1. Il futuro geopolitico: unipolare o multipolare?



Giuseppe Davicino    5 Settembre 2023       3

La transizione ecologica e quella digitale, ovvero il passaggio verso un modello improntato alla sostenibilità e aperto alle innovazioni tecnico-scientifiche, sono al centro dell'agenda politica. Non altrettanto sembra potersi dire per la transizione geopolitica in corso. Eppure quest'ultima è il presupposto per la riuscita delle altre due, quella ecologica e quella digitale. Solo se il processo di creazione di un nuovo equilibrio globale multipolare avverrà in modo pacifico, si potrà ottenere un generale avanzamento di civiltà.

L’Europa, sia comunitariamente che come singoli Stati, deve uscire da un lungo letargo che rischia di penalizzarla, se non addirittura di tagliarla fuori dai nuovi assetti globali che si vanno definendo. Perché, come ci ha ricordato il Capo dello Stato, Sergio Mattarella lo scorso 31 agosto a Torre Pellice, “sprovvista delle sue autentiche ambizioni, l’Europa non avrebbe ragione di esistere. Non potrebbe esistere. L’ambizione, in tempi di guerra, di conseguire presto la pace per un ordine internazionale rispettoso delle persone e dei popoli”.

L’Unione Europea, a cominciare dal conflitto causato dall'invasione russa dell’Ucraina, non può rinunciare all’ambizione di esprimere una propria linea per porre fine quantomeno all’uso delle armi. Non può non avere una propria strategia per il Mediterraneo, l’Africa, e l’Eurasia dai quali è circondata o inscritta. Non può non avere una propria dottrina per la sicurezza che non può ignorare il fatto che la Russia, con la quale l’Unione Europea confina a differenza degli Stati Uniti, costituisce un fattore ineludibile per la sicurezza europea al pari dell’Africa. Infine, l’UE non può non definire una propria specifica visione di un nuovo modello di relazioni internazionali. In particolare l’Europa deve decidere se appoggiare, in posizione subalterna, la strategia unipolare degli USA, tesa a mantenere la storica superiorità occidentale, oppure se costruirsi un ruolo più autonomo in uno scenario multipolare.

Per queste ragioni “Rinascita popolare” al fine di contribuire a intensificare il dibattito sul ruolo dell’Italia e dell'Europa in questi tempi nuovi che si annunciano, propone due interventi che ben rappresentano invece la visione americana, in ottica unipolare, e quella cinese, in ottica multipolare.

Il primo contributo è una sintesi dello storico discorso del Consigliere per la Sicurezza Nazionale Jake Sullivan, uno dei più stretti collaboratori e principale stratega del presidente Joe Biden, del 27 aprile scorso alla Brookings Institution (esclusivo think tank che opera a Washington da più di un secolo e dalle cui fila sono usciti ben sei Presidenti degli Stati Uniti e nel cui Consiglio siede un solo europeo, Mario Draghi) nel quale annuncia la nuova dottrina americana rispetto al cambiamento geopolitico in corso. Non il multilateralismo bensì un sistema globale a cerchi concentrici con al centro gli USA, seguiti dai propri alleati chiamati a coordinarsi con il nuovo “Washington consensus” e infine aperto al resto del mondo nella misura consentita dalla tutela degli interessi americani.

L’altro contributo è una sintesi dell'intervento del presidente cinese Xi Jingping al BRICS Business Forum 2023, del 22 agosto a Johannesburg, nel corso dell'ultimo vertice dei Paesi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) nel quale delinea una visione pluralistica e policentrica della politica mondiale e in cui indica le condizioni che, secondo la Cina, favoriscono lo sviluppo e la sicurezza globali.


3 Commenti

  1. Ragioni geopolitiche portano l’Europa a guardare all’Africa, al Vicino e Medio Oriente, alla Russia e alla stessa Cina in un’ottica diversa da quella americana. Lo aveva rilevato Emmanuel Macron in un’intervista del 2020, e lo ha recentemente sottolineato, sia pure in termini più sfumati, il Presidente Sergio Mattarella. Pertanto, l’Europa dovrebbe assumere un ruolo più autonomo inserendosi da protagonista in un nuovo equilibrio multipolare.
    Tuttavia, tale prospettiva non potrà prendere corpo finché, nell’agenda politica e nei media dei paesi europei, prevale la tesi che la situazione internazionale sia essenzialmente determinata dal conflitto fra liberaldemocrazia e autocrazie per il domino del mondo.
    Si potrebbe dire che tale rappresentazione sia dettata da motivazioni strumentali, ma a suo sostegno, c’è una visione di ordine ideologico che affonda le sue radici nell’illuminismo, in quanto i valori e le istituzioni affermatisi in Occidente sono ritenuti frutto di ragione e pertanto universali.
    Se si condivide questa visione delle cose, è pressoché inevitabile aderire alla logica che ispira il progetto a suo tempo esposto da Francis Fukuyama in “La fine della Storia”, ed oggi riproposto dall’amministrazione democratica americana in un’ottica unipolare. Gli Stati Uniti sono la potenza che, avendo sconfitto fascismo e comunismo, è diventa il centro di quell’Occidente portatore di valori universali: spetta quindi alla nazione americana il compito storico assegnatole dal destino di unificare il mondo all’insegna del liberalismo.
    A fronte di ciò, chi mai sarà disposto a prendere distanza da un progetto presunto frutto dell’illuminismo?
    Voglio ricordare in materia quanto ha scritto Joseph Ratzinger in “Europa. I suoi fondamenti oggi e domani” .
    Il cardinale (non era ancora Papa) ritiene che la dimensione interculturale sia indispensabile per impostare la discussione delle questioni fondamentali sull’uomo, discussione che non può essere svolta puramente e semplicemente fra cristiani e neppure all’interno della sola tradizione occidentale della ragione. Entrambe le prospettive considerano come universale la loro autocomprensione, mentre sono comprensibili soltanto in determinati settori dell’umanità. Nella società odierna, occorre la disponibilità di tutte le parti ad imparare e ad autolimitarsi. Nel confronto non sono coinvolte solo la fede cristiana e la razionalità occidentale laica, anche se tutte e due caratterizzano fortemente la situazione mondiale: sarebbe una forma di hybris dell’Occidente che pagheremmo, e stiamo già pagando, a caro prezzo. Occorre che la cultura occidentale sia pronta ad ascoltare le altre culture e a mettersi in correlazione con esse.
    Cade quindi l’idea che l’Occidente sia portatore di istituzioni e di valori razionali ed universali che debbono essere esportati in tutto il mondo.

  2. Egregio Direttore,
    plaudo all’iniziativa, da te voluta, di riflettere insieme sull’auspicato nuovo Ordine Internazionale, muovendo da due visioni del mondo diverse se non contrapposte, per comprendere e magari contribuire a soluzioni condivise.
    Affronto la complessa tematica riprendendo questo inciso:
    “Ebbene di fronte al grande quadro della vita di oggi, torna assillante la domanda: <questa notevole evoluzione sociale, questa possibile struttura economica in sviluppo, questo nuovo orientamento dei popoli civili, questo tentativo di solidarietà internazionale, che racchiudono gli elementi di una futura palingenesi, accelerata dagli sconvolgimenti della guerra e del dopoguerra, comportano anzi esigono regime e politica di libertà o tendono verso le autocrazie e le reazioni? Ecco il problema! Chi spassionatamente considera gli elementi del problema e anzitutto il giuoco delle grandi forze morali ed economiche, non può concepire una politica antitetica, sia come sintesi collettiva, sia come espressione sociale. Nell’assolutismo, nel paternalismo, nella reazione era la forza agrario-feudale che predominava; le altre forze erano nascenti o non esistevano. Oggi quale forza può dominare da sola? Il tentativo di far dominare solamente il lavoro porta al sovietismo russo, cioè ad una industria che non è industria, ad un commercio che non è commercio. Finchè la Russia non supera questa concezione particolarista e unilaterale, resta fuori dal ciclo delle nazioni d’occidente e dallo sviluppo della nostra civiltà. Può l’agricoltura da sola instaurare un suo regime e formarsi una sua compagine politica? E chi mai può pensar ciò se non in sogno? Sarà allora la sola grande industria a prendere il dominio del mondo? Vi tende, di certo, per la sua immensa costruzione di forze, ma trovano ostacoli al suo monopolio, tanto le grandi organizzazioni operaie sindacali, quanto gli interessi degli altri ceti estranei, che sono nel fatto la maggioranza della popolazione in ogni stato anche il più industrializzato. E fra le stesse industrie ci sono interessi antitetici insopprimibili. Non resta che la politica dell’equilibrio di tutte le forze sociali. Ma questa è la politica della libertà; come potrebbero altrimenti le grandi forze giuocare tra loro ed equilibrarsi? E’ strano! Il problema così posto -libertà o reazione- è agitato più nei paesi poveri e tormentati dalle crisi che negli altri, dove si maturano le nuove sorti umane. ……. Se la libertà conquistata dagli uomini, nelle forme e con lo spirito degli ultimi secoli, non si ispirerà alla essenza del cristianesimo, che rivendicò esso solo nella storia la personalità umana, base di vera libertà; se la libertà non si impregna di vera religiosità, purtroppo vien meno nella sua stessa essenza, come spesso è avvenuto, lasciando il posto all’egoismo delle oligarchie o all’anarchismo delle masse.”
    L’inciso è tratto dal discorso che Luigi Sturzo pronunziò il 30 Marzo 1925 nella “Gran Sala della Corte di Cassazione di Parigi", dall’esilio. E’ passato un secolo ma sembra pronunziato ieri. A conferma del fatto che il POPOLARISMO è l’unica cultura politica pensata da Don Luigi come METODO, applicabile in ogni tempo.
    Penso che ambedue le visioni del mondo siano sterili se non innervate dalla visione profetica sturziana: il nuovo Ordine Internazionale che voglia e possa superare quello fondato sui Patti di Yalta non può prescindere dal fondarsi sulla Libertà nella Verità, incentrate sulla persona; che non può essere vittima di aggressione né subliminalmente corteggiata. Le civiltà non muovono tutte dagli stessi fondamentali della persona. Da qui lo “scontro”. Tuttavia immaginare l’occidente come il “ricco epulone” e il resto del mondo come “Lazzaro” è assolutamente fuorviante. I piccoli o grandi tiranni sparsi qui e là nel mondo, non hanno ambizioni di pace e convivenza, ma solo ambizioni emulative da aspiranti primattori! Si pensi alla Corea del nord o all’Iran per esempio. Occorrono intensi sforzi di pace da parte dei “capi delle nazioni”. Probabilmente necessitano anche “capi delle nazioni” all’altezza della sfida già richiamata un secolo fa da Sturzo. Certo è che la annuncianda sfida tra gli “improbabili” Byden e Trump; la prossima contesa elettorale europea di cui non si riconoscono né gli attori, né i ruoli, né gli obiettivi di politica internazionale; gli impeti dei nuovi astanti autocratici, non depongono a favore di soluzioni autorevoli.
    Piace a me immaginare un nuovo ruolo dei “LIBERI E FORTI” Sturziani, caritatevole, di pensiero, di proposta, politico.
    I have a dream…..
    Maurizio Trinchitella

  3. Come sempre Giuseppe Ladetto va al cuore del problema. La necessità che ciascuna parte si autolimiti non esclude che ogni cultura possa interpretare in modo originale i valori universali. Dei quali però nessuno può più ritenersi esclusivo depositario. Fa ben sperare il fatto che l’agenda ONU sullo sviluppo sostenibile sia condivisa a livello multilaterale. Su questo modello è possibile trovare un accordo anche per un nuovo sistema di governance globale.

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