L’attualità del PPI di Sturzo



Intervista di Aldo Novellini ad Alessandro Risso    8 Agosto 2018       2

Nel giorno del cinquantanovesimo anniversario della morte di don Luigi Sturzo, rilanciamo l’intervista ad Alessandro Risso che Aldo Novellini ha raccolto per il settimanale diocesano “La Voce e il Tempo”, dove il Presidente dei Popolari piemontesi parla dell’attualità del Popolarismo e del suo fondatore. Argomento che sarà il fulcro delle iniziative per ricordare il Centenario di fondazione del PPI che ricorrerà il prossimo 18 gennaio 2019.

 

Si avviano i dibattiti e le manifestazioni per il centenario del Partito popolare di don Sturzo. Quanto il popolarismo è ancora attuale?
Moltissimo, se pensiamo a quanta parte di quel pensiero politico ha innervato la nostra Carta costituzionale. La democrazia del popolo, in cui ogni cittadino sceglie un partito e le persone che meglio lo rappresentano, il valore dei corpi intermedi, prima fra tutti la famiglia e la ricchissima rete di associazioni sociali ed economiche, un sistema coerente di autonomie locali, recepito nell’attuale Titolo V della Costituzione, la laicità nelle scelte politiche, l’attenzione alla giustizia sociale e al mantenimento di una società coesa e solidale, attraverso un welfare efficiente sostenuto dalla tassazione progressiva (altro che flat tax…) sono alcuni valori di fondo assolutamente attuali.

Possiamo dire che il popolarismo rappresenti una terza via tra il liberismo, oggi in auge, e il socialismo, ideologia ormai appartenente al passato?
Il popolarismo sturziano cercò di rappresentare una terza via, che però nelle tensioni del primo dopoguerra non riuscì ad affermarsi come forza di governo, travolto con le altre forze politiche riformiste, dalla reazione conservatrice e antidemocratica del fascismo. Nel secondo dopoguerra, caratterizzato dalla divisione del mondo in due blocchi, la terza via fu concretamente rappresentata da De Gasperi, già successore di Sturzo alla guida del PPI, e dalla DC: non un semplice partito conservatore legato agli Stati Uniti, ma “una forza di centro che guarda a sinistra”, cioè al progresso delle classi lavoratrici.
E vorrei qui sfatare il mito del vecchio Sturzo fieramente liberista e ostile a ogni forma di economia sociale di mercato: fu certamente un paladino della libertà, anche economica, e combatté per tutta la vita contro ogni statalismo, che fosse quello fascista o l’Unione Sovietica dei piani quinquennali. Ma era un liberale “classico”, come Einaudi, che dava valore al lavoro e all’impresa: il folle e onnipotente capitalismo finanziario di oggi, generatore di abnormi disuguaglianze, lo avrebbe fatto inorridire.

Da due decenni i cattolici trovano spazio prevalente nell'ambito sociale più che in quello politico. Quale è la sua impressione?
La presa di distanza dalla politica dei cattolici impegnati e il loro riflusso nella catechesi e nel sociale, in parte giustificabile come reazione a Tangentopoli, è stata il frutto della scelta neo gentiloniana della gerarchia ecclesiastica, interessata a contrattare leggi favorevoli in cambio di consenso. Anche a costo di chiudere un occhio su scelte politiche e comportamenti molto poco “cristiani”. Con il pontificato di Bergoglio si è chiusa quella stagione, ma i danni ci sono stati e si vedono nella lentezza dei laici a riprendere un ruolo attivo.

Il presidente della CEI, Gualtiero Bassetti, fornisce alcune indicazioni per i cattolici in politica. Quale è la sua valutazione?
Bassetti ha ribadito le linee della “buona politica” originate dal Concilio e riaffermate, dopo un oblio di oltre vent’anni, da papa Francesco. Il bene comune come stella polare, l’attenzione ai poveri in una società che accentua le disuguaglianze, la sobrietà dei comportamenti e delle parole, sono alcuni aspetti che devono caratterizzare chi trae ispirazione dal Vangelo nella sua azione politica. E ne sottolineo un altro, tra quelli evidenziati dal cardinale: “guardate al passato per costruire il futuro”. L’ansia del nuovismo e della rottamazione premia chi ha poca sostanza e riesce ad emergere perché furbo e opportunista.

È immaginabile riprendere il cammino dell'unità politica dei cattolici, seppure in forme diverse dal passato?
I cattolici non sono mai stati veramente uniti. Certo, il Partito di Sturzo raccolse tutte le anime ed esperienze del cattolicesimo sociale ed economico allora esistenti, ma alle prime tensioni, dopo soli 4-5 anni di vita, si spaccò tra democratici e clerico-conservatori, attratti dal blocco d’ordine poi dominato dai fascisti. La DC – che rappresentava gran parte ma non tutto il mondo cattolico – era divisa in correnti, anche molto distanti tra loro su temi fondamentali, e fu costretta all’unità dalla situazione internazionale. Alla caduta del muro di Berlino l’abbiamo vista frantumarsi, e i cattolici prendere strade diverse. Credo sia sempre valida la distinzione di Sturzo: “o sinceramente conservatori o sinceramente democratici”. Questi due gruppi potrebbero ciascuno compattarsi. Ma al momento prevalgono, a destra come a sinistra, logiche individualiste che portano alla divisione e, di fatto, all’insignificanza.

Ritiene che a penalizzare il cattolicesimo politico sia stato anche il sistema elettorale maggioritario che ha reso inevitabile la divisione tra moderati e riformisti?
Non userei il termine “moderato”, che indica un modo si porsi ma non una collocazione politica. È più corretto parlare di conservatori, che vogliono mantenere le cose come stanno, soprattutto i privilegi che li riguardano, e di riformisti o progressisti che vogliono invece cambiare alla ricerca di maggiore giustizia sociale. Tornando alla domanda, prima ancora va considerato il danno della preferenza unica, che ha esaltato l’individualismo e trasformato i più vicini come idee nei peggiori concorrenti. Il maggioritario poi è servito, paradossalmente, a evidenziare la correttezza della distinzione sturziana, spaccando il quadro politico al centro e scatenando la corsa alle ali estreme per vincere. Con il risultato di aver visto Buttiglione e Casini alleati con i neofascisti, Prodi e la Bindi con Rifondazione comunista. Un onesto proporzionale, dove i partiti sono costretti a dialogare su un programma concreto di governo e non a urlare slogan utili a prendere un voto in più per vincere tutto, è da sempre più congeniale al modo di far politica dei cattolici.

Sturzo, De Gasperi, Moro. Ma anche Fanfani, Dossetti, La Pira e poi, in anni più recenti, Prodi. Come ripartire oggi con una nuova classe dirigente?
Domanda difficile. Per esperienza so che dove ci sono stati bravi politici e amministratori cattolici, alle spalle avevano avuto una formazione di base nelle parrocchie e nelle associazioni, come l’Azione cattolica o la FUCI, con sacerdoti che trasmettevano il ricco insegnamento sociale della Chiesa e la voglia di impegnarsi per il bene comune. L’impegno nelle amministrazioni locali era poi una palestra formativa importantissima. Bisogna ripartire dalla formazione, dallo studio della storia e della realtà odierna, dato che solo conoscendo i problemi si può agire per risolverli. Oggi un giovane pensa di avere un futuro in politica perché è sveglio a twittare e ha tanti followers sui social media...

L'Europa e il processo di integrazione sovranazionale possono rappresentare il terreno per una rinnovata presenza cattolica in politica?
La cultura politica cattolica, da Sturzo e De Gasperi in poi, ha sempre visto nell’Europa unita un veicolo di pace e progresso. E credo che solo una politica europea possa mantenere un equilibrato benessere e contrastare i guasti della globalizzazione. Ma occorre una visione, di cui furono capaci i confinati a Ventotene e grandi statisti come De Gasperi, Schuman, Adenauer, Khol, e ultimo Prodi. Poi purtroppo ci si è fermati all’Europa della burocrazia e della finanza, e il PPE si è trasformato nel grande contenitore dei conservatori europei. Mi preoccupano le derive antidemocratiche in alcuni Paesi dell’Est, e non vedo leader in grado di riprendere con forza il cammino per superare gli egoismi nazionali. La Merkel sembra più preoccupata della libertà dei mercati mondiali che dell’integrazione politica dell’Unione. E in Italia a caratterizzarsi per la richiesta di “più Europa” abbiamo Emma Bonino… Un altro segnale di irrilevanza dei cattolici nella politica di oggi.


2 Commenti

  1. Intervista quanto mai frizzante e d’attualità, sia per le risposte che riflettono una ammirevole capacità di visione e di sintesi politica, che per l’acutezza delle domande.

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