La realtà dietro il record di occupati



Natale Forlani    18 Dicembre 2023       2

Dopo la fase acuta dell’emergenza sanitaria la crescita dell’occupazione è stata di un’intensità che non conosce precedenti. I bollettini dell’Istat aggiornano ogni mese i record storici per il numero assoluto degli occupati (23,7 milioni) e dei contratti a tempo indeterminato (15,8 milioni). Nonostante queste performance, che hanno smentito i profeti di sventura che paventavano la perdita di un milione di posti di lavoro in uscita dal blocco dei licenziamenti alla scadenza del 31 dicembre 2021(da quella data i posti di lavoro sono aumentati di 1,5 milioni), il nostro Paese è nel frattempo retrocesso all’ultimo posto, superato anche dalla Grecia, tra quelli aderenti all’Ue, come tasso di occupazione (61,8% rispetto a una media superiore di 10 punti) equivalenti a 3,6 milioni di posti di lavoro a parità di popolazione.

Questo significa che siamo ancora distanti dall’utilizzare in modo adeguato le risorse umane disponibili, una condizione aggravata dal numero delle persone a carico di quelle che lavorano che tenderà ad aumentare anche nei prossimi anni a un ritmo superiore a quello degli occupati per via delle dinamiche demografiche già consolidate per i prossimi 15 anni e la previsione di una perdita di circa 5 milioni di persone in età di lavoro e un parallelo aumento di 2,5 milioni di pensionati.

Quello appena descritto non è l’unico paradosso che dovremo affrontare. Il sottoutilizzo delle risorse umane, le circa quattro milioni di persone in cerca di lavoro o inattive propense a lavorare, coincidono con la crescita dei posti offerti dalle imprese che non trovano lavoratori disponibili. Le tecnologie corrono veloci, aumenta il fabbisogno di lavoro qualificato, ma la nostra capacità di adeguare i percorsi formativi sta peggiorando in modo preoccupante. Ma a ben guardare, la carenza di profili specializzati, che richiede risposte adeguate ma che dipendono da una programmazione che produce effetti nel medio periodo, rappresenta solo la faccia nobile del problema. Infatti, una parte significativa dei posti vacanti non richiede la partecipazione a corsi di formazione lunghi e sofisticati, ma delle competenze che possono essere acquisite con percorsi di addestramento nell’ambito lavorativo.

Sono posti di lavoro che non riscontrano, per diversi motivi, un particolare gradimento nelle nuove generazioni anche a prescindere dal valore delle retribuzioni. La stagnazione dei salari e la quota rilevante delle qualifiche con basse retribuzioni rappresentano un serio problema per l’economia e per il mercato del lavoro italiano. Ma non riguardano solo i nuovi posti di lavoro, ma anche qualche milione di persone che ogni mattina si recano al lavoro per far fronte alle esigenze personali e familiari e contribuire ai fabbisogni della collettività.

Si può, e si deve fare molto per migliorare la qualità del lavoro e il valore delle retribuzioni. Sono aspettative legittime e che fanno parte storicamente del progresso economico e sociale delle società moderne. Le innovazioni tecnologiche che abbiamo a disposizione sono in grado di cambiare in meglio le organizzazioni del lavoro e di favorire la crescita della produttività per conseguire questi obiettivi. Ma dobbiamo toglierci dalla testa che possano essere raggiunti senza impegni e sacrifici e un approccio valoriale fondato su una corretta ponderazione dei diritti e dei doveri delle persone.

La scorciatoia a portata di mano è quella di evocare l’ingresso di nuovi immigrati. La riduzione della popolazione italiana in età di lavoro, affermano gli esperti, deve essere affrontata programmando l’ingresso di lavoratori provenienti da altri Paesi. La programmazione dei nuovi flussi migratori non dovrebbe essere contrapposta all’esigenza di rimediare al sottoutilizzo delle risorse umane che sono già disponibili nel territorio. In entrambi i casi serve una maggiore qualificazione dei lavoratori coinvolti. Fattore che non corrisponde all’esigenza, meno nobile, di impiegare gli stranieri nei mestieri che sono sgraditi agli italiani.

La domanda di nuovi lavoratori stranieri nel frattempo è esplosa. Ne servono almeno 800mila, affermano gli esperti, con l’immancabile sostegno delle associazioni imprenditoriali e sindacali, per compensare l’esodo dei lavoratori anziani che vanno in pensione. Una domanda di lavoro superiore all’offerta disponibile, anche per i lavoratori immigrati, dovrebbe favorire una crescita dei salari. Invece sta avvenendo il contrario. I salari e le condizioni lavorative risultano peggiori soprattutto dove è consistente la presenza di lavoratori immigrati: nei settori e nelle aziende dell’agricoltura, dell’edilizia, di molti comparti del commercio, del turismo, della logistica e dei servizi alle persone, dove le prestazioni sommerse la fanno da padrone (nel senso letterale del termine). La domanda di nuovi immigrati è elevata, ma i due terzi dei lavoratori poveri in Italia con redditi da lavoro e familiari inferiori alla metà del reddito medio nazionale, e che vengono evocati per richiedere un intervento legislativo sui salari, sono lavoratori stranieri regolarmente residenti in Italia.

Per mantenere l’equilibrio da sottosviluppo che caratterizza interi settori economici che registrano bassi livelli di investimenti ed un elevato sfruttamento di manodopera servono più immigrati. E a teorizzare questa deriva sono proprio coloro che si autoproclamano paladini dei lavoratori stranieri.

Il lavoro sommerso è la palla al piede che comprime la possibilità di far crescere i salari contrattuali e la condizione che rende improbabile anche l’efficacia di un eventuale salario minimo legale. Infatti, l’evasione delle norme continua a essere rilevante anche per la parte fiscale dei redditi, come conseguenza delle prestazioni sommerse.

Nel frattempo, altro paradosso, molti dei nostri giovani diplomati e i laureati, circa 400mila negli ultimi 10 anni, si sono trasferiti in altri Paesi. Non è un numero eccessivo. È un fenomeno persino necessario per consentire loro di fare esperienze lavorative di buona qualità. Il dato preoccupante è che la gran parte di loro non torna e che in generale il nostro Paese non risulta attrattivo per le risorse umane qualificate. Se non rendiamo attrattivo il nostro territorio per gli investimenti e per le risorse umane qualificate diventa pressoché impossibile assicurare la sostenibilità della transizione ecologica e digitale dell’economia che richiede l’impiego di notevoli risorse anche per assecondare l’aumento dei vincoli normativi e per far fronte ai rischi geopolitici che condizionano le scelte aziendali.

Aumentare la produttività e i salari con obiettivi di medio e lungo periodo dovrebbe essere l’oggetto primario delle scelte politiche e delle rappresentanze del mondo del lavoro. La condizione necessaria anche per far fronte anche ai nuovi fabbisogni di spesa sociale e per la redistribuzione del reddito. Ma buona parte della classe dirigente politica, imprenditoriale e sindacale teorizza e rivendica che debba essere lo Stato a generare la ricchezza facendosi carico di sostenere la redditività delle imprese, i redditi delle persone e persino di una parte dei salari dei lavoratori con supplementi di spesa pubblica e di aumento del debito. Una classe dirigente che appare più preoccupata per i vincoli che gli altri Paesi dell’UE vogliono introdurre nel Patto di stabilità per limitare la crescita dei deficit e dei debiti pubblici anziché della nostra palese incapacità di utilizzare le risorse finanziarie già disponibili. Una cosa priva di senso destinata ad accelerare la deriva autoreferenziale e parassitaria che sta deteriorando la qualità delle relazioni delle nostre comunità.

È l’ultimo dei paradossi, ma è quello che impedisce di affrontare i problemi assumendo il principio di realtà.

(Tratto da www.ilsussidiario.net)


2 Commenti

  1. record astratti, di fantasia? Già dall’ottobre 2022 i media commentavano con grande evidenza i dati Istat che certificano il record per il tasso degli occupati che aveva raggiunto il 60,5% il più alto dal 1997, primo anno della serie storica Istat. E’ un dato reale? Oppure, come mettono in guardia attenti commentatori, tra questi Francesco Seghezzi e Dario Di Vico, può essere solo un dato virtuale, un record astratto, conseguente all’utilizzo ai nuovi criteri statistici che conteggiano come inattivi i lavoratori in Cig da oltre tre mesi a zero ore, e poi si considerano come nuovi occupati a tempo indeterminato quei lavoratori che rientrano dalla Cig a zero ore, pur lavorando poche ore. Perchè non vengono pubblicati in parallelo i dati dei flussi della Cig? Oltre a considerare anche l’altro criterio statistico che definisce occupato chi ha lavorato almeno 1 ora nella settimana precedente al sondaggio Istat.
    Scriveva Dario Di Vico in “La sorpresa dei posti fissi” su Corsera del 2-12-22 .
    Francesco Seghezzi, presidente di Fondazione Adapt, nell’intervista rilasciata a Giuliano Balestreri, su La Stampa del 2 dicembre, vede il bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto, sottolinea:

  2. Gli occupati virtuali diventerebbero concreti se attuassimo le seguenti riflessioni. Gli argomenti futili distraggono da problemi molto importanti come i seguenti:
    a) Io sono per un’Italia prospera, con un reddito complessivo più elevato e per abitante, meglio distribuito tra le classi sociali e le regioni del paese; credo nella funzione dello Stato in tutte le forme per raggiungere questi obiettivi; dare all’Italia fonti d’energia a buon mercato, condizione fondamentale dello sviluppo economico e per procurare direttamente alla fonte principale, qualsiasi forma d’energia pulita, senza dover dipendere da intermediari che godono di posizioni di oligopolio e che fanno pesare sui consumatori; credo nella pace internazionale e nella necessità a tal fine di sempre più ampi rapporti economici fra tutti gli Stati e nella necessità che tutti cooperino su un piano di assoluta parità allo sviluppo dei paesi economicamente meno progrediti” (Enrico Mattei)
    b) Raffreddare l’inflazione con correttivi intelligenti. Intervenire con progetti agricoli per abbassare il costo dell’ortofrutta, prevedendo inoltre forme assicurative calmierate nel caso di eventi atmosferici disastrosi.
    c) Potenziare la ricerca con nuove assunzioni. Faccio un esempio Eni negli anni novanta aveva 150mila dipendenti di cui 4000 per la ricerca, ora ne ha appena 31mila. Tutte le Aziende con alti profitti devono assumere, incoraggiando inoltre anche le aggregazioni tra imprese complementari.
    d) Incoraggiare il Fotovoltaico sui capannoni industriali. Oggi è possibile lo stoccaggio di EE in batterie evitando lo scambio sul posto.
    e) La tecnologia SMR è virtuosa, sono favorevoli: Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Gilberto Pichetto e tanti altri politici, essa potrebbe risolvere favorevolmente i problemi italiani economici, ambientali ed occupazionali. Disponendo di EE di potenza a basso costo è possibile produrre anche idrogeno e fertilizzanti a basso costo. In soccorso della produzione d’idrogeno arriva l’acciaio inox al manganese con proprietà anticorrosive e long-life, è dieci volte più conveniente dell’acciaio attualmente impiegato. Non trascurando la notizia del 23.11.2023, che è stata costituita la Banca Europea dell’Idrogeno, con la mobilitazione di 800 milioni di euro finanziati dal fondo europeo per l’innovazione. Mentre per il 2024 la stessa Banca avrà un fondo di dotazione di 3 miliardi di euro. Con il CNR/ITAE è stata avviata una fattibilità per motorizzare i TIR (IVECO) e i Traghetti che operano nello Stretto di Messina con motori Fuel Cell alimentati a idrogeno.
    f) Il Piano Mattei per lo sviluppo del Sahel e dell’Africa equatoriale, deve avere l’obiettivo di creare Joint con grandi Investitori, italiani, tedeschi, francesi ed inglesi, per sviluppare diverse iniziative, abbattere la povertà ovunque con progetti virtuosi a basso costo e ad alto profitto.
    g) No! Armi dell’Italia all’Ucraina, ma solo aiuti umanitari. Il mondo confida in un negoziatore come fu Giorgio LA PIRA, per la pace traPutin con Zelensky e tra Insraele con i palestinesi. Purtroppo i soliti cattivi guerrafondai occulti rovinano il mondo (finchè c’è guerra c’è speranza). Invito a leggere “Il Golpe inglese” di Mario José Cereghino e Giovanni Fasanella.

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