La pandemia e il principio di precauzione



Giancarlo Infante    30 Dicembre 2021       0

Le pubbliche autorità si sono sempre dovute occupare delle epidemie. Soprattutto di quelle pandemie che, in più occasioni nel corso della storia, hanno avuto una dimensione tale da produrre grandi fluttuazioni demografiche tanto destinate a influenzare l’evoluzione economica e politica di interi continenti.

Noi conosciamo bene cosa abbia significato la “peste nera” del 1300. Essa si portò dietro quella che Fernand Braudel definì nel suo “Scritti di Storia” una “diminuzione catastrofica” della popolazione e che fu causa di una lunga fase di stagnazione nell’Europa di allora. Se un conteggio certo non è oggettivamente possibile, è molto accreditata l’idea che nell’arco di oltre sette anni, tra il 1346 e il 1353, sia scomparso almeno un terzo della popolazione dell’intero continente, mentre è del tutto fuori portata la definizione del numero esatto dei morti nelle altre regioni del mondo colpite allo stesso modo. Ci vollero oltre cent’anni perché la popolazione ricominciasse a crescere dopo la pandemia. Le ondate di diffusione del batterio, inoltre, si ripresentarono con continuità per cinque secoli a seguire.

Carlo Maria Cipolla è stato uno dei più grandi storici italiani delle epidemie. Uno dei primi a valutare le loro conseguenze sui processi economici e a studiare gli interventi delle autorità per contenerle mentre era chiaro quanto la scienza brancolasse nel buio. Solamente alla fine nel 1894, infatti, si scoprì la catena topo – pulci – uomo che ne consente lo sviluppo. Fino ad allora questo “nemico invisibile” poteva solamente essere contenuto con ferree norme di reclusione e di distanziamento introdotte dai responsabili dell’ordine pubblico. Cipolla ha disvelato molto di quel che veniva ordinato nel ‘600 dalle autorità sanitarie fiorentine e ci ha lasciato ampi studi di grande valore politico, sanitario ed anche umano. Anche allora ci furono forme di reazione da parte della popolazione: una sorta di “no vax” ante litteram. Gustoso e forte a questo riguardo l’affresco del Cipolla nel suo Chi ruppe i rastelli a Montelupo che racconta delle indagini condotte dalla polizia fiorentina a seguito della distruzione da parte di ignoti delle recinzioni poste a chiusura delle porte cittadine, in occasione della peste del 1630.

Questi brevi cenni storici evidentemente non risolvono le questioni che ci pone oggi la diffusione della Covid-19. L’idea estrema della Scienza concepita per principio salvifica e, paradossalmente, miracolosa coesiste con il suo contrario, nel momento in cui dagli scienziati non sembra venire d’emblée una soluzione veloce e risolutiva. Lo stesso atteggiamento controverso, con l’aggravante di altre questioni pregresse, è riservato alla politica e alle istituzioni.

La complessità è vieppiù accentuata in una società moderna nel porsi la questione degli strumenti condivisi da mettere in campo per salvare più vite umane possibile, tutelare l’economia e il lavoro. Oltre che salvaguardare le relazioni, sicuramente oggi più complesse e avvertite come maggiormente indispensabili rispetto a quanto non accadesse ai tempi di una struttura sociale preminentemente rurale e, dunque, più frammentata e, alla fine, fatta di tanti isolamenti.

Nel corso di questa nostra pandemia, più volte abbiamo ascoltato le prese di posizioni anche di esponenti cattolici che, vista la sbrigativa terminologia corrente, possono essere definiti dei “no -vax”, anche se in realtà presenti con un’ampia sfumature di posizioni. In alcuni casi, hanno giustificato la loro riferendosi addirittura alla Dottrina sociale della Chiesa. A loro dire, sarebbe in contrasto con i provvedimenti adottati dalle pubbliche autorità in materia di contenimento della pandemia e, in particolare, con quello dell’obbligatorietà del vaccino. Per quanto questa sia fissata in forma indiretta con l’introduzione del famoso e contestato “green pass”.

Credo che sia giusto comunque riflettere sulla necessità che le autorità seguano sempre l’aureo “Principio di precauzione”, così come noi tutti siamo vincolati al “Principio di responsabilità”. Ovviamente, in relazione alle conoscenze scientifiche effettivamente disponibili e consapevoli di quanto si vada ad incidere, auspicabilmente con logica e ragionevolezza, su quei presupposti di democrazia e di libertà che costituiscono i capisaldi della nostra società.

Visto che parliamo di cattolici, vale la pena ricordare che del “Principio di precauzione” fa un’esplicita menzione il Compendio della Dottrina sociale della Chiesa (par 469, parte IV, Capitolo X “Una comune responsabilità”), quando recita: “Le autorità chiamate a prendere decisioni per fronteggiare i rischi sanitari ed ambientali talvolta si trovano di fronte a situazioni nelle quali i dati scientifici disponibili sono contraddittori oppure quantitativamente scarsi: può essere opportuna allora una valutazione ispirata dal Principio di precauzione, che non comporta una regola da applicare, bensì un orientamento volto a gestire situazioni di incertezza”. Per poi aggiungere: “La decisione deve essere proporzionata rispetto a provvedimenti già in atto per altri rischi. Le politiche cautelative, basate sul principio di precauzione, richiedono che le decisioni siano basate su un confronto tra rischi e benefici ipotizzabili per ogni possibile scelta alternativa, ivi compresa la decisione di non intervenire”.

Ieri sono stati registrati circa 80mila contagiati in un solo giorno in Italia e 202 decessi. Al 23 dicembre scorso sono stati resi noti i seguenti sintetici dati mondiali sulle conseguenze della Covid-19: 276.436.619 casi di contagio confermati dall’inizio della pandemia; 5.374.744 i morti. Nella sola Europa: 97.593.305 casi; 1.653.259 morti. Per quanto riguarda più specificamente l’Italia 5.678.112 contagiati e 136.753 deceduti. Ci stiamo dunque avvicinando al numero di quei 153mila caduti civili registrati nel corso dell’intero Secondo conflitto mondiale.

Sopra tutto, dunque, resta il perseguimento del Bene comune. Le opinioni sugli interventi concreti sono opinabili e, ovviamente, non si può sottovalutare come esse possano essere spesso influenzate anche da tanti fattori, quali sono quelli della chiarezza e univocità dei provvedimenti adottati ai diversi livelli della catena decisionale, quelli che emergono dalle valutazioni sulla capacità d’organizzazione pubblica, sulle condizioni del sistema sanitario e, persino, dalla visione politica di ciascuno.

La ricerca del Bene comune, e i Principi di Precauzione e di Responsabilità che ne discendono, richiamano la responsabilità di tutti. Anche la nostra personale. Quando tutti noi, ammesso che poi sia veramente così, siamo costretti per causa di forza maggiore a partecipare ad una sperimentazione generalizzata. La quale, in ogni caso, come dimostrano i dati disponibili, diminuisce, e notevolmente, la possibilità della degenerazione verso forme mortali della diffusione del virus.

Personalmente ho dei rilievi da muovere in merito ad alcune misure adottate per la Covid perché la penso all’opposto di alcuni critici. Semmai, ritengo che si sarebbe dovuta mantenere una linea più rigida in materia di distanziamento e d’uso della mascherina senza affidarsi a troppi “rischi calcolati” quando le cose sembravano andare per il meglio.

Una riflessione finale per alcuni don Ferrante dei giorni nostri, che popolano anche talune sacrestie e talune riviste. Quella sull’apparente paradosso che la cultura cattolica, nell’800 e per una buona parte del ‘900 finita per essere rappresentata come il bastione dell’anti-Scienza, rappresenti oggi la posizione più equilibrata su come la Scienza possa porsi al servizio di un’Umanità concepita in maniera integrale, sulla base della consapevolezza che, come sottolinea il già citato capitolo 469 del Compendio, “la scienza non può raggiungere rapidamente conclusioni circa l’assenza di rischi”.

(Tratto da www.politicainsieme.com)


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