I kurdi traditi



Paola Brianti    21 Ottobre 2019       1

L’improvvisa decisione del presidente Trump di ritirare le truppe statunitensi dal Nord Est della Siria, ha sconvolto tutti i pronostici di pace della tormentata regione medio orientale.

Dopo aver cercato di giustificarsi definendo “stupida” una delle guerre più sanguinose di questi ultimi anni, il capo della nazione più potente del mondo si è limitato a cinguettare contro il suo omologo turco accusandolo di gravissimi crimini politici e lanciando patetiche minacce di vendette economiche che, come prevedibile, hanno lasciato lo spietato leader di Ankara nella più totale indifferenza.

Erdogan oggi è incredibilmente forte e ne è del tutto consapevole.

Sul piano militare comanda il secondo esercito più potente della NATO dopo quello degli Stati Uniti e può manovrarlo come meglio crede, molto più liberamente di quanto non sia concesso a Trump, condizionato da un Parlamento scrupolosamente attento a non ripetere gli errori del passato e, per quanto riguarda il M.O. in particolare, il sostanziale fallimento della guerra contro l’Iraq.

Ha tutte le ragioni per non temere alcuna reazione da parte della Russia e sa di poter contare sul tacito accordo di Putin che, almeno per il momento, ha tutto l’interesse a lasciare che altri facciano le loro mosse e vengano allo scoperto, per poi dare scacco matto non appena lo avrà giudicato opportuno e tornare a ricoprire quel ruolo di primo piano in Medio Oriente che dalla guerra dell’Irak in poi, Mosca era andata lentamente perdendo.

Ai confini col territorio iracheno, il Kurdistan un tempo in continua guerra contro Bagdad, ora è governato da Masoud Barzani e gli investimenti turchi ottenuti con l’ accordo dell’ex acerrimo nemico Jalal Talabani, assicurano non soltanto il benessere della regione, ma anche e soprattutto una alleanza che soltanto fino a pochi decenni fa era considerata impensabile.

Alla nuova intesa tra kurdi iracheni e Erdogan, contribuisce anche il fattore politico. Il governatore del Kurdistan combatte da sempre sia il Pkk, Partito dei Lavoratori dei Kurdi turchi, sia il Pyk, l’omologo partito dei kurdi siriani, entrambi di ispirazione marxista e invisi sia ad Ankara che a Damasco.

Le divisioni tra la popolazione kurda e gli interessi particolari dei clan spesso in contrasto fra di loro, hanno sempre costituito alcuni tra gli ostacoli più gravi che hanno impedito il raggiungimento di un fine pur conseguito da tutti, la creazione di nazione, eventualità che Erdogan teme in sommo grado e che lo induce a ricorrere ad ogni mezzo possibile per evitarla.

In Iraq, almeno per il momento, sembra tornata una tranquillità che permette ad Ankara di dedicarsi con maggiore impegno alla repressione dei kurdi di Siria.

Oltre a questi fattori di natura politica, in Medio Oriente ancora più instabili che nel resto del mondo, Erdogan può sempre contare sull’ impareggiabile vantaggio delle acque. Il Tigri e l’Eufrate nascono in Turchia, assicurano la sopravvivenza delle popolazioni della Siria e dell’Iraq che attraversano, ma che al tempo stesso, impongono una perenne dipendenza di quei paesi da Ankara, inducendoli ad una politica di cautela nei confronti della capitale turca.

Erdogan, a sua volta, ha sempre conseguito il solo e principale obbiettivo di annientare le forze kurde che, a suo parere, minacciano l’integrità territoriale della Turchia perché mirano alla creazione di una nazione indipendente al Nord della Siria e proprio a ridosso del confine turco.

Per il presidente turco, le ambizioni territoriali dei kurdi sono e resteranno sempre inaccettabili perché potenzialmente nocive ad Ankara. In questi ultimi anni, l’alleanza degli Stati Uniti con i combattenti kurdi nella guerra contro l’ISIS in Siria, complicava la situazione e, sostanzialmente, contrastava con l’etichetta di “terroristi” applicata da Erdogan all’ YPG , Unità di Protezione Popolare, attiva in Siria e di matrice marxista. Agli occhi del presidente turco le vittorie conseguite dall’YPG contro quelli che il governo americano considerava i più pericolosi terroristi internazionali, diventavano sempre più intollerabili di mano in mano che legittimavano la lotta dei kurdi e nell’estate del 2016 decise di prendere in mano la situazione. Mentre i kurdi siriani stavano vincendo al Sud, i carri armati turchi entravano nel Nord della Siria, lungo le rive occidentali dell’Eufrate e occupavano i territori siriani rimasti ancora sotto il controllo dell’ ISIS poco prima che le forze curde li precedessero.

Erdogan, che da tempo aveva pianificato di eliminare le forze kurdo-siriane stanziate al confine col Nord della Siria, non perse tempo e, agli inizi del 2018, comandò l’ offensiva contro i kurdi. Dopo la vittoria di Afrin, nel giro di due mesi il Nord della Siria, cadeva sotto il controllo turco.

Col tentativo di raggiungere un accordo di pace, in agosto Stati Uniti e Turchia firmarono un’intesa che prevedeva la creazione di una “zona cuscinetto” ai confini tra il Sud della Turchia e il Nord della Siria e il ritiro dei kurdi dalla linea di confine, scoprendo così il fianco a qualsiasi manovra militare comandata da Ankara. Da parte sua, il governo statunitense garantiva la presenza armata del suo esercito, per assicurare la protezione e la sicurezza dei kurdi.

Praticamente, Trump assumeva l’impegno di sostituire le forze curde con quelle americane, rimaste quindi sole a impedire ogni tipo di invasione da parte turca.

Erdogan non chiedeva di meglio. Il 9 di ottobre scatenò la sua “Primavera di Pace” e invase il Nord della Siria. Dopo due mesi dal giorno della firma solenne dei due capi di Stato,l’ accordo era diventato carta straccia e Trump fu costretto a cedere al ricatto .

Le forze armate americane vennero ritirate e ancora si ignorano le decisioni dei governo francese e inglese sulla destinazione delle loro forze presenti nella zona.

Oggi da molte parti si sostiene che era prevedibile che la Turchia non avrebbe mai rinunciato ai suoi propositi di sterminio dei suoi nemici kurdi e, se mai Trump avesse osato pretendere il rispetto degli accordi di agosto, si sarebbe trovato nella inaccettabile situazione di combattere contro un membro della NATO, col rischio di provocare una Terza Guerra Mondiale.

Ma i kurdi, dopo aver combattuto e vinto il nemico più temuto e odiato dall’Occidente, l’Isis, subivano l’ennesimo tradimento dello loro tormentata storia e proprio da parte del capo dello Stato più potente del mondo che aveva garantito la loro salvezza.

Forse Trump avrebbe potuto pensarci prima, forse avrebbe dovuto prendere maggiori cautele. Soprattutto avrebbe dovuto considerare l’idea che esistesse qualcuno più forte, più astuto e perfino più cinico e più spietato di lui.

Non l’ha fatto ed ha dimostrato tutta la sua inadeguatezza a governare il più forte – ma fino a quando? – Stato del mondo. Per la prima volta nella sua pur breve storia, questa temibile potenza, ha conosciuto l’umiliazione.

Intanto, nella parte opposta dell’Oceano, l’Europa si limita ad osservare. Qualche capo di Stato ha minacciato embarghi e il blocco della vendita di armi ad Erdogan, poi ha fatto un po’ di conti ed ha rimandato ogni decisione ad un indefinito futuro.

Lo sdegno e la condanna sono affidati ai media che ben poco possono fare, oltre ad infiammare per qualche giorno la popolazione e partecipare al lutto per lo sterminio di un popolo con la morte sul campo di qualche eroico giornalista.

Tutti noi stiamo assistendo alla progressiva impotenza dell’Europa che si sta riducendo ad un mero potentato economico e, ormai rassegnata a diventare una onirica Utopia, sempre cinguettando, tace.

(Tratto da www.ildomaniditalia.eu)


1 Commento

  1. Più volte nella storia, anche recente, i curdi sono stati traditi, o forse è meglio dire illusi. E’ auspicabile che i curdi (come i tibetani, i baschi, i catalani, gli scozzesi, i valloni e quanti altri) vedano riconosciute la loro lingua, cultura e tradizioni con la creazione di entità territoriali autonome di natura federativa nell’ambito degli Stati in cui si trovano a vivere. Altra cosa è l’indipendenza che sconvolgerebbe l’equilibrio del medio oriente. Quali che siano stati i meriti dei curdi nella lotta all’Isis, è stato irresponsabile far loro intravedere la possibilità di costruire uno Stato nazionale, anche perché, fra l’altro, in Siria non è così evidente quale sia il “loro territorio”. L’area siriana etnicamente curda è molto più limitata del Rojava, il territorio da essi occupato a seguito della guerra all’Isis: infatti, questo giunge fino all’Eufrate e rappresenta circa un quarto della Siria (mentre i curdi sono solo il 7,3% della popolazione siriana). Una larga fascia di terre a est dell’Eufrate è prevalentemente abitata da arabi sunniti e Racca è una città araba. Certamente la Turchia approfitta della situazione per estendere il suo confine a sud, ma la soluzione del difficile stato delle cose dovrebbe andare nella direzione di quanto realizzato in Iraq. In questo paese (in cui i curdi rappresentano il 23% della popolazione), non è andato in porto il velleitario tentativo di creare uno Stato indipendente esteso ad aree arabe, inclusa Mosul. Attualmente i curdi iracheni godono di una reale autonomia nel loro territorio, che fa ancora parte dell’Iraq, e non hanno seri contrasti con la Turchia.
    Sarebbe auspicabile che una analoga soluzione si realizzasse anche per i curdi della Siria, dell’Iran e della Turchia, ma a suo sfavore, oltre all’intransigenza turca nel non voler riconoscere la specificità etnica dei curdi di casa propria, giocano anche le diffuse rivendicazioni indipendentiste e la lotta armata di movimenti tipo il PKK.
    E’ più che comprensibile la denuncia ed il biasimo da parte dei media occidentali delle centinaia di vittime dell’azione turca, ma, al confronto, mi lascia perplesso il pochissimo spazio dato alle decine di migliaia di morti prodotti dall’intervento in corso dell’Arabia Saudita nello Yemen. Ed altrettanto si può dire del comportamento dei governi dei principali paesi della UE. Chiediamoci il perché.

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