Angela Merkel, una grande Cancelliera



Enrico Farinone    25 Settembre 2021       1

Angela Merkel non appartiene a quella tipologia di politici che con i loro discorsi fanno sognare un mondo migliore, danno carica ed entusiasmo, magnificano la bellezza della Politica, quella migliore. Lei è un’interprete della “politica del fare”, delle scelte – errori inclusi – che seguono un itinerario ragionato, da percorrere poco per volta ma con continuità. Senza proclami, anzi nel grigiume della quotidianità. Ma alla fine l’obiettivo viene conseguito.

Ebbene, uno come me che è sempre rimasto affascinato dalle grandi personalità direi quasi epiche della politica, alla Bob Kennedy per intenderci, col tempo ha imparato ad apprezzare la Cancelliera innanzitutto per le sue doti di riservatezza, esaltate vieppiù avendo dovuto operare negli anni dell’esplosione della superficialità veicolata dai social, della politica-spettacolo ostentata nei vuoti talk-show televisivi, della facile popolarità acquisita a prezzi di saldo con qualche battuta populista. Al contrario, ha saputo mettere in campo la figura del politico che non eccede nei modi e nei toni e ciò nondimeno sa cogliere in profondità i sentimenti delle persone; che parla di ciò che conosce e ciò nondimeno dedica il tempo necessario all’approfondimento prima di prendere una decisione; che quando quest’ultima è adottata poi la persegue con determinazione e con tutta la forza politica necessaria. Un understatement che la grande maggioranza dei suoi connazionali ha apprezzato votandola e soprattutto volendole bene, come a una “mamma” (“Mutti” è stato il suo soprannome popolare) della Nazione. E che i politici tedeschi così come gli uomini di governo degli altri Paesi, europei e non, hanno dovuto accettare, comprendendo di trovarsi di fronte a una donna molto intelligente, molto capace, molto determinata.

Ha commesso i suoi errori, la Cancelliera. Certo. Ma è stata in queste ultime due decadi l’unico politico, almeno in Europa, ad aver mostrato almeno i contorni di quello che può essere definito uno statista. Sono già in libreria e altri ne arriveranno, i libri dedicati ad analizzare l’azione politica e ora anche l’eredità, quella che gli americani chiamano la legacy, di Angela Merkel. Qualcuno con toni più critici, qualcun altro con accenti apologetici, come sempre accade. Qui, in un semplice articolo, vorrei brevemente sottolineare tre aspetti che ritengo decisivi nel modo di operare della leader tedesca. Per poi percorrere uno dei suoi itinerari politici, quello europeo.

Il primo aspetto è la competenza. Le deriva dalla mentalità scientifica, lei ricercatrice che ha lavorato nei laboratori sino a quando trentacinquenne si è lanciata nell’avventura politica. Una volta confessò di aver studiato Fisica perché “la Germania comunista poteva vietare tutto, ma non la forza di gravità e i fatti inconfutabili”. La conoscenza come forma di ribellione alla dittatura. La conoscenza come via alla libertà. La competenza aiuta il politico a ponderare le scelte, per poi definirle e concretizzarle.

Il secondo è la mediazione politica. Per la verità lei parla, senza timore di utilizzare il vocabolo, di “compromessi”. Essenziali nella vita, e dunque anche nella politica. È l’aspetto pragmatico della sua personalità. Ma è pure una modalità dell’azione politica che contraddistingue la migliore tradizione democratico-cristiana, un pregio e una qualità alta e non un difetto come vorrebbe certa pubblicistica, peraltro ormai ridotta al rango di stanco veicolo ripetitivo di frasi fatte ormai consunte e prive di qualsivoglia valore.

Il terzo è la capacità, direi meglio la voglia di privilegiare i rapporti personali. Nel rapporto con i suoi colleghi degli altri Paesi ha sempre preferito il contatto discreto e informale, la telefonata diretta o l’incontro bilaterale nei quali potessero emergere empatia e volontà positiva, costruttiva, cosa che al contrario la luce dei riflettori spesso impedisce o annulla. Rendendo più difficile il raggiungimento di un risultato. Che invece, ecco il “fare”, è l’obiettivo della politica. Tradurre un ideale in azione.

In questi anni tutti noi abbiamo frequentemente puntato l’indice contro l’esasperante ordoliberalismo teutonico e contro i suoi cantori, dalla Bundesbank alla Corte di Karlsruhe. Giustamente. Ma forse non abbiamo sufficientemente riflettuto sui passi in avanti, e proprio sul terreno economico, che ciò nonostante la Germania guidata da Merkel ha fatto e ha fatto fare all’Unione Europea. La Germania di Merkel davvero è stata una “Germania europea”, annullando la permanente tentazione della “Europa tedesca” secondo le celebri espressioni coniate da Thomas Mann. In questo interpretando, di nuovo, al meglio la tradizione europeista democratico-cristiana, che è stata nei lunghi anni di costruzione, continua per quanto sofferta ed affaticata, del progetto europeo, la “forza portante” dell’Unione.

Ripercorriamone rapidamente i passaggi principali. Cancelliera dal 2005, ha dovuto affrontare gli effetti profondi dell’unificazione tedesca: quali le preoccupazioni sorte un po’ ovunque in Europa e che avevano pochi anni prima condotto francesi e olandesi a bocciare il progetto di Costituzione europea. Che venne sostituita dal Trattato di Lisbona, nel 2007. Un risultato che consentì, pur con tutti i suoi limiti, di non azzerare il percorso fatto nei 50 anni precedenti al cui conseguimento la Cancelliera lavorò intensamente.

Ma già alle porte era in agguato la Grande Crisi economico-finanziaria importata dagli Stati Uniti. Se consideriamo che il Cancellierato si chiuderà in mezzo ad una pandemia devastante non ancora conclusa, bisogna riconoscere che esso ha operato di fatto lungo oltre dieci anni in mezzo ad una crisi come mai vi era stata dal dopoguerra, dovendo quindi fare i, duri, conti con essa.

Ora, sulla gestione di questa fase non si può dimenticare come nei primi anni l’approccio merkeliano sia stato assai rigido, molto condizionato dal ferreo ministro delle Finanze Schauble e dalla Bundesbank, in linea con i principi sacri dell’ordoliberalismo. Furono gli anni dell’intransigentismo verso la Grecia, dell’errore di Deauville (quando con Sarkozy dichiarò che si sarebbe coinvolto il settore privato nella ristrutturazione del debito di Atene, causando forti preoccupazioni fra gli investitori) ove vi fu pure quell’unica caduta di stile (il sorrisetto ironico nei confronti di Berlusconi) assolutamente opposta al suo modo d’essere.

Dopo, però, il registro cambia: complice una acquisita maturità di governo, una maggior consapevolezza di sé in quanto leader politico e complice altresì l’altra grande personalità emersa in quegli anni. Mario Draghi indirizza la politica finanziaria europea col suo celeberrimo “whatever it takes”, era il luglio 2012, ma – qui bisogna essere precisi – mai, mai avrebbe potuto esprimersi così se non avesse avuto una copertura politica al massimo livello: e questa poteva dargliela solo una persona, il Cancelliere tedesco.

Merkel e Draghi salvano l’Euro. Da allora tutta l’azione di Mutti è all’insegna di un convinto europeismo. Tanto più in quanto propugnato e gestito stando alla guida del Paese più ricco, più forte, più determinato a non perdere né la forza né la ricchezza. Affronta le critiche interne al suo partito, il populismo montante, l’estrema destra che aumenta i consensi con il suo solito sistema: prudente, tranquillo, razionale. E riesce a mantenere consensi alti e a non perdere il potere. A dimostrazione della sua forza cito due scelte fondamentali e arrischiate (ma invece ben ponderate, con metodo scientifico, dalla Cancelliera). La prima: dopo l’incidente di Fukushima la decisione di abbandonare progressivamente la produzione di energia atomica. Non certo una scelta facile, nel primo Paese manifatturiero del continente.

La seconda: nel 2015 c’è la crisi umanitaria dei migranti, esplosa con la tragedia siriana. L’episodio con la ragazzina palestinese che in perfetto tedesco espone alla Cancelliera la sua paura di essere espulsa dalla Germania e la rigida risposta che solo un mese dopo si tramuta nella più grande operazione umanitaria di sempre (un milione di migranti accolti, contro l’opinione dei più, nella CDU e nel governo) entreranno nei libri di storia.

In realtà Merkel – avendo vissuto tutta la gioventù sotto una dittatura ha ben presente quali siano i demoni che possono insidiare anche le democrazie più consolidate – valuta che il rischio di una crescita in casa di una opposizione di Destra radicale (che infatti ci sarà) sia comunque meno grave (anche perché convinta di poterlo contenere in virtù delle sue posizioni moderate e centriste) del possibile pericolo da allarme rosso che si genererebbe nei Balcani, area geopolitica storicamente baricentro delle maggiori crisi europee, dalla Prima guerra mondiale alla Guerra civile jugoslava, se l’ondata dei migranti provenienti via terra venisse respinta in toto e rigettata verso quei Paesi.

Il compromesso lo troverà, più avanti, con l’accordo oneroso preso con Erdogan. Non certo esaltante. Ma la priorità è stata salvaguardare l’Europa, della quale i Paesi balcanici sono parte, anche se non tutti sono inglobati nell’Unione. L’Europa, tutta l’Europa, come muro insormontabile per i totalitarismi del XX secolo. Questa è la visione merkeliana, che credo sarà il suo lascito più duraturo.

Un ultimo passaggio che merita evidenziare riguarda la gestione delle conseguenze economico-sociali della crisi pandemica. L’idea di un debito comune europeo come noto non è, ovviamente, nata in Germania. E non gode, da quelle parti, di un grande consenso. Eppure, dopo le iniziali e tradizionali perplessità, dopo l’inevitabile analisi approfondita dei pro e dei contro, dopo i cauti sondaggi interni e le usuali telefonate la decisione della quale si è assunta per intero la responsabilità è stata per il sì. Emissioni di debito comune con trasferimenti verso i Paesi più deboli rimborsate dal bilancio comunitario (del quale la Germania è il primo contributore). E questo è invece il suo lascito politico-economico. All’insegna di una prospettiva federale che l’Europa di questo secolo potrà concretizzare, ma senza mai dimenticare la sua storia: quella che nello scorso è stata segnata da guerre e totalitarismi.

Ma c’è un ultimo elemento che vale la pena di segnalare, inerente la questione femminile in politica. Merkel è la dimostrazione che deve essere la qualità a prevalere, non il genere. Ma siccome è una donna, ben consapevole delle maggiori difficoltà che quasi sempre le donne hanno ad accedere a ruoli di potere, ha operato, alla sua maniera, non per ottenere “quote” (che rischiano di penalizzare qualità e competenze) bensì posizioni di comando. Così nel suo partito, favorendo l’arrivo alla segreteria dell’attuale ministro della Difesa Annegret Kramp-Karrenbauer (che però non è riuscita a gestire la CDU con la fermezza necessaria, sino a dimettersi dalla carica). Così alla Commissione Europea, dove ha imposto la sua candidata, Ursula von der Leyen, la quale con toni suadenti ma anche con determinazione merkeliana sta guidando la Commissione su una linea federativa orientata al futuro. Un’ultima dimostrazione di attenzione e riguardo per la causa europeista.

(Tratto da www.ildomaniditalia.eu)


1 Commento

  1. Tutto bene, ma non le perdono il trattamento riservato alla Grecia quando questa “povera nazione ” è entrata nella grande crisi finanziaria.

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