L’esempio di Cesare Trebeschi



Franco Franzoni    25 Gennaio 2021       1

Il nome di Cesare Trebeschi, scomparso a novantaquattro anni a Brescia il 10 aprile 2020, ricorda molte cose alle persone mature e ai più giovani può suscitare l’immagine di uno dei Sindaci di Brescia più stimati (1975-1985) che prima di diventare Sindaco, alla guida dell’ASM, realizzò il primo impianto di teleriscaldamento in Italia, ponendo la municipalizzata di Brescia ai vertici nazionali per la gestione dei servizi pubblici.

Persona integerrima e schiva, di raro livello culturale, cattolico con la schiena dritta ed estraneo al clericalismo, ha sempre caratterizzato il suo impegno politico portando i valori ricevuti in eredità dal padre Andrea, avvocato ed esponente del Partito popolare, redattore de la “Fionda” con Giovanni Battista Montini, esponente antifascista che morirà nel lager di Gusen nel gennaio 1945, luogo dove Cesare Trebeschi accompagnava ogni figlio e ogni nipote, dopo la Prima Comunione, a visitare il luogo in cui a suo padre era stata tolta la vita.

Del papà Cesare Trebeschi parlava raramente, ma ricordava sempre le sue parole come una lezione da cui ripartire per dare un senso compiuto all’idea di fare politica: “servire la città e la sua gente, sempre e comunque, sapendo che la buona politica esclude qualsiasi ricompensa”. Cugino di Franco Salvi (parlamentare DC e stretto collaboratore di Aldo Moro e Benigno Zaccagnini) e come lui giovane ribelle per amore, ebbe la libertà di accettare gli incarichi e anche di lasciarli, nella convinzione che “le idee valgono per quello che costano, non per quello che rendono”, come insegnava padre Giulio Bevilacqua, il parroco fatto cardinale da Paolo VI.

Un cristiano di solide radici familiari, che quando la DC lo candidò a sindaco di Brescia (lui non iscritto alla Democrazia cristiana) ha assunto le responsabilità nella vita pubblica all’insegna del Brixia fidelis fidei et iustitiae consecravit, confermando la fedeltà del Comune ai cittadini e per loro e con loro alla lealtà e alla giustizia.

Bene ha fatto Luciano Costa, di cui sono apprezzate la capacità di raccontare la storia e i suoi protagonisti, forte di una lunga frequentazione e amicizia con Cesare Trebeschi, a presentarne le varie stagioni della sua vita, gli ideali e le realizzazioni, il personaggio pubblico e quello privato in un agile e avvincente volumetto ricco di episodi, di ricordi, di confidenze, di episodi inattesi che permettono di conoscere più in profondità alcuni tratti di Cesare Trebeschi che pochi conoscevano sino in fondo: “un figlio, uno sposo, un padre, un uomo, un servitore della città terrena, che ha vissuto tutto con passione e, nello stesso tempo con il distacco necessario per chi vuole restare libero, condizione indispensabile per lasciare ai posteri l’eredità che è appello all’impegno” come scrive monsignor Giacomo Canobbio nella sua bella prefazione (Le buone lezioni di Cesare T. di Luciano Costa – Edizioni ARTI 2020).

Il libro è composto da ventidue capitoli: “Un soffio d’anima per la città”; “Un amore sconfinato per la libertà”, “ L’amicizia con Mino Martinazzoli”, “Senza tessere, per favorire il pluralismo”, “Un cristiano dentro la città” sono alcuni titoli dedicati al suo impegno nel sociale e nel politico. È una raccolta di belle lezioni di umanità, di coraggio, di invito alle giovani generazioni di non stare alla finestra ma di impegnarsi per in politica per bene della comunità.

Una Politica che richiede passione e dedizione. Questo è l'esempio che ci ha lasciato Cesare Trebeschi.


1 Commento

  1. Aggiungo due ricordi personali.
    Quando fu assessore provinciale all’agricoltura fu lui a inventare i CATA, Centro Assistenza Tecnico Agricolo, per sostenere i coltivatori diretti, allora sprovveduti.
    Quando avvenne il terremoto dell’Irpinia, fu lui a indicare me come rappresentante della provincia di Brescia nella gestione di tutti i soccorsi a Solofra.

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