De Gasperi alla Conferenza di pace, 75 anni fa



Giuseppe Sacco    11 Agosto 2021       0

Di correre “il rischio di apparire come uno spirito angusto e perturbatore, che si fa portavoce di egoismi nazionali e di interessi unilaterali”, Alcide De Gasperi era perfettamente consapevole quando venne accolto, il 10 agosto 1946, esattamente settantacinque anni fa, a Parigi, al palazzo del Lussemburgo, per parlare alla Conferenza in cui i vincitori della Seconda guerra mondiale si sarebbero spartiti le spoglie dell’Europa. Tanto consapevole da dirlo esplicitamente, non senza tuttavia sottolineare quanto tenesse al proprio “dovere” di essere presente in quella sede, e di parlare a nome di un’Italia nuova e diversa: l’Italia alla cui creazione egli stesso poi, nei successivi sette anni, darà un potente e fondamentale contributo.

È probabile che – se ad ascoltarlo fosse stato presente un osservatore appena superpartes – l’accezione negativa che De Gasperi attribuiva agli “egoismi nazionali” e agli “interessi unilaterali” sarebbe suonata strana in quel consesso, dove appunto si dispiegavano appieno, e si scontravano con ferocia, i più svergognati interessi e i più estremi egoismi di parte.

Anche di questo De Gasperi non poteva non essere consapevole. E se riletto oggi, col vantaggio consentito dall’aver successivamente ben conosciuto l’uomo e i suoi convincimenti, quella dissonanza rispetto all’aspra temperie politica che regnava in una riunione in cui contavano soprattutto i rapporti di potenza, può far pensare a un gesto intenzionale. Può far pensare a una caparbia volontà da parte del rappresentante di una nazione che nella guerra era stata trascinata da una dittatura, e che da essa era uscita più che sconfitta, letteralmente debellata; una caparbia volontà a testimoniare il proprio dissenso di principio rispetto ai “sacri egoismi” nazionali, e un secco rifiuto dell’esaltazione patriottarda con cui i popoli europei c’erano gettati in uni contro gli altri.

Dissenso e rifiuto certamente personali, da parte dell’uomo che negli anni seguenti avrebbe giocato un ruolo cruciale nella costruzione di un’Europa pacificata ed unita, ma che non mancavano di essere condivisi da chi – per pochi che fossero – avevano la capacità di trarre la lezione di quelle che saranno poi riconosciute come guerre fratricide, come “guerre civili europee”.

Una significativa coincidenza di date

L’Italia, in quella Conferenza, doveva combattere diplomaticamente su tre fronti. In primo luogo, su quello del confine orientale, dove già si profilava una mutilazione territoriale e umana a favore degli Slavi del Sud. E su questo fronte, la posizione e la possibilità di azione diplomatica dell’Italia erano indebolite dal fatto che, a Roma, all’interno dello stesso governo, erano presenti forze più sensibili agli interessi del nascente blocco comunista che a quelli del loro Paese.

Lo si era tragicamente visto il 7 febbraio dell’anno precedente, a Porzus, in provincia di Udine, appena diciotto mesi prima dell’intervento di De Gasperi alla Conferenza di Parigi, e soprattutto mentre da tre giorni era in corso la Conferenza di Yalta, dove si discutevano i confini dei Paesi Europei, e con particolare attenzione quelli delle nazioni che si trovavano ai margini delle zone occupate rispettivamente dalle truppe sovietiche e da quelle delle potenze occidentali. Tre giorni! Una coincidenza chiaramente non casuale, e assai significativa.

A Porzus, infatti – per favorire l’annessione alla Jugoslavia addirittura dell’intero Friuli – la locale dirigenza del PCI si era resa responsabile nel massacro di altri Italiani che avevano preso parte alla Resistenza, in parte militari che avevano rifiutato di sbandarsi, e politicamente vicini a “Giustizia e Libertà”. Nel 1945, i comunisti spregiativamente li avevano invece definiti “badogliani”. Ed essi saranno ancora chiaramente visti con assai scarse simpatie da Walter Veltroni nel 1997, quando i comunisti – cinquant’anni dopo esserne stati esclusi da De Gasperi – erano di nuovo tornati a far parte del governo.

Inoltre, a rendere di fatto impossibile ogni successo delle rivendicazioni italiane, quello orientale era un fronte sul quale la Conferenza di Parigi si trovava a decidere – e decise – nel quadro della incipiente Guerra fredda, in cui la collocazione che, tra Est ed Ovest, sarebbe stata quella dell’Italia era stata già scritta – a Yalta, appunto. L’Italia non aveva perciò nessuna contropartita da offrire alle potenze occidentali in cambio di un loro più amichevole atteggiamento. Mentre a Washington si era già intuito che da Tito, che non era un servo di Stalin, bensì un giocatore in proprio, si sarebbe potuto ottenere qualcosa.

L’America post-bellica e gli imperi coloniali

Sul tavolo negoziale c’era poi la questione delle colonie acquisite dall’Italia prima del fascismo. E anche a questo proposito De Gasperi – in parte su pressione delle forze laico-liberali che facevano parte del suo governo, e soprattutto del ministro degli Esteri, il repubblicano Carlo Sforza – perorò la causa del suo Paese con appassionato convincimento, sottolineando come quei territori fossero “colonie di popolamento” che dalla presenza italiana avevano tratto grande beneficio economico e culturale.

Ma questi “meriti” della Grande proletaria, come Giovanni Pascoli aveva definito l’Italia nel 1911, al momento della guerra di Libia, dove si sperava che i più poveri tra gli italiani, dal Veneto alla Sicilia, avrebbero potuto soddisfare la loro “fame di terra”, non potevano avere più corso nel mondo nato dal primo conflitto veramente mondiale della storia.

Agli occhi dell’America, cioè della potenza uscita egemone dalla Seconda guerra mondiale, e impegnata in una contrapposizione insanabile col Paese che aveva osato abolire la proprietà privata dei mezzi di produzione, le questioni coloniali apparivano in tutt’altra luce problematica e in una prospettiva politica internazionale molto dinamica. Washington aveva visto infatti con estremo allarme il favore che i giapponesi – malgrado la durezza della loro occupazione militare – avevano incontrato presso le popolazioni delle colonie asiatiche dell’Inghilterra e della Francia, così com’era era accaduto anche per gli italiani nel mondo arabo, con la sola esclusione della Libia. Un sentimento favorevole che non era altro che una manifestazione del loro odio per i colonialisti, gli inglesi e i francesi. E che aveva dimostrato come quei popoli fossero pronti ad allearsi anche con il diavolo pur di liberarsi dal dominio coloniale europeo. E in quel momento il diavolo si chiamava Stalin, un uomo assai esperto di questioni coloniali, e autore tra l’altro di un importante libro in materia.

Gli Stati Uniti, potenza nata essa stessa da una rivoluzione anti-colonialista, erano nel secondo dopoguerra il simbolo della lotta per la libertà di tutti gli esseri umani dall’oppressione e dallo sfruttamento; e ben sapevano che – se questa immagine fosse stata offuscata dal fatto di essere alleati con Paesi imperialisti come quelli dell’Europa occidentale – la loro forza nel confronto con l’URSS sarebbe stata danneggiata. Per evitare che i popoli di quelli che solo dieci anni più tardi potranno essere chiamati “Paesi non allineati” si schierassero invece con il nascente blocco comunista, a Washington era già stato deciso di favorire la dissoluzione degli imperi coloniali, a cominciare da quello britannico.

Nel disegno americano, un rapido processo di decolonizzazione avrebbe portato a un assai poco rivoluzionario trasferimento di sovranità a quei gruppi sociali indigeni che rappresentavano il potere tradizionale, e che avevano spesso collaborato con la potenza coloniale. Quindi a gruppi moderati i cui interessi erano incompatibili con l’ideologia comunista. Fu quel che effettivamente avvenne in India, cui l’indipendenza fu concessa a soli due anni dalla sconfitta del Giappone. E che invece non accadde in Indocina, dove la lungimiranza politica della posizione americana venne confermata al contrario. Perché la potenza coloniale – la Francia – si ostinò in una politica di riconquista che provocò un risultato esattamente opposto a quello indiano: dapprima la radicalizzazione politica dei nazionalisti e la loro ricerca dell’appoggio della Cina e dell’URSS, poi l’umiliazione militare e politica della Francia, e infine la più drammatica sconfitta dell’America da parte di un Paese comunista.

Figurarsi se, nel quadro del loro disegno di decolonizzazione pilotata in funzione antisovietica, gli Stati Uniti avrebbero tollerato la sopravvivenza di un impero coloniale italiano! Un impero che non solo era una dependance di un capitalismo che Marx aveva definito “straccione”, ma che – nel decennio precedente, durante il fascismo e per mano del sanguinario generale Graziani – si era anche macchiato di crimini gravissimi in Libia, e dell’uso dei gas asfissianti in Etiopia.

L’eterna questione del limes

La terza questione, la sola su cui l’azione dell’Italia poteva avere – come ebbe – successo, era quella relativa al confine con il mondo germanico, del quale l’Europa intera aveva appena avuto nuove ragioni di apprezzare, per citare ancora Karl Marx, “l’innata superiorità nell’arte di menar le mani”. E della cui natura aggressiva e feroce sete di dominio, emersa in tutta la loro forza dopo l’epoca napoleonica, l’Italia era ripetutamente stata vittima naturale: un’aggressività, peraltro, di cui De Gasperi aveva fatto personale esperienza sin dalla sua giovinezza. Tanto che le sue idee ed iniziative in materia lo avevano infatti portato sia nelle carceri dell’Austria imperiale, sia in quelle fasciste. Alla Conferenza della Pace, a Parigi, la sua azione diplomatica fu perciò orientata a valorizzare il fatto che, su questo terzo fronte, l’Italia avesse interessi politico-territoriali in sintonia con quelli di un’altra delle potenze vincitrici, la Russia eterna, allora incarnata dall’Unione Sovietica.

Al Palazzo del Lussemburgo, questa era rappresentata da un grande diplomatico come Molotov. E ciò fece che sì che sull’appartenenza dell’Alto Adige all’Italia, Roma la spuntasse contro gli appetiti austriaci che, persino all’indomani della pesante sconfitta nazista, non riuscivano bene a nascondere il loro carattere pan-germanico: appetiti mai spenti, che hanno in seguito anche attraversato una fase terroristica, e che durano tuttora.

De Gasperi e l’Italia erano dunque, su questo terzo e importante fronte negoziale, in posizione di forza. Ma ciò nonostante De Gasperi, che all’esperienza dell’uomo nato e cresciuto in un’area di frontiera univa l’ispirazione del vero cristiano, lavorò perché la definizione del confine italo-austriaco fosse accompagnata dal riconoscimento alla popolazione di lingua tedesca di una larga autonomia. Il che avvenne meno di un mese più tardi, il 5 settembre 1946, con un accordo bilaterale, ma internazionalmente riconosciuto, con il Ministro austriaco degli Esteri, Karl Gruber.

Il trattato che porta i loro nomi è un fatto storico e una creazione istituzionale di non poca importanza. Perché, se da un lato riconosce a entrambe le comunità che coabitano la frontiera italiana di nord-est il diritto a preservare la propria identità culturale e linguistica, dall’altro lato le ha anche, per settantacinque lunghi anni, impegnate a farlo. E così conferisce ad esse quello che può oggi essere considerato un privilegio, in un mondo in cui la globalizzazione rischia di spazzare via il concetto stesso di identità collettiva.

(Tratto da www.politicainsieme.com)


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