Il centenario del fascismo



Aldo Novellini    20 Maggio 2019       0

Abolizione del Senato di nomina regia, voto alle donne, giornata lavorativa di otto ore, salario minimo, “espropriazione parziale di tutte le ricchezze” e “sequestro di tutti i beni delle congregazioni religiose”: sembra un classico programma di sinistra e invece è quanto riporta il manifesto di Piazza San Sepolcro, atto fondativo del fascismo. Evidente dimostrazione della realtà multiforme del neonato movimento, alla cui guida si trovava un ex socialista, passato dal neutralismo più ostentato all'interventismo più acceso: Benito Mussolini. L'anno è 1919, esattamente cento anni fa, un debutto per i Fasci di combattimento che segue di pochi mesi la nascita, nel gennaio precedente del Partito popolare di don Sturzo.

Due partiti del tutto incompatibili, sotto ogni profilo. E quindi, sin da subito, acerrimi rivali. Non a caso Mussolini, cui non mancavano certamente acume ed intelligenza politica, individuò quasi subito nel prete siciliano il suo più pericoloso avversario. Un nemico da eliminare, perché assai più insidioso dei socialisti, buoni solo a lanciare slogan tonitruanti ma, alla resa dei conti, ben poco incisivi nell'arena politica. I popolari invece con il loro progetto riformista, senza troppi fronzoli ideologici ma con la concreta ambizione di porsi come forza di governo, furono il vero rischio per il fascismo che, a partire da fine 1920, era ormai divenuto il baluardo della conservazione e il difensore di agrari e industriali.

E in effetti, quale abisso separa questa nuova versione del fascismo, ormai al soldo della reazione padronale e dedito agli assalti alle sedi socialiste, da quanto veniva affermato in piazza San Sepolcro, sbiadito ricordo di un passato destinato all'oblio. D'altronde lo disse lo stesso Mussolini, ripetendolo in più occasioni, che il fascismo poteva essere repubblicano e monarchico, conservatore e progressista, a seconda delle necessità e delle circostanze. In pratica, un opportunismo elevato a sistema che, per convenienza, si mise presto al servizio delle classi dominanti e dei loro progetti più retrivi.

Forse sarebbe bastata un'intesa tra popolari, liberali e socialismo riformista per salvare la democrazia ma ciascuno preferì guardare il proprio orticello e in quel vuoto si inserì fatalmente il fascismo. Di lì a poco cominciò il decollo verso la presa del potere e l'instaurazione della dittatura, fino alle leggi razziali e alla guerra che lasciò l’Italia in macerie. Un bilancio disastroso sotto tutti i punti di vista.

Oggi va molto di moda discettare di un fascismo buono, fino alle leggi razziali, ed uno, per così dire, cattivo a partire dal momento in cui il Duce cominciò a seguire la Germania nazista. Le cose andrebbero lette diversamente. E dire, piuttosto, che fin dall'inizio fu chiara la matrice illiberale ed antidemocratica del nuovo movimento. L'assassinio di Giacomo Matteotti, nel giugno 1924 ad un anno e mezzo dalla marcia su Roma, dovrebbe bastare per respingere qualsiasi tentativo di parlare di un fascismo benevolo. Almeno nei primi tempi.

Quello che invece non si può sottacere e che milioni di italiani aderirono anche convintamente a questo regime, perché i totalitarismi hanno tra le loro caratteristiche, di riuscire a conquistare l'adesione delle masse con la forza della propaganda.  Ecco perché è bene, in ogni tempo, vigilare e difendere sino in fondo le istituzioni democratiche con i loro pesi e contrappesi: il Parlamento (meglio se eletto con sistema proporzionale), i partiti, l'indipendenza della magistratura, la libera stampa, i corpi intermedi. Perché le svolte autoritarie cominciano sempre delegittimando tutto quanto si frappone tra l'uomo forte e le masse. Magari in nome di una pseudo democrazia diretta che si pretende invece possa esaltare il ruolo del cittadino contro le élite.

Un insegnamento su cui riflettere anche oggi, poiché se il fascismo è davvero un residuo storico che non potrà tornare in quelle forme, il totalitarismo in versione moderna è sempre in agguato. E l'antisemitismo, il razzismo, un certo retrivo maschilismo, il disprezzo delle minoranze, il nazionalismo ne costituiscono i perenni ingredienti.


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