Il referendum e i cattolici democratici



Giorgio Merlo    11 Agosto 2020       1

Dunque, il quesito sul prossimo referendum confermativo inerente il taglio dei parlamentari ruota attorno ad una domanda di fondo: e cioè, la democrazia costa troppo e quindi vanno tagliati i fondi. È il dogma, del resto, che ispira da sempre le forze populiste e demagogiche che hanno vinto le elezioni politiche del marzo 2018. Una cultura e una prassi che attraverso la lotta spietata, cinica e spregiudicata contro l’anticasta e il cosiddetto “sistema” punta a ridurre esplicitamente la stessa rappresentanza democratica con conseguenze incalcolabili per la conservazione e la qualità della nostra democrazia. Certo, si tratta di forze politiche e di movimenti che storicamente si scagliano contro la casta – del passato – e i suoi rappresentanti e poi ne copiano, notoriamente in peggio, tutti i vizi e le degenerazioni. Perché fanno del potere e del suo consolidamento la stella polare del comportamento concreto nelle aule parlamentari. Attraverso un uso, altrettanto cinico e spregiudicato, della pratica trasformistica.

Ma, per tornare al quesito referendario e al sussulto di dignità che finalmente si comincia a intravedere qua e là nelle forze politiche non ispirate dal populismo e dalla demagogia antiparlamentare e antistituzionale, va pur detto che la secca riduzione della rappresentanza parlamentare non può essere affrontata e corretta solo con una adeguata – e seppur necessaria ed indispensabile – legge elettorale. Meglio, comunque sia, se ispirata al sistema proporzionale.

Perché il disegno politico che caratterizza questa impostazione non può che essere finalizzato ad una riduzione degli spazi democratici, a una concentrazione del potere e, soprattutto, a un sistema che azzera la partecipazione a vantaggio di un ritorno del notabilato e della designazione degli eletti dall’alto. Perché ogni riduzione degli spazi democratici segna, inesorabilmente, una sconfitta della democrazia e dei suoi istituti. E ciò anche perché quando si introduce nel dibattito politico la concezione che la democrazia rappresentativa è sostanzialmente uno spreco di denaro, che la democrazia “costa” troppo e che il risanamento e la bonifica del sistema politico, democratico e costituzionale passano attraverso esclusivamente una riduzione dei costi, sai da dove parti ma non sai dove puoi approdare concretamente.

Fuor di metafora, se la democrazia è solo un costo ma perché allora non ridurre all’essenziale e all’estremo tutte le assemblee rappresentative? Dal Parlamento alle Regioni, da ciò che resta delle Province ai Comuni, dalle Unioni Montane a tutti gli organismi democratici e rappresentativi del nostro Paese. Tutto sarebbe molto più semplice. Se costa si taglia. Con tanti saluti alla democrazia, alla sua rappresentanza, ai suoi istituti e al ruolo che la stessa cultura e prassi costituzionale hanno avuto e continuano ad avere nella società italiana.

Ma il problema di fondo, al di là dello stesso quesito referendario, è la cultura che ispira tali scelte e che spiega e giustifica questa richiesta di taglio della democrazia. E cioè, il dogma del populismo antipolitico, antiparlamentare e vagamente antistituzionale. Si tratta, cioè, di fare i conti con questa involuzione democratica e costituzionale contemplata e riassunta dal verbo populista. Su questo versante, tocca prevalentemente alle culture riformiste e costituzionali battere un colpo e farsi sentire nel confronto politico sul quesito referendario. A cominciare dai cattolici democratici, dalla sinistra democratica e dalle forze liberali e conservatrici della destra e del centrodestra italiano.

E, per fermarsi ai cattolici democratici, popolari e sociali riconducibili al grande patrimonio ideale del cattolicesimo politico italiano, si tratta di una battaglia a cui non si può guardare con indifferenza e mera convenienza momentanea. Perché la qualità della democrazia, la difesa dei suoi istituti, la centralità del Parlamento, la salvaguardia della sua rappresentanza democratica e liberale non sono tasselli che possono essere oggetto di scambio politico e di governo. Quando in discussione c’è il profilo e la natura della nostra democrazia, così ci hanno insegnato i nostri “maestri”, non c’è mercanteggiamento che tenga o convenienza qualsiasi che possano giustificare la rinuncia o la rassegnazione a praticare i nostri valori e la nostra cultura di riferimento.

Quando è in gioco la democrazia si deve scendere in campo. Democraticamente, civilmente ma si deve battere un colpo. Pena la progressiva ed irreversibile rassegnazione ad una cultura e ad una prassi a noi estranei e del tutto inconciliabili con i nostri valori e i nostri convincimenti ideali, culturali e storici.

Ecco perché attorno al prossimo referendum sul taglio dei parlamentari deve decollare un confronto politico, culturale e istituzionale dove i cattolici democratici non possono e non devono assentarsi per ragioni momentanee e di pura convenienza elettorale o contingente.


1 Commento

  1. Qualcuno mi spiega perche’ abbiamo votato per la riduzione dei parlamentari quando era scontato e lampante che i 5 * pur di non andare a casa avrebbero ceduto loro !!!

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