alcun modo prendere le forme di un aprioristico malanimo verso la Russia. Con Mosca andrà applicata una linea che, senza piegarsi dinanzi a qualsiasi tentativo di intimidazione, prospetti la disponibilità a collaborare in qualsiasi campo, qualora se ne presentino le condizioni. Vale sempre l'approccio kennedyano per cui, anche nella diversità dei sistemi politici, viviamo pur sempre tutti sullo stesso pianeta.

Assodato che per evitare di fare la fine del vaso di coccio con quelli di ferro - americani, russi o cinesi che siano – l'Unione europea debba dotarsi di una difesa sovranazionale, occorre riflettere sulle sue modalità realizzative. E qui sorgono i problemi. Se infatti ogni Paese continua a muoversi in solitario, le spesa militare salirebbe alle stelle rendendo inevitabile un drastico ridimensionamento del nostro welfare.

Prima vittima di questi tagli sarebbe la sanità pubblica e universale, una protezione esistente solo nel continente europeo. Pur con le dovute differenze - meno all'est di più all'ovest – ovunque in Europa ci sono sistemi sanitari a prevalenza pubblica. Ma spendere in maniera non coordinata per gli armamenti, finirà per accrescere i costi al punto da costringere a tagliare proprio in questo settore. Non è infatti casuale che gli Stati Uniti, gravati da immani spese militari, siano privi di una sanità pubblica e si affidino a quella privata. La coperta è corta e di questo dobbiamo essere consapevoli, anche se i nostri politici preferiscono parlare d'altro.

Unica strada per salvare il nostro welfare ed allestire nel contempo una difesa comune è realizzare un sistema difensivo integrato a livello europeo facendo tutte le possibili economie di scala. Una scelta che richiede il pieno accordo tra i Ventisette, difficile però da conseguire a causa del voto all'unanimità che blocca qualsiasi decisione. Un freno da eliminare prima possibile.

In alternativa si può però pensare ad un'Europa a diversi livelli di integrazione, come accade per la moneta unica. Un modello da replicare per la difesa, e in parallelo per fiscalità ed energia, due voci chiave del sistema difensivo comune rappresentando rispettivamente: una quota del suo finanziamento e una garanzia della sua efficacia, visto che gli apparati militari richiedono sicuri approvvigionamenti energetici.

Una svolta epocale che richiede l'impegno dei quattro grandi: Italia, Francia, Spagna e Germania. A quel punto, non tutti - esattamente come per l'euro – ma molti degli altri Paesi seguiranno a ruota. Di certo occorre andare avanti, perché oggi l'Unione si trova ad un bivio: contare di più sullo scacchiere mondiale o essere irrilevante, dando ragione a Musk che ne chiede lo scioglimento.


4 Commenti

  1. Concordo, corretta disamina.E’ assolutamente necessario superare l’unanimità. Chi ci stà deve approvare una unione difensiva, fiscale ed energetica.

  2. Molto apprezzabile soprattutto lì ove si richiama la saggia visione Kennediana (siamo diversi ma viviamo tutti sullo stesso pianeta), e sarebbe utile non distruggerlo, aggiungerei io, con una guerra atomica esito di contese tra galletti (vedi i cosiddetti “volonterosi”). Meglio perderli che trovarli, certi “volonterosi”!
    Viceversa per quanto riguarda la “democrazia Europea” purtroppo appare sempre più il tradimento di quell’originale spirito fondativo che ispirò i primi costituenti. Ad oggi non è una reale democrazia dato che tutto il potere è in mano alla Commissione e alla sua presidente che non sono eletti e non sono reale espressione dei cittadini europei. Una commissione non realmente soggetta al parlamento e molto più attenta e alle volontà di certi poteri economici e lobbies (vedi industrie farmaceutiche durante le deprecabili vicende del periodo COVID e vedi ora produttori di armi) che al reale sentimento e volontà popolari e al reale bene collettivo.

  3. Forse bisognerebbe distinguere due piani nel gruppo dei 27: uno costituito da uno stato federale di 14 paesi, più omogenei tra loro o, comunque, non esposti a scontri con la Russia o ai rischi dell’instabilità balcanica: i 4 grandi Francia, Germania, Italia, Spagna + Benelux, Irlanda, Portogallo, Malta, Austria, Slovenia, Grecia, Cipro e considerare come un Mercato comune (con moneta comune?) l’unione a 27 con gli altri 13 ai quali, se lo desidera, potrebbe riunisi anche l’inghilterra.
    Successivi equilibri geopolitici, e di maturazione politico-culturale, potrebbero portare ad accettare come stati federati alla Federazione Europea uno o più stati del nuovo Mercato Comune Europeo. Rinvio per approfondimenti al mio scritto DEL 2021 qui connesso: https://www.politicainsieme.com/leuropa-supera-lanarcocapitalismo-se-diventa-stato-federale-di-domenico-accorinti/

Rispondi a Alfredo Annulla risposta

La Tua email non sarà pubblicata.


*