Sturzo, figlio della Rerum novarum



SPECIALE CENTENARIO - Giovanni Palladino    22 Gennaio 2019       0

Pubblichiamo l’intervento che il segretario generale del movimento sturziano “Servire l’Italia” ha tenuto al convegno “Liberi e forti: storia o attualità?” svoltosi a Catanzaro il 18 gennaio scorso.

Nel 1919, quando fu fondato il Partito Popolare Italiano, erano trascorsi 28 anni dalla promulgazione dell’Enciclica “Rerum novarum”. E si può dire che era stata già dimenticata. Ma la “Rerum novarum” non fu mai dimenticata da don Sturzo, che – avendone capito la grande validità – si dimostrò come il più efficace promotore della stessa. E quando riceveva complimenti per l’ottimo lavoro che stava svolgendo nel passare dalle parole ai fatti, don Sturzo era solito rispondere:“Non è farina del mio sacco, devo tutto al Vangelo e alla Rerum novarum”.
È probabile che se Leone XIII non avesse promulgato quell’Enciclica, don Sturzo avrebbe seguito la sua prima vocazione: diventare un buon professore di filosofia o di teologia. Fu invece proprio la lettura della “Rerum novarum” a fargli cambiare idea. In tal modo acquisì le basi culturali necessarie per contribuire a migliorare le condizioni di vita di gran parte della popolazione di Caltagirone che da secoli viveva poco e di poco.

Si sa che povertà e ingiustizia sociale produssero la teoria rivoluzionaria di Marx. Ma Leone XIII giudicò la soluzione marxista come una “medicina” peggiore del male che voleva curare.La vera cura doveva invece essere fornita dal Cristianesimo, portatore di valori e di principi dotati di “ricchezza di forza meravigliosa”, come orgogliosamente veniva affermato nella “Rerum novarum”.
Purtroppo quella “forza” non era mai stata sfruttata nel passato, tanto che persino la Chiesa si era ormai arresa da secoli al dato di fatto che chi nasceva ricco moriva ricco e chi nasceva povero moriva povero. Peccato che i ricchi erano pochi e i poveri tanti… Di qui la soluzione rivoluzionaria di Marx e la successiva soluzione altrettanto rivoluzionaria di Leone XIII per quel tempo, perché proponeva una cura da molti ritenuta utopistica, ossia che la questione sociale si poteva risolvere con efficacia e giustizia non con il duro conflitto tra imprenditori e lavoratori, come voleva Marx, ma con la stretta alleanza tra imprenditori e lavoratori.

Don Sturzo, tuttavia, non giudicò utopistica questa soluzione e iniziò subito a darsi da fare per dimostrare che il Cristianesimo era davvero dotato di una “forza meravigliosa”, non solo per migliorare la nostra vita spirituale. Utilizzò quindi la “medicina” della “Rerum novarum” nel “darsi da fare” e realizzò iniziative innovative nella sua Caltagirone, iniziative che lo portarono dapprima all’attenzione ammirata dei suoi concittadini, poi dei siciliani e infine di tutta l’Italia, sino a farsi sentire in Europa dagli anni Venti in poi.
Sin dal 1896, ad appena 25 anni, egli iniziò a promuovere cooperative di lavoro, cooperative di produzione e anche cooperative di vendita di beni di consumo per rendere più accessibili tali beni ai meno abbienti. Nel 1897 fondò la Cassa Rurale San Giacomo per combattere il “cancro” dell’usura. E negli anni successivi si adoperò persino a risolvere dispute di lavoro tra i proprietari terrieri e i braccianti. Il 1° novembre 1903, all’indomani di un lungo sciopero deciso dai 3.000 contadini di Caltagirone, si poteva leggere sul giornale “La Domenica dell’Operaio” il seguente resoconto: “Nessuna meraviglia ci recò la notte scorsa la notizia che sono stati concordati e stipulati i nuovi patti agrari nei locali della Cassa Rurale San Giacomo. È stata l’opera fatta dal sacerdote Luigi Sturzo, senza rumori, senza discorsi, in lunghe riunioni notturne, ora con gli agricoltori, ora con i proprietari, soli o riuniti insieme, studiando le condizioni economiche, le difficoltà tecniche e i possibili miglioramenti colturali. E in cima al verbale dei patti agrari sta il Nome Santo del Signore e il nome del Suo ministro come paciere difensore dei diritti di entrambe le classi.

Si è voluto così mostrare come non è l’odio di classe predicato dai socialisti, ma l’amore e la concordia quello che può condurre verso i desiderati frutti di bene. La democrazia cristiana si è realizzata grazie alla costanza e al trionfo di un prete”.
Nella “Rerum novarum” era appunto scritto che “la concordia fa la bellezza e l’ordine delle cose, mentre un perpetuo conflitto fra capitale e lavoro non può che dare confusione e barbarie. Ora a pacificare il dissidio, anzi a svellerne le stesse radici, il Cristianesimo ha ricchezza di forza meravigliosa”.

Nel constatare come quella “medicina” funzionasse bene, don Sturzo provava una certa delusione nel vedere come altri non seguissero il suo esempio. E nel 1901, a 10 anni dalla
promulgazione dell’Enciclica di Leone XIII, denunciò il fatto che “ancora oggi, per somma vergogna, molti cattolici non conoscono quel prezioso documento”. Questa constatazione, purtroppo, dovremmo farla anche noi oggi, ma con una vergogna maggiore, perché molti cattolici impegnati in politica e nel mondo dell’economia conoscono la dottrina sociale della Chiesa, ma non sono stati ancora capaci di utilizzarla a vantaggio del bene comune.
Il 15 maggio 1902, nel commemorare l’11° anniversario della “Rerum novarum”, don Sturzo diede una profonda chiave di lettura dei mali che da sempre affliggevano (e tuttora affliggono) il mondo: “Non è meraviglia se la società oggi non si adagia in nessuno dei partiti che dispiegano la bandiera della giustizia sociale. La giustizia nella sua essenza manca. Manca, perché manca l’amore verso il prossimo; e questo amore non vi è, non vi può essere, perché manca l’amore verso Dio; e l’amore verso Dio non vi è, né vi può essere, perché della religione se n’è voluto fare un rapporto soltanto privato e di coscienza, e non sociale; la religione è stata esclusa dalla società. La religione è un principio sintetico, che abbraccia tutti gli elementi della vita terrena per vivificarli del soffio della moralità, per ordinarli a un fine superiore, per elevarli con il carattere della soprannaturalità”.

In piena coerenza con questo suo convincimento, divenuto ancora più profondo con il passare del tempo, don Sturzo scriverà in esilio un libro dal titolo “La vera vita, sociologia del soprannaturale”, un libro dominato dal “soffio della moralità”, cioè da quel “soffio” di cui si è spesso sentita la mancanza ai piani alti del mondo politico ed economico.
Tutti i popoli, chi più chi meno, tuttora soffrono per un “deficit” di giustizia sociale, perché la ragione morale continua a essere calpestata dalla ragione politica e dalla ragione economica. Don Sturzo diceva che se la politica e l’economia violano la morale non hanno alcun diritto di chiamarsi ragione politica e ragione economica, perché sono prive di ragione, ossia prive di razionalità. Per il grande sacerdote di Caltagirone la moralità si rispecchia nella razionalità dell’agire umano, ossia nell’azione che ubbidisce alla retta ragione. Ne consegue che una persona morale è razionale, mentre una persona immorale è irrazionale, perché non segue la retta ragione.

Giudice naturale di tale rettitudine è sempre la nostra coscienza, che è il nostro giudice naturale, perché risponde a una legge naturale.
La lunga storia del mondo ci dimostra chiaramente che un regime politico e un sistema  economico, che non considerino come valore fondamentale l’integrità morale dei suoi  protagonisti, prima o poi sono destinati a crollare. Nessuna società può reggere a lungo al  continuo urto dell’irrazionalità di chi la governa. La politica senza etica si trasforma in “non politica” e l’economia senza etica produce “diseconomia”. Entrambe distruggono e impediscono il conseguimento della giustizia sociale. Tutto ciò avviene per la mancanza di quella solida “pietra d’angolo” formata da principi e valori che un autentico cristiano dovrebbe considerare sempre come la necessaria “bussola” da seguire per vivere bene. Pertanto la giustizia sociale si può realizzare solo se è la ragione morale a guidare la ragione politica e la ragione economica. Entrambe devono servire l’uomo e non servirsi dell’uomo.

Don Sturzo aveva maturato queste verità sia nell’approfondire le parole del Vangelo e della “Rerum novarum”, sia nell’agire a diretto contatto con i problemi di Caltagirone per 22 anni. E vedeva che nel passare dalle parole ai fatti, le condizioni di vita dei suoi concittadini miglioravano. Nel 1915 fu nominato Vice Presidente dell’ANCI, essendo diventato il più convinto e concreto sostenitore dell’autonomia gestionale e finanziaria dei comuni italiani. Fra l’altro fu il primo amministratore pubblico a realizzare con soldi privati un’operazione di “project financing” per la creazione dell’Officina Elettrica di Caltagirone, eliminando così dalla sua città la debole luce delle candele.

Nel 1918, avendo acquisito una notevole esperienza nel “darsi da fare” al servizio del suo Comune e del bene comune, decise di trasferirsi a Roma per fondare il Partito Popolare Italiano sulla base del programma di azione sintetizzato nell’Appello a tutti gli uomini liberi e forti. Un Appello che rappresentava la rinascita della “Rerum novarum”, dopo che per quasi 30 anni questa straordinaria Enciclica sociale era stata praticamente dimenticata e mai utilizzata nel concreto della vita nazionale.

Ma il suo progetto fallì nel tentativo di respingere la violenza “rossa” e la violenza “nera” con una proposta di politica economica che favorisse la stretta alleanza tra gli imprenditori e i lavoratori per evitare il secolare conflitto tra capitale e lavoro, conflitto che “non può che dare confusione e barbarie”, come giustamente affermò Leone XIII. La responsabilità di tale fallimento fu dei grandi capitalisti di quell’epoca che finanziarono l’ascesa di Mussolini pur di respingere “l’onda rossa”, che si proponeva di abolire la proprietà privata. Ma se il mondo politico e il mondo economico avessero accolto le innovative proposte di don Sturzo, il fascismo non sarebbe mai nato in Italia. E se il nostro Paese si fosse avviato sulla strada suggerita dal popolarismo sturziano, la follia di Hitler non avrebbe trovato in Italia un esempio altrettanto folle da seguire.

Una seconda rinascita della dottrina sociale della Chiesa sarebbe potuta avvenire dopo la seconda guerra mondiale, nel ricordo dell’Enciclica “Quadragesimo anno”, che a sua volta ricordava – dopo ben 40 anni! – la validità e la lungimiranza della “Rerum novarum”. Ma anche l’insegnamento delle numerose Encicliche sociali successive è poi finito per essere una “vox clamans in deserto”.
In un articolo scritto nel 1946, dal titolo “Moralizziamo la vita pubblica”, don Sturzo diceva: “Quanto più è accentrato il potere e quanto più larghi sono gli afflussi del denaro nell’amministrazione pubblica, tanto più grandi sono le tentazioni”. Da qui la sua avversione per lo Stato imprenditore, per lo Stato banchiere e per lo Stato factotum. Quanto più l’economia è gestita dallo Stato, egli diceva, tanto più la politica corrompe e si corrompe. Lo Stato deve essere soprattutto arbitro e non anche giocatore. Se ricopre entrambi i ruoli, finisce per arbitrare male e per giocare male. Don Sturzo era convinto che il buon governo dovesse essere fondato sulla buona cultura ed egli la trovò innanzitutto nei valori e nei principi del Vangelo e della dottrina sociale della Chiesa. Valori e principi fondati sulla centralità della persona, sull’etica della libertà responsabile, sull’elogio dell’iniziativa privata, sulla diffusione della proprietà privata, sulla funzione sociale dell’impresa e quindi sulla stretta alleanza tra capitale e lavoro. Ne consegue che egli sosteneva un capitalismo popolare di tipo partecipativo e riteneva molto dannoso sia il capitalismo di Stato, sia il capitalismo di tipo finanziario e speculativo, che purtroppo oggi sta prevalendo.

Allora si capisce perché don Sturzo sia stato sempre contrario allo Stato “tuttofare”. Ma fu anche critico del comportamento dei grandi capitalisti, sempre contrari a un accordo costruttivo con il mondo del lavoro. Negli anni Cinquanta un simile accordo avrebbe potuto portare l’Italia verso l’economia sociale di mercato, come poi avvenne nella Germania di Adenauer, un grande statista che ebbe il merito di non far cadere il suo Paese nella “confusione e barbarie” profetizzata da Leone XIII nella “Rerum novarum”. “Confusione e barbarie” di cui ha purtroppo sofferto l’Italia sia con il fascismo, sia con la DC, che non indossò la “corazza” dell’insegnamento sociale della Chiesa per evitare il duro conflitto tra imprenditori e lavoratori, e i danni economici e morali previsti da don Sturzo, se fosse arrivato il centro-sinistra.

È significativa la seguente preoccupazione di don Sturzo nel commemorare il 60° anniversario della “Rerum novarum” in un articolo pubblicato su “Il Mattino” del 12 maggio 1951: “È strano che non sia stato compreso, né messo in luce, il diverso processo ideologico e pratico delle due posizioni della teoria di Marx e della Enciclica di Leone XIII, nelle varie fasi per le quali sono passate le rivendicazioni operaie sotto i regimi politici in questo ultimo sessantennio di interventismo statale. Purtroppo da parte dell’impresa libera non si è avuta una chiara concezione dell’apporto etico della scuola cattolico-sociale e dell’importanza dell’insegnamento papale, che spinge il capitalista a cercare la collaborazione di classe insieme all’integrazione delle esigenze dell’altra parte. Oggi si punta troppo sul gioco di forze antagoniste e sopra un intervento statale che tende a dare in mano alla burocrazia l’economia del Paese. Tutto ciò è contrario sia allo spirito cristiano che agli interessi nazionali, e rende più costosa e meno efficiente l’elevazione del lavoratore”.

L’errore della DC è stato credere che le “convergenze parallele” di due culture opposte e quindi non coniugabili, la “socialcristiana” e la “socialcomunista”, potessero davvero convergere nell’interesse del bene comune. Errore poi non riparato nella seconda Repubblica, dove hanno continuato a governare – a fasi alterne – entrambi gli eredi della prima Repubblica che hanno continuato a non capire la validità della cultura sturziana dei “liberi e forti”.

Concludo rispondendo alla domanda posta dal titolo di questo Convegno: i “LIBERI E FORTI” sono STORIA O ATTUALITÀ? Certamente sono STORIA, una storia molto importante e purtroppo ancora poco conosciuta. Ma certamente non sono ATTUALITÀ, perché oggi viviamo in pieno POPULISMO per non avere avuto la Dc il coraggio e l’intelligenza di attuare il POPOLARISMO. Dovremmo allora domandarci se sia possibile parlare di ATTUABILITÀ del prezioso patrimonio culturale dei “liberi e forti”. Ci stiamo lavorando da tempo con molti amici autenticamente sturziani, ma con risultati sino ad oggi deludenti, che attribuiamo al forte “vento contrario” subìto dalle nostre idee sin dai lontani anni Sessanta.

Ma non ci siamo arresi, a differenza di altri, portatori di idee contrarie alle nostre e che si sono illusi che potessero funzionare. Altre illusioni si stanno creando con l’arrivo dei populisti e dei sovranisti. È molto probabile che finiranno come Icaro. È quindi urgente che il patrimonio culturale dei “liberi e forti” inizi a fare scuola per consentire all’Italia e all’Europa di esprimere l’enorme potenziale di sviluppo ottenibile da governi guidati con la giusta “bussola” in mano a politici seri e competenti. Molti parlano di riportare la persona al centro. Ma se al suo fianco non riportiamo anche la libera impresa, libera dai politici incompetenti, dalla burocrazia nemica anziché alleata, dal cancro della corruzione e della criminalità, la “persona” sarà sempre lontana dal “centro” e finirà per essere soffocata.
Non credo che l’Italia sia un Paese votato al suicidio, tutt’altro. Dobbiamo quindi avere fiducia che il popolarismo sturziano sia ATTUABILE. Non dobbiamo farci sfuggire l’opportunità del suo Centenario. 100 anni di errori e di orrori compiuti dai suoi avversari ci devono far capire che la salvezza dell’economia può venire solo dall’economia della salvezza, cioè dalle parole del Vangelo e dell’insegnamento sociale cristiano. A noi spettano i fatti, diceva don Sturzo.


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