
Giù le mani da Cuba si sarebbe detto negli anni della Guerra Fredda, dinanzi alla minaccia di un intervento americano nell'isola caraibica. Adesso non sappiamo bene cosa accadrà nelle piazze, né tanto meno conosciamo le intenzioni statunitensi appese come sono agli sbalzi di umore di Donald Trump.
Evidente però che, impantanata in Iran, la Casa Bianca stia cercando un diversivo. E Cuba - più debole che mai per il venir meno, dopo la caduta di Nicolas Maduro, dei rifornimenti di petrolio venezuelano - pare essere la preda più a buon mercato, per degli Stati Uniti ridotti a “sciacalli” internazionali pur di rialzare il prestigio messo a dura prova nello stretto di Hormuz.
L'isola caraibica è al collasso. In questi ultimi mesi tutto sta drammaticamente peggiorando e, in sovrappiù, stiamo parlando di un'economia su cui grava da decenni l'embargo americano. Non si comprende - come si diceva prima - quali siano gli obiettivi di Washington. Se lo scopo è far cadere il castrismo, può davvero dirsi che l'Iran stia insegnando nulla. Eppure le cose sono molto semplici: quando un regime viene assediato la popolazione si ricompatta a suo favore e in fondo l'assedio a cui Cuba è sottoposta da oltre sessanta anni è stato il miglior supporto per il castrismo.
La storia ci dice anche che fu l'insipienza americana a regalare Fidel Castro al blocco comunista, poiché la rivoluzione che, nel 1959, mise fine alla dittatura di Fulgencio Batista non aveva addentellati marxisti ma era di stampo liberale condita con le venature nazionaliste tipiche del mondo latino americano. La rottura tra Washington e i “barbudos” avvenne poco più tardi, dopo le prime nazionalizzazioni volte a fornire basi più paritarie ai rapporti con il capitalismo stelle e strisce. Un affronto insopportabile per gli Stati Uniti. La reazione fu l'embargo, la risposta dell'Avana l'avvicinamento a Mosca.
Il resto lo conosciamo bene: la Baia dei Porci, la crisi dei missili e poi il consolidarsi del blocco con Cuba alla stregua di intollerabile spina nel fianco a soli cento miglia dalla Florida. Una situazione complicata dal peso degli esuli anticastristi la cui sola opzione è sempre e solo stata il rovesciamento del regime, senza alcun possibile compromesso. Una lobby (di cui esponente più noto oggi è il Segretario di Stato, Marco Rubio) che condiziona in modo sproporzionato la politica nazionale, grazie ai 29 grandi elettori che la Florida assicura nella corsa verso la Casa Bianca. Nessun candidato alla presidenza, democratico o repubblicano, può rischiare a priori di farne a meno. Ne consegue un ricatto permanente capace di stroncare qualsiasi ipotesi di avvicinamento, o anche di semplice accomodamento, tra Washington e L'Avana. E neppure il crollo dell'Urss, che avrebbe suggerito qualche apertura, diede una spinta in tal senso.
La verità è che gli Stati Uniti più che ad una svolta democratica dell'isola sono interessati ad un suo intensivo sfruttamento da parte delle multinazionali: capitalismo selvaggio e tante privatizzazioni. A cominciare dalla sanità pubblica, da sempre vanto di Cuba. In poche parole il modello cileno in stile Pinochet: questo l'orizzonte preferito.
Oggi vi è una nazione asfissiata economicamente e segnata da una crescente umanitaria. Dinanzi alla protervia di Washington, che vorrebbe catturare il 94enne Raul Castro, bene sarebbe che l'Europa facesse sentire la propria voce, anche chiedendo il concorso delle Nazioni Unite. E' il momento di operare per l'avvio di un reale processo democratico, senza demonizzare il passato. Una transizione, fatte le debite differenze, come quella spagnola del dopo Franco o dei Paesi dell'Est dopo la fine del comunismo. Un esito ostacolato però dall'embargo.
Il problema è proprio questo: da un lato vi è un regime vetero socialista ripiegato su stesso e dall'altro la iattanza del capitalismo yankee in spregio al diritto internazionale. L'Europa – in cui il mercato si coniuga con protezioni sociali e democrazia - può favorire un percorso diverso, che superi questa dicotomia esiziale. Certo, deve prendere un'iniziativa a costo di subire ritorsioni americane. Per l'Europa lasciare che a Cuba tutto avvenga secondo i desiderata della Casa Bianca, non è solo rimanere passivi davanti ad un'emergenza umanitaria, ma anche accettare una sudditanza dalla quale bisogna affrancarsi.
Evidente però che, impantanata in Iran, la Casa Bianca stia cercando un diversivo. E Cuba - più debole che mai per il venir meno, dopo la caduta di Nicolas Maduro, dei rifornimenti di petrolio venezuelano - pare essere la preda più a buon mercato, per degli Stati Uniti ridotti a “sciacalli” internazionali pur di rialzare il prestigio messo a dura prova nello stretto di Hormuz.
L'isola caraibica è al collasso. In questi ultimi mesi tutto sta drammaticamente peggiorando e, in sovrappiù, stiamo parlando di un'economia su cui grava da decenni l'embargo americano. Non si comprende - come si diceva prima - quali siano gli obiettivi di Washington. Se lo scopo è far cadere il castrismo, può davvero dirsi che l'Iran stia insegnando nulla. Eppure le cose sono molto semplici: quando un regime viene assediato la popolazione si ricompatta a suo favore e in fondo l'assedio a cui Cuba è sottoposta da oltre sessanta anni è stato il miglior supporto per il castrismo.
La storia ci dice anche che fu l'insipienza americana a regalare Fidel Castro al blocco comunista, poiché la rivoluzione che, nel 1959, mise fine alla dittatura di Fulgencio Batista non aveva addentellati marxisti ma era di stampo liberale condita con le venature nazionaliste tipiche del mondo latino americano. La rottura tra Washington e i “barbudos” avvenne poco più tardi, dopo le prime nazionalizzazioni volte a fornire basi più paritarie ai rapporti con il capitalismo stelle e strisce. Un affronto insopportabile per gli Stati Uniti. La reazione fu l'embargo, la risposta dell'Avana l'avvicinamento a Mosca.
Il resto lo conosciamo bene: la Baia dei Porci, la crisi dei missili e poi il consolidarsi del blocco con Cuba alla stregua di intollerabile spina nel fianco a soli cento miglia dalla Florida. Una situazione complicata dal peso degli esuli anticastristi la cui sola opzione è sempre e solo stata il rovesciamento del regime, senza alcun possibile compromesso. Una lobby (di cui esponente più noto oggi è il Segretario di Stato, Marco Rubio) che condiziona in modo sproporzionato la politica nazionale, grazie ai 29 grandi elettori che la Florida assicura nella corsa verso la Casa Bianca. Nessun candidato alla presidenza, democratico o repubblicano, può rischiare a priori di farne a meno. Ne consegue un ricatto permanente capace di stroncare qualsiasi ipotesi di avvicinamento, o anche di semplice accomodamento, tra Washington e L'Avana. E neppure il crollo dell'Urss, che avrebbe suggerito qualche apertura, diede una spinta in tal senso.
La verità è che gli Stati Uniti più che ad una svolta democratica dell'isola sono interessati ad un suo intensivo sfruttamento da parte delle multinazionali: capitalismo selvaggio e tante privatizzazioni. A cominciare dalla sanità pubblica, da sempre vanto di Cuba. In poche parole il modello cileno in stile Pinochet: questo l'orizzonte preferito.
Oggi vi è una nazione asfissiata economicamente e segnata da una crescente umanitaria. Dinanzi alla protervia di Washington, che vorrebbe catturare il 94enne Raul Castro, bene sarebbe che l'Europa facesse sentire la propria voce, anche chiedendo il concorso delle Nazioni Unite. E' il momento di operare per l'avvio di un reale processo democratico, senza demonizzare il passato. Una transizione, fatte le debite differenze, come quella spagnola del dopo Franco o dei Paesi dell'Est dopo la fine del comunismo. Un esito ostacolato però dall'embargo.
Il problema è proprio questo: da un lato vi è un regime vetero socialista ripiegato su stesso e dall'altro la iattanza del capitalismo yankee in spregio al diritto internazionale. L'Europa – in cui il mercato si coniuga con protezioni sociali e democrazia - può favorire un percorso diverso, che superi questa dicotomia esiziale. Certo, deve prendere un'iniziativa a costo di subire ritorsioni americane. Per l'Europa lasciare che a Cuba tutto avvenga secondo i desiderata della Casa Bianca, non è solo rimanere passivi davanti ad un'emergenza umanitaria, ma anche accettare una sudditanza dalla quale bisogna affrancarsi.
È tutto inaccettabile!
Questa continua arroganza mi auguro decreti la fine stessa di questa “supremazia” statunitense.
Ci sarà un ribaltamento delle situazioni ma purtroppo per ora paga solo la gente comune.
Ottima ricostruzione delle vicende che ruotano intorno alla questione cubana. L’embargo istituito con le leggi Helms Burton poteva forse avere un senso politico (non parliamo qui di morale) nel pieno della guerra fredda, in seguito si è ridotto a puro velleitarismo yankee, inutile, stupido, crudele nei riguardi di una popolazione gentile, coraggiosa, allegra. Nessun presidente tentò di cancellare questo vile obbrobrio, Obama probabilmente in cuor suo lo disapprovava ma non mosse un dito. I presidenti USA non sono dittatori plenipotenziari, sono condizionati da interessi, spinte ideologiche contrapposte, ricatti incrociati, poteri addensati nell’ombra degli apparati