
Invece di affidarsi alla “deficienza naturale”, chiediamo ai dati – e all’Intelligenza artificiale – cosa stia davvero accadendo in Italia.
La parola remigrazione è piombata nel dibattito pubblico italiano come un mantra semplice, rassicurante, immediato. Una soluzione “totale” che promette di risolvere tutto: sicurezza, lavoro, welfare, identità nazionale. Ma dietro questa parola non c’è una politica. C’è una scorciatoia.
Chi oggi invoca la remigrazione appartiene spesso alla stessa cultura politica che, ventiquattro anni fa, costruì – con la legge Bossi-Fini – un esercito di irregolari: lavoratori senza diritti, ricattabili, sottopagati, indispensabili nelle fabbriche del Nord e nelle campagne del Centro-Sud. Una manodopera invisibile che ha retto interi settori produttivi mentre la politica fingeva di non vedere.
L’Italia, a differenza di altri Paesi europei, non ha mai elaborato una politica migratoria seria, capace di tenere insieme due elementi fondamentali: la necessità strutturale di manodopera; l’integrazione sociale e culturale di chi arriva.
Il risultato è un sistema che vive di emergenze, di slogan e di improvvisazione. Eppure i numeri – quelli veri – raccontano una storia completamente diversa da quella che certa propaganda continua a ripetere. Il dramma autentico è che neppure il centrosinistra nei lunghi anni in cui è stato al governo ha rivisto la Bossi-Fini ed ha affrontato la questione dell’immigrazione in termini razionali e sostenibili. Ecco perché oggi vede dilagare la destra, che poco ha nel proprio armamentario propagandistico se non quello del solleticamento della paura e della mancata conoscenza di un fenomeno che non ha solamente aspetti negativi. Se la destra si affida più alla “deficienza naturale” e non si informa, anche solo ponendo delle questioni semplici e richieste di dati all’Intelligenza artificiale, questo è anche colpa dell’opposizione. Rivolgersi all’Intelligenza artificiale, per non dire ad una ben più articolata ricerca dei dati Istat, dell’INPS e del Ministero del Lavoro, infatti, aiuterebbe ad avere un quadro più realistico della situazione italiana.
La remigrazione viene portata alle estreme conseguenze da talune frange di ignoranti sui dati e più razziste – particolarmente presi di mira sono le persone di colore e quelle che, stando al paese di provenienza, sono “bollati” come islamici – fino a giungere all’idea di “rimandarli tutti a casa” o gettando lì la poco chiara intenzione di rispedire nei Paesi di origine chi “non è integrato”. Oltre a prevedere di colpire – sul modello della remigration di Trump e della sua polizia speciale dell’ICE – persino quanti, soprattutto di pelle nera, sono nati in Italia e sono in attesa del riconoscimento della loro cittadinanza. Oppure, che pur essendo diventati cittadini italiani, diano il motivo di una loro possibile deportazione.
E, allora, vediamo come stanno davvero le cose.
I numeri dell’immigrazione in Italia (2025-2026)
Al 1° gennaio 2026 i residenti con cittadinanza straniera erano 5.560.000, pari al 9,4% della popolazione italiana. Rispetto al 2025, l’aumento è stato di +188mila persone.
Saldo migratorio
I dati sono di fine 2025: 440mila arrivi, 144mila partenze: saldo +296mila.
Dove vivono
Nord 3.230.000 (58,1%), Centro 1.344.000, Sud/Isole 986.000. In Emilia-Romagna l’incidenza è più alta della media: 12,5%.
Da dove vengono
Il gruppo più numeroso è quello dei rumeni (1.073.000). Seguono albanesi, marocchini, ucraini, cinesi, indiani.
Gli irregolari e i clandestini
Le stime più recenti vengono da ISMU, la fondazione che fa il rapporto annuale sulle migrazioni. I dati più aggiornati sono quelli al 1° gennaio 2025. Stranieri presenti in Italia allora: 5 milioni 898mila (come già sopra indicato, meno rispetto al 1° gennaio 2026). Residenti iscritti in anagrafe: 5 milioni 371mila. Irregolari/clandestini: ISMU stima 339mila persone.
Gli irregolari, dunque, costituiscono il 5,7% circa di tutti gli stranieri presenti, lo 0,57% della popolazione totale italiana. Negli ultimi anni sono diminuiti: erano 506mila nel 2021, 458mila nel 2023, 321mila nel 2024, 339mila nel 2025. Il calo è legato soprattutto alle sanatorie/regolarizzazioni, come quella del 2020. Elemento che conferma una decisa predisposizione a cercare una condizione di regolarizzazione da parte loro. Nella stragrande maggioranza dei casi, non sono clandestini perché delinquono, sono considerati fuori legge perché non regolarizzati.
Per quanto riguarda le loro modalità di arrivo in Italia c’è da considerare che soltanto il 15% dell’immigrazione irregolare arriva via mare/sbarchi. La maggior parte degli irregolari sono persone entrate con visto/turismo e rimaste dopo la scadenza. Gli arrivi via mare nel 2025 sono stati 66mila, stabili rispetto al 2024. Ma di questi non tutti sono diventati irregolari: molti hanno chiesto asilo, altri sono stati rimpatriati.
In sostanza, parliamo di circa 330-340mila persone in condizione di irregolarità su quasi sei milioni di stranieri totali in Italia.
Nel 2025, 196mila di loro hanno acquisito la cittadinanza italiana. Escono dal conteggio “stranieri”, ma restano residenti: un segnale di integrazione reale.
Il dato più importante: la criminalità degli stranieri cala quando sono regolari
Tutti gli studi concordano: più è alta la quota di stranieri regolari, più cala la criminalità. Più è alta la quota di irregolari, più aumenta la microcriminalità.
Questo è il motivo per cui: a) la Bossi-Fini ha aumentato la criminalità (creando irregolari), b) le sanatorie hanno ridotto la criminalità (regolarizzando lavoratori già presenti), c) i decreti flussi ridimensionano la microcriminalità (perché danno lavoro regolare).
Lavoro: la realtà che smentisce la propaganda
Gli occupati stranieri sono 2.514.000, pari al 10,5% di tutti gli occupati in Italia. Secondo INPS, i lavoratori attivi nel 2024 sono 3,98 milioni.
I settori principali in cui sono impiegati sono il turismo (48,5% degli addetti del settore), l’agricoltura (46,6%), il manifatturiero (42,3%), l’edilizia (40,4%), oltre al lavoro domestico e di cura con una netta prevalenza femminile.
Il 61,8% lavora al Nord. In Emilia-Romagna il 44,8% delle imprese ha almeno un lavoratore straniero.
I contributi INPS
Gli immigrati contribuiscono con il 6,6% dei contributi totali INPS versati dai soli extra-UE (2024); saldo netto positivo: +5 miliardi l’anno; contributo fiscale complessivo: 39,1 miliardi versati contro 34,5 miliardi spesi, con un attivo di 4,6 miliardi.
Va inoltre tenuto conto che l’età media degli immigrati al lavoro è 33 anni contro i 45 degli italiani. Pertanto, più degli italiani, versano contributi per decenni prima della pensione. Inoltre, molti di loro rientrano nel Paese d’origine senza riscuotere la pensione: tre miliardi di contributi “non riscattati” finora. In sintesi: 1 euro ogni 15 versati all’INPS viene da un lavoratore straniero. Se i loro stipendi non fossero spesso inferiori a quelli degli italiani e, più spesso ancora, molto al di sotto del minimo salariale, la quota delle entrate INPS provenienti dai lavoratori stranieri sarebbe ancora più alta.
La verità che la remigrazione non vuole vedere
L’Italia non è un Paese che “subisce” l’immigrazione, vive grazie all’immigrazione. Senza i lavoratori stranieri l’agricoltura collasserebbe, il turismo perderebbe quasi metà della sua forza lavoro, l’industria avrebbe un buco strutturale di mano d’opera, l’INPS entrerebbe in sofferenza immediata.
Pertanto, la remigrazione non è una politica: è un alibi. Serve a evitare la domanda vera: come si governa un fenomeno strutturale in un Paese che invecchia e perde popolazione?
L’alibi della sicurezza
Ovviamente, l’idea della remigrazione è ancorata tra i suoi sostenitori a quella della sicurezza. Nel senso che si agita l’immagine dello straniero irregolare come pericolo pubblico per colpire, in realtà, indiscriminatamente tutti i cosiddetti immigrati. Cosiddetti, perché molti di loro, o i loro figli, hanno anche acquisito la cittadinanza e, pertanto, dovrebbero essere considerati italiani a tutti gli effetti.
Va premesso che non esiste una banca dati che indichi quanti reati sono commessi dai clandestini perché i dati del Ministero dell’Interno, ISTAT, ISMU, Dossier IDOS, parlano di tre categorie: italiani, stranieri regolarmente presenti, stranieri denunciati o arrestati, alcuni dei quali possono essere irregolari.
Circa il 75-80% dei reati denunciati in Italia è attribuito a cittadini italiani. Circa il 20–25% è attribuito a stranieri (regolari + irregolari). Gli stranieri sono il 9,4% della popolazione, quindi risultano sovra-rappresentati in alcune tipologie di reato, ma non per i reati gravi contro la persona.
Gli stranieri regolari hanno tassi di criminalità simili o inferiori agli italiani nelle categorie che comprendono reati contro la persona, le violenze domestiche, gli omicidi, i reati sessuali.
Gli stranieri irregolari sono sovra-rappresentati nei reati, invece, contro il patrimonio, la microcriminalità urbana, le violazioni amministrative legate al soggiorno. Questo non perché “delinquono di più”, ma perché non possono lavorare regolarmente, vivono in condizioni marginali, sono più esposti a controlli di polizia, ogni violazione del soggiorno è già considerato come un reato.
Per quanto riguarda le tipologie di reati, i dati ufficiali dicono che quelli più frequenti tra gli italiani riguardano: violenza domestica (oltre l’80% degli autori è italiano); omicidi (circa il 70–75% degli autori è italiano); femminicidi (oltre il 90% degli autori è italiano); corruzione, reati economici, frodi fiscali; mafia, criminalità organizzata; truffe online, cybercrime; incidenti stradali con omicidio colposo; lavoro irregolare come datori di lavoro. In sostanza, gli italiani sono nettamente prevalenti nei reati più gravi e i quelli organizzati.
Per gli immigrati regolari sono segnalati come reati più frequenti i piccoli furti (negozi, mezzi pubblici); risse o lesioni non gravi; violazioni amministrative (permessi, lavoro nero, contratti irregolari); contraffazione e commercio abusivo (alcune comunità specifiche); lavoro irregolare (spesso come vittime, non come autori). Sono molto meno responsabili di reati come gli omicidi, le violenze sessuali, la violenza domestica, criminalità organizzata.
In sostanza – e ripetiamo, sempre esaminando i dati di Ministero dell’Interno, ISTAT, ISMU, Dossier IDOS – gli immigrati regolari hanno tassi di criminalità inferiori agli italiani nei reati violenti.
Abbiamo già detto che le banche dati non distinguono gli immigrati regolarmente residenti da quelli clandestini, mentre non sarebbe male fotografare questa parte specifica degli stranieri presenti in Italia. E dunque, non esiste una distinta statistica, ma le analisi ISMU, IDOS e Ministero dell’Interno mostrano che gli irregolari sono più legati a reati quali i furti minori, spaccio di strada (non traffico internazionale), occupazioni abusive, violazioni del soggiorno (che sono reati solo per loro), resistenza o oltraggio (spesso legati a controlli di polizia), piccola ricettazione.
Reati meno frequenti in cui incappano gli irregolari sono gli omicidi, la violenza domestica, la criminalità organizzata, quelli economici complessi. Gli irregolari sono sovra-rappresentati nella microcriminalità perché non possono lavorare, non perché siano “più criminali”.
L’insegnamento di papa Francesco: accoglienza sì, ma dentro le capacità del Paese
Alla luce di questa sommaria analisi di una parte del fenomeno, quello agitato da quanti vogliono la remigrazione, non possiamo non tornare alle poche sagge parole che in questi anni abbiano sentito in una materia tanto complessa, e per cui è tanto necessario abbandonare ogni atteggiamento ideologico, da una parte e dall’altra. Quelle di papa Francesco.
Papa Francesco lo ha ripetuto per anni: l’immigrazione va affrontata con accoglienza, ma proporzionata alle capacità del singolo Paese, dentro un quadro internazionale condiviso – nel caso dell’Italia, europeo. Accogliere non significa spalancare le porte senza criterio, né chiuderle con paura. Significa integrare, costruire percorsi di cittadinanza, garantire diritti e doveri, e riconoscere che chi arriva non è un problema, ma una parte della nostra storia presente.
Chi parla di remigrazione, invece, non vuole affrontare la questione: preferisce lo slogan alla realtà, la paura ai numeri, il nemico immaginario alla responsabilità politica.
Conclusione
L’Italia non ha bisogno di remigrazione. Ma di una politica migratoria seria, europea, stabile, che unisca lavoro e integrazione. Ha bisogno di guardare ai nuovi italiani non come a un corpo estraneo, ma come ad una componente essenziale della sua vitalità economica e sociale.
Ha bisogno, soprattutto, di uscire dalla “deficienza naturale” della propaganda per entrare finalmente nella maturità della politica.
(Tratto da www.politicainsieme.com)
La parola remigrazione è piombata nel dibattito pubblico italiano come un mantra semplice, rassicurante, immediato. Una soluzione “totale” che promette di risolvere tutto: sicurezza, lavoro, welfare, identità nazionale. Ma dietro questa parola non c’è una politica. C’è una scorciatoia.
Chi oggi invoca la remigrazione appartiene spesso alla stessa cultura politica che, ventiquattro anni fa, costruì – con la legge Bossi-Fini – un esercito di irregolari: lavoratori senza diritti, ricattabili, sottopagati, indispensabili nelle fabbriche del Nord e nelle campagne del Centro-Sud. Una manodopera invisibile che ha retto interi settori produttivi mentre la politica fingeva di non vedere.
L’Italia, a differenza di altri Paesi europei, non ha mai elaborato una politica migratoria seria, capace di tenere insieme due elementi fondamentali: la necessità strutturale di manodopera; l’integrazione sociale e culturale di chi arriva.
Il risultato è un sistema che vive di emergenze, di slogan e di improvvisazione. Eppure i numeri – quelli veri – raccontano una storia completamente diversa da quella che certa propaganda continua a ripetere. Il dramma autentico è che neppure il centrosinistra nei lunghi anni in cui è stato al governo ha rivisto la Bossi-Fini ed ha affrontato la questione dell’immigrazione in termini razionali e sostenibili. Ecco perché oggi vede dilagare la destra, che poco ha nel proprio armamentario propagandistico se non quello del solleticamento della paura e della mancata conoscenza di un fenomeno che non ha solamente aspetti negativi. Se la destra si affida più alla “deficienza naturale” e non si informa, anche solo ponendo delle questioni semplici e richieste di dati all’Intelligenza artificiale, questo è anche colpa dell’opposizione. Rivolgersi all’Intelligenza artificiale, per non dire ad una ben più articolata ricerca dei dati Istat, dell’INPS e del Ministero del Lavoro, infatti, aiuterebbe ad avere un quadro più realistico della situazione italiana.
La remigrazione viene portata alle estreme conseguenze da talune frange di ignoranti sui dati e più razziste – particolarmente presi di mira sono le persone di colore e quelle che, stando al paese di provenienza, sono “bollati” come islamici – fino a giungere all’idea di “rimandarli tutti a casa” o gettando lì la poco chiara intenzione di rispedire nei Paesi di origine chi “non è integrato”. Oltre a prevedere di colpire – sul modello della remigration di Trump e della sua polizia speciale dell’ICE – persino quanti, soprattutto di pelle nera, sono nati in Italia e sono in attesa del riconoscimento della loro cittadinanza. Oppure, che pur essendo diventati cittadini italiani, diano il motivo di una loro possibile deportazione.
E, allora, vediamo come stanno davvero le cose.
I numeri dell’immigrazione in Italia (2025-2026)
Al 1° gennaio 2026 i residenti con cittadinanza straniera erano 5.560.000, pari al 9,4% della popolazione italiana. Rispetto al 2025, l’aumento è stato di +188mila persone.
Saldo migratorio
I dati sono di fine 2025: 440mila arrivi, 144mila partenze: saldo +296mila.
Dove vivono
Nord 3.230.000 (58,1%), Centro 1.344.000, Sud/Isole 986.000. In Emilia-Romagna l’incidenza è più alta della media: 12,5%.
Da dove vengono
Il gruppo più numeroso è quello dei rumeni (1.073.000). Seguono albanesi, marocchini, ucraini, cinesi, indiani.
Gli irregolari e i clandestini
Le stime più recenti vengono da ISMU, la fondazione che fa il rapporto annuale sulle migrazioni. I dati più aggiornati sono quelli al 1° gennaio 2025. Stranieri presenti in Italia allora: 5 milioni 898mila (come già sopra indicato, meno rispetto al 1° gennaio 2026). Residenti iscritti in anagrafe: 5 milioni 371mila. Irregolari/clandestini: ISMU stima 339mila persone.
Gli irregolari, dunque, costituiscono il 5,7% circa di tutti gli stranieri presenti, lo 0,57% della popolazione totale italiana. Negli ultimi anni sono diminuiti: erano 506mila nel 2021, 458mila nel 2023, 321mila nel 2024, 339mila nel 2025. Il calo è legato soprattutto alle sanatorie/regolarizzazioni, come quella del 2020. Elemento che conferma una decisa predisposizione a cercare una condizione di regolarizzazione da parte loro. Nella stragrande maggioranza dei casi, non sono clandestini perché delinquono, sono considerati fuori legge perché non regolarizzati.
Per quanto riguarda le loro modalità di arrivo in Italia c’è da considerare che soltanto il 15% dell’immigrazione irregolare arriva via mare/sbarchi. La maggior parte degli irregolari sono persone entrate con visto/turismo e rimaste dopo la scadenza. Gli arrivi via mare nel 2025 sono stati 66mila, stabili rispetto al 2024. Ma di questi non tutti sono diventati irregolari: molti hanno chiesto asilo, altri sono stati rimpatriati.
In sostanza, parliamo di circa 330-340mila persone in condizione di irregolarità su quasi sei milioni di stranieri totali in Italia.
Nel 2025, 196mila di loro hanno acquisito la cittadinanza italiana. Escono dal conteggio “stranieri”, ma restano residenti: un segnale di integrazione reale.
Il dato più importante: la criminalità degli stranieri cala quando sono regolari
Tutti gli studi concordano: più è alta la quota di stranieri regolari, più cala la criminalità. Più è alta la quota di irregolari, più aumenta la microcriminalità.
Questo è il motivo per cui: a) la Bossi-Fini ha aumentato la criminalità (creando irregolari), b) le sanatorie hanno ridotto la criminalità (regolarizzando lavoratori già presenti), c) i decreti flussi ridimensionano la microcriminalità (perché danno lavoro regolare).
Lavoro: la realtà che smentisce la propaganda
Gli occupati stranieri sono 2.514.000, pari al 10,5% di tutti gli occupati in Italia. Secondo INPS, i lavoratori attivi nel 2024 sono 3,98 milioni.
I settori principali in cui sono impiegati sono il turismo (48,5% degli addetti del settore), l’agricoltura (46,6%), il manifatturiero (42,3%), l’edilizia (40,4%), oltre al lavoro domestico e di cura con una netta prevalenza femminile.
Il 61,8% lavora al Nord. In Emilia-Romagna il 44,8% delle imprese ha almeno un lavoratore straniero.
I contributi INPS
Gli immigrati contribuiscono con il 6,6% dei contributi totali INPS versati dai soli extra-UE (2024); saldo netto positivo: +5 miliardi l’anno; contributo fiscale complessivo: 39,1 miliardi versati contro 34,5 miliardi spesi, con un attivo di 4,6 miliardi.
Va inoltre tenuto conto che l’età media degli immigrati al lavoro è 33 anni contro i 45 degli italiani. Pertanto, più degli italiani, versano contributi per decenni prima della pensione. Inoltre, molti di loro rientrano nel Paese d’origine senza riscuotere la pensione: tre miliardi di contributi “non riscattati” finora. In sintesi: 1 euro ogni 15 versati all’INPS viene da un lavoratore straniero. Se i loro stipendi non fossero spesso inferiori a quelli degli italiani e, più spesso ancora, molto al di sotto del minimo salariale, la quota delle entrate INPS provenienti dai lavoratori stranieri sarebbe ancora più alta.
La verità che la remigrazione non vuole vedere
L’Italia non è un Paese che “subisce” l’immigrazione, vive grazie all’immigrazione. Senza i lavoratori stranieri l’agricoltura collasserebbe, il turismo perderebbe quasi metà della sua forza lavoro, l’industria avrebbe un buco strutturale di mano d’opera, l’INPS entrerebbe in sofferenza immediata.
Pertanto, la remigrazione non è una politica: è un alibi. Serve a evitare la domanda vera: come si governa un fenomeno strutturale in un Paese che invecchia e perde popolazione?
L’alibi della sicurezza
Ovviamente, l’idea della remigrazione è ancorata tra i suoi sostenitori a quella della sicurezza. Nel senso che si agita l’immagine dello straniero irregolare come pericolo pubblico per colpire, in realtà, indiscriminatamente tutti i cosiddetti immigrati. Cosiddetti, perché molti di loro, o i loro figli, hanno anche acquisito la cittadinanza e, pertanto, dovrebbero essere considerati italiani a tutti gli effetti.
Va premesso che non esiste una banca dati che indichi quanti reati sono commessi dai clandestini perché i dati del Ministero dell’Interno, ISTAT, ISMU, Dossier IDOS, parlano di tre categorie: italiani, stranieri regolarmente presenti, stranieri denunciati o arrestati, alcuni dei quali possono essere irregolari.
Circa il 75-80% dei reati denunciati in Italia è attribuito a cittadini italiani. Circa il 20–25% è attribuito a stranieri (regolari + irregolari). Gli stranieri sono il 9,4% della popolazione, quindi risultano sovra-rappresentati in alcune tipologie di reato, ma non per i reati gravi contro la persona.
Gli stranieri regolari hanno tassi di criminalità simili o inferiori agli italiani nelle categorie che comprendono reati contro la persona, le violenze domestiche, gli omicidi, i reati sessuali.
Gli stranieri irregolari sono sovra-rappresentati nei reati, invece, contro il patrimonio, la microcriminalità urbana, le violazioni amministrative legate al soggiorno. Questo non perché “delinquono di più”, ma perché non possono lavorare regolarmente, vivono in condizioni marginali, sono più esposti a controlli di polizia, ogni violazione del soggiorno è già considerato come un reato.
Per quanto riguarda le tipologie di reati, i dati ufficiali dicono che quelli più frequenti tra gli italiani riguardano: violenza domestica (oltre l’80% degli autori è italiano); omicidi (circa il 70–75% degli autori è italiano); femminicidi (oltre il 90% degli autori è italiano); corruzione, reati economici, frodi fiscali; mafia, criminalità organizzata; truffe online, cybercrime; incidenti stradali con omicidio colposo; lavoro irregolare come datori di lavoro. In sostanza, gli italiani sono nettamente prevalenti nei reati più gravi e i quelli organizzati.
Per gli immigrati regolari sono segnalati come reati più frequenti i piccoli furti (negozi, mezzi pubblici); risse o lesioni non gravi; violazioni amministrative (permessi, lavoro nero, contratti irregolari); contraffazione e commercio abusivo (alcune comunità specifiche); lavoro irregolare (spesso come vittime, non come autori). Sono molto meno responsabili di reati come gli omicidi, le violenze sessuali, la violenza domestica, criminalità organizzata.
In sostanza – e ripetiamo, sempre esaminando i dati di Ministero dell’Interno, ISTAT, ISMU, Dossier IDOS – gli immigrati regolari hanno tassi di criminalità inferiori agli italiani nei reati violenti.
Abbiamo già detto che le banche dati non distinguono gli immigrati regolarmente residenti da quelli clandestini, mentre non sarebbe male fotografare questa parte specifica degli stranieri presenti in Italia. E dunque, non esiste una distinta statistica, ma le analisi ISMU, IDOS e Ministero dell’Interno mostrano che gli irregolari sono più legati a reati quali i furti minori, spaccio di strada (non traffico internazionale), occupazioni abusive, violazioni del soggiorno (che sono reati solo per loro), resistenza o oltraggio (spesso legati a controlli di polizia), piccola ricettazione.
Reati meno frequenti in cui incappano gli irregolari sono gli omicidi, la violenza domestica, la criminalità organizzata, quelli economici complessi. Gli irregolari sono sovra-rappresentati nella microcriminalità perché non possono lavorare, non perché siano “più criminali”.
L’insegnamento di papa Francesco: accoglienza sì, ma dentro le capacità del Paese
Alla luce di questa sommaria analisi di una parte del fenomeno, quello agitato da quanti vogliono la remigrazione, non possiamo non tornare alle poche sagge parole che in questi anni abbiano sentito in una materia tanto complessa, e per cui è tanto necessario abbandonare ogni atteggiamento ideologico, da una parte e dall’altra. Quelle di papa Francesco.
Papa Francesco lo ha ripetuto per anni: l’immigrazione va affrontata con accoglienza, ma proporzionata alle capacità del singolo Paese, dentro un quadro internazionale condiviso – nel caso dell’Italia, europeo. Accogliere non significa spalancare le porte senza criterio, né chiuderle con paura. Significa integrare, costruire percorsi di cittadinanza, garantire diritti e doveri, e riconoscere che chi arriva non è un problema, ma una parte della nostra storia presente.
Chi parla di remigrazione, invece, non vuole affrontare la questione: preferisce lo slogan alla realtà, la paura ai numeri, il nemico immaginario alla responsabilità politica.
Conclusione
L’Italia non ha bisogno di remigrazione. Ma di una politica migratoria seria, europea, stabile, che unisca lavoro e integrazione. Ha bisogno di guardare ai nuovi italiani non come a un corpo estraneo, ma come ad una componente essenziale della sua vitalità economica e sociale.
Ha bisogno, soprattutto, di uscire dalla “deficienza naturale” della propaganda per entrare finalmente nella maturità della politica.
(Tratto da www.politicainsieme.com)
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