L’impervia strada della pace



Maurizio Cotta    15 Aprile 2022       0

Cercare la pace è responsabilità di ogni essere umano nei rapporti interpersonali e sociali. Ancor di più è responsabilità primaria dei politici che guidano le nazioni per le conseguenze drammatiche che l’assenza di pace può provocare come vediamo con tragica crudezza in questi giorni nelle città dell’Ucraina. Non c’è bisogno però di ricordare che mentre la pace a livello interindividuale dipende direttamente dalle intenzioni e dai comportamenti delle persone, la pace a livello internazionale, cioè tra grandi entità collettive come gli Stati, dipende da più complessi sistemi di relazioni, che richiedono bilanciamenti tra le forze, la messa in atto di istituzioni e procedure per la risoluzione dei conflitti, di meccanismi volti a creare fiducia reciproca tra gli Stati e a incentivare la collaborazione.

Senza dimenticare i molti sanguinosi conflitti in atto in altre parti del mondo la guerra che divampa oggi in Europa dopo l’invasione russa dell’Ucraina interpella oggi direttamente e con particolare forza le autorità politiche dei Paesi europei. Cercare la pace qui e oggi è un imperativo al quale queste non possono sottrarsi. Ma se cercare la pace è un imperativo morale serissimo, altrettanto seria deve essere la riflessione sui caratteri della pace da ristabilire e sulla strada per raggiungerla.

Il primo tema è forse relativamente più facile da articolare, ma anche più lontano, il secondo è più prossimo ma oggi assai problematico.

Date le caratteristiche proprie dello spazio europeo – una densa congerie di Stati relativamente piccoli con frontiere tra di loro a lungo disputate in una storia tragica di guerre cui si aggiunge un grande stato imperiale, come la Russia, militarmente più forte di ciascuno degli altri Stati (e dotato di un enorme arsenale atomico) – una pace stabile nel nostro continente ha bisogno di una architettura di relazioni tra gli Stati particolarmente elaborata per scongiurare la possibilità che conflitti locali si trasformino in conflitti molto più grandi. Grazie a un lento ma incrementale processo di integrazione la parte occidentale dell’Europa è riuscita a costruire con l’Unione Europea una solida architettura istituzionale, basata su condivisione di sovranità, integrazione economica e regole comuni, che ha permesso di superare le conflittualità del passato tra gli Stati. Una architettura ancora incompleta soprattutto in materi di politica estera e sicurezza (dove è stato più “comodo” affidarsi all’ombrello protettivo americano). Molto più precaria è invece, come dimostrano le vicende di questi giorni, la fascia intermedia tra l’Europa occidentale e la Russia dove gli Stati che si sono liberati dall’impero sovietico (Bielorussia, Ucraina, Moldova, Georgia) non sono ancora integrati in una architettura sufficientemente solida e sono esposti ai ritorni di fiamma delle nostalgie imperiali coltivate in questi anni dalla Russia di Putin.

Questo rinvia immediatamente alla questione di come affrontare il “problema Russia” ai fini di un ordine pacifico europeo. Lasciamo agli storici cercare di capire che cosa si sarebbe potuto fare in passato e che non è stato fatto o non è stato possibile. La questione rimane tragicamente aperta oggi e non è eludibile per il futuro. L’obiettivo è chiaro: perché la Russia contribuisca positivamente ad un ordine pacifico europeo deve abbandonare, come hanno fatto in precedenza altri Paesi europei (la Germania tra tutti), il revanscismo imperiale, accettare la non modificabilità delle frontiere, demandare la difesa delle minoranze etniche russe rimaste fuori dai suoi confini a processi di arbitrato internazionalmente garantiti (modello Alto Adige). La sua sicurezza (peraltro non si vede da quale Stato europeo possa oggi essere minacciata) deve essere garantita al pari di quella degli Stati confinanti con la Russia nei suoi confronti. In positivo invece occorre delineare per il futuro uno spazio comune di integrazione economica (esteso ai campi della ricerca e dell’innovazione tecnologica) tra l’Unione europea e la Russia che accresca gli incentivi alla cooperazione e non escluda la Russia da uno dei mercati economici più ricchi del mondo.

Questo obiettivo, che oggi sembra purtroppo utopistico, non deve però essere solo un sogno ma una prospettiva da presentare seriamente sul piano negoziale. È abbastanza chiaro che sostenere in maniera efficace una simile visione richiede sul lato dell’Europa occidentale un forte coordinamento o in altri termini che l’Unione Europea sia capace di una politica di sicurezza e di pace comune. Sul lato russo richiede l’abbandono della visione della visione ipernazionalista e vittimistica (la Russia assediata!) e il riconoscimento dei vantaggi della cooperazione con l’Europa occidentale.

Questo disegno di pace che deve orientare le nostre azioni non può certo dimenticare l’elefante in mezzo alla stanza cioè la guerra oggi in Ucraina. Nella tragicità delle vittime umane distrutte (per non parlare delle case e del tessuto economico e infrastrutturale) questa guerra è purtroppo il difficilissimo passaggio che oggi sta davanti non solo all’Ucraina, ma a tutta l’Europa. Solo risolvendo positivamente questa vicenda è possibile aprire le porte a una vera prospettiva di pace invece che ad una ahimè possibile cronicizzazione della guerra. Purtroppo lo stato delle cose presenta ostacoli serissimi. Li riassumo brevemente.

Sul lato dell’Ucraina, paese aggredito e martoriato da una pratica di guerra russa ferocemente distruttiva, ma rivelatosi capace di una inaspettata resistenza, appare oggi molto difficile perdonare le stragi di civili e le distruzioni subite e per di più riconoscere alla Russia vantaggi territoriali ottenuti illegittimamente (e che oggi probabilmente anche la popolazione russofona di quelle aree non accetterebbe in una libera scelta). Si innalza poi comprensibilmente il livello delle richieste di garanzie di sicurezza nei confronti di un vicino rivelatosi pericolosamente aggressivo e inclinato a non riconoscere il pieno diritto all’esistenza dello stato ucraino. A questo si aggiunga che le capacità di resistenza delle sue forze armate spingono la dirigenza ucraina a non accettare oggi quella che sarebbe percepita come una resa ingiustificata.

Sul lato della Russia, l’obiettivo iniziale della sua iniziativa di guerra, cioè una rapida decapitazione politica dell’Ucraina (la “demilitarizzazione” e “denazificazione” nel linguaggio della propaganda putiniana) attraverso l’attacco a Kiev e ai centri del potere, esprimeva un progetto sicuramente incompatibile con un ordine pacifico europeo del tipo sopra delineato. Il suo fallimento, dovuto all’inaspettata resistenza ucraina, ha portato il potere moscovita da un lato ad un ripiegamento su obiettivi di conquista dei territori ad est (cioè quella parte delle regioni di Donetsk e Luhansk che erano rimaste sotto controllo ucraino fino alla invasione) e a sud (regioni di Zaporigia, Kherson e Micholaiv, e forse Odessa) della Ucraina per controllare le principali zone minerarie e industriali del Paese e isolarlo dal mare, dall’altro a sviluppare azioni massicciamente distruttive nei confronti degli abitati e delle popolazioni di quelle zone. L’occupazione di questi territori (giustificata da Mosca per la presenza di maggioranze di lingua russa, ma ancor più per indebolire gravemente lo stato ucraino) sembra diventata la condizione per dichiarare vittoria nella “operazione militare speciale”, come la censura russa impone di chiamarla ai propri cittadini e mezzi di comunicazione. E non perdere la faccia sul fronte interno del nazionalismo russo alimentato dal potere centrale e su quello esterno del prestigio internazionale.

Ci troviamo quindi di fronte a due posizioni difficilmente negoziabili e che salvo il crollo (militare o politico) di una delle due parti fanno presumere uno stallo e la continuazione della guerra con tutte le sue distruzioni. Uscire da questa situazione senza pregiudicare il percorso verso una pace basata sulla giustizia e stabile richiede credo che alle parti in guerra si mostrino i vantaggi che potrebbero derivare per entrambe dall’avviare un percorso chiaro verso quel modello di assetto pacifico europeo che si è brevemente delineato più sopra. Un assetto che, seppur non immediato, deve essere preparato attraverso la fissazione di passaggi intermedi coerenti e garantiti e tali che possano svilupparsi successivamente nella direzione prefigurata.

Se il consenso delle due parti in guerra è indispensabile, la presenza di altre parti capaci di dare garanzie solide di sostenibilità del processo è altrettanto importante. L’ostacolo più grande su questa strada è oggi chiaramente rappresentato dalla questione delle zone ucraine ora occupate dalla Russia e dal tentativo ora minacciato di estenderle con un attacco concentrato. Solo fermando questo allargamento e riportando queste zone sotto un forte controllo internazionale che garantisca una amplissima autonomia, consenta alle popolazioni civili di ritornare alle loro case e di esprimere le loro preferenze sembra possibile superare l’impasse negoziale. In parallelo devono essere chiaramente assicurate condizioni di sicurezza a tutta prova per l’Ucraina, ma anche delineate riduzioni bilaterali degli armamenti nelle zone di confine. Un cessate il fuoco che congeli temporaneamente la situazione e consenta di mettere a punto un pacchetto negoziale del genere potrebbe essere il primo passo in questa direzione.

Nonostante le sue difficoltà un sentiero del genere non deve essere messo da parte e deve essere tenuto vivo come un lucignolo di speranza in una notte altrimenti troppo buia. Chi può lo faccia.

(Tratto da www.politicainsieme.com)


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