
«J.D. Vance si sbaglia: Gesù non ci chiede di razionare il nostro amore per gli altri»: con questo messaggio su X del 3 febbraio 2025, il card. Robert Francis Prevost ha tratto una linea netta tra il messaggio del Vangelo e la nuova destra conservatrice americana, confermando la linea dura di Papa Francesco contro quest’ultima e qualificandosi “in anticipo” come “soluzione” del grande interrogativo circa la successione. Essa fu senz’altro resa possibile dal Papa argentino stesso che, consapevole delle opposizioni nel collegio cardinalizio alla riconferma della sua linea di riforme e aperture, ha messo Prevost in quella posizione esposta – prefetto del dicastero per i vescovi – che valeva come “candidatura”: pertanto, come senza la rinuncia di Benedetto XVI non ci sarebbe stato Francesco, senza quest’ultimo non avremmo oggi Papa Leone XIV. E nel suo discorso da neoeletto ha subito riconfermato un messaggio centrale del suo predecessore: la «pace disarmante e disarmata» è radicalmente opposta alla “pace” di Trump che si arma contro gli immigrati, misconosce diritto internazionale ed istituzioni multilaterali, e usa la stessa economia come arma. Non a caso, Steve Bannon aveva avvertito di Prevost.
Parte dell’interrogativo sul “dopo Francesco” furono le pressioni circa una correzione “americana” della linea di Bergoglio, articolate dalla destra cattolica, in parte trumpiana, e collegate alla questione di finanziamenti necessari per il Vaticano. Parte della soluzione, invece, è stata la scelta di uno “Yankee latino” o “Papa pan-americano”, come è stato apostrofato, più conservatore nelle questioni bioetiche e geopolitiche, ma sulla linea di Papa Francesco per quanto riguarda i temi dell’immigrazione e delle povertà. Un Papa che si esprime spesso in inglese, specialmente quando tocca i temi spinosi nei rapporti con gli USA, mentre nelle interviste serali a Castel Gandolfo parla con “orario statunitense”. E dopo che il bisogno di riforme ha portato la Chiesa a Francesco, le esigenze che si esprimono nella scelta di Leone XIV erano chiaramente geostrategiche: contrastare le nuove destre che ridefiniscono le regole geopolitiche e sono un forte sostegno delle Chiese evangeliche che nelle Americhe – quel continente dove vive quasi la metà dei cattolici (47,8%) – esprimono un forte proselitismo nei confronti della Chiesa cattolica.
Il fattore decisivo di Prevost, in prospettiva geopolitica, è però la sua appartenenza all’ordine degli agostiniani: l’utilizzo di temi religiosi cristiani per la legittimazione della politica delle nuove destre, infatti, trova un forte riferimento nella teologia di Sant’Agostino. A questo Padre della Chiesa risale l’affermazione di un’“ordo amoris” secondo il quale bisogna amare e coltivare i propri affetti con la “giusta gerarchia”: Dio e poi tutti gli esseri umani vanno amati prima di tutto, cioè delle cose terrene quali beni, potere o ricchezza. Vance interpreta tale ordine però come conferma della sua visione politica: prima viene la famiglia e il vicinato, poi i concittadini e la nazione, e solo come ultimo gli stranieri. Così la teologia di Sant’Agostino si trasforma in un programma politico, e tale “teologia politica” serve poi per definire chi fa parte degli “eletti” (a discapito di chi rimane fuori da tale gruppo). Inoltre con essa si lascia legittimare l’industria High Tech e dell’IA come mezzo potente per affrontare le più grandi sfide dell’umanità e dunque per rimandare il più possibile l’arrivo dell’apocalisse cioè del disordine finale del mondo. Dunque, una saldatura di legami politici ed economici con la consacrazione della “certezza teologica”. Prevost, con il suo “tweet”, ha delegittimato con poche parole, ma efficienti, tale costruzione del narrativo teologico-politico delle nuove destre. Esso riverbera ancora nel rifiuto, espresso in occasione della Giornata mondiale della pace (1° gennaio 2026), di «quelle fratellanze che riconoscono solo chi è simile e respingono chi è diverso».
L’ordo amoris, nell’idea originale, è la protesta clamorosa contro l’espulsione dell’empatia da una “nuova politica” autoritaria ed apatica. Esso si realizza nella misura in cui si comprende la pace come dono anziché “costruibile” con la forza, le armi e l’affermazione di dominio. Tale pace «ha il mite potere di illuminare e allargare l’intelligenza, resiste alla violenza e la vince» (Discorso del 1° gennaio). Bisogna trasformare la pace da un ideale lontano in una prassi reale e concreta, sperimentata nell’agire politico e privato quotidiano: ecco la «ordinata concordia» di Sant’Agostino.
Invece, nel suo discorso al Corpo diplomatico il 9 gennaio, Papa Leone XIV ha denunciato con preoccupazione che la guerra è tornata, e non solo a livello politico, ma penetra anche le nostre relazioni quotidiane, a partire da come sprechiamo e strumentalizziamo le parole, usandole anche come armi. E le nuove tecnologie sono un immenso facilitatore e acceleratore di tale abuso. Laddove esse producono una proliferazione di parole, sempre meno ricollegate alla loro funzione di esprimere la “verità” dei fatti, e contribuiscono così a indebolire l’ordine liberale e a polarizzare la società, Papa Leone XIV coltiva la parola al singolare, critica l’uso strumentale delle stesse ed educa all’ascolto, anche del silenzio. Solo nel «riscoprire il significato delle parole», così la sua convinzione, si può promuovere la pace evitando che si usano le parole per «ingannare o colpire e offendere gli avversari» (Discorso al corpo diplomatico). Esemplare risulta pertanto la sua critica alla rinomina del “Dipartimento della Difesa” statunitense in “Dipartimento della Guerra”.
Un altro aspetto del pensiero politico di Agostino è l’interpretazione dell’importanza della prospettiva cristiana secondo le “due città”: «il cristiano, vivendo nella città terrena, non è estraneo al mondo politico, e cerca di applicare l’etica cristiana, ispirata alle Scritture, al governo civile» (Discorso al corpo diplomatico). Un cristiano nell’ambito politico cerca dunque di realizzare i valori della «città di Dio» ossia la dimensione spirituale nei rapporti agli altri, secondo l’apertura incondizionata che ha insegnato la figura cara a Francesco che è il Buon Samaritano. In altre parole, il criterio etico della politica deve essere quello di riconoscere incondizionatamente la dignità umana e i diritti umani – simboli della «città di Dio» nel mezzo della concretezza della Realpolitik. La retorica oggi sempre più diffusa che “dignità” e “diritti” erano in fondo nient’altro che “di facciata”, invece tradisce il diffondersi di uno stile politico del mero potere e della supremazia.
Molti interpretano le tendenze geopolitiche attuali come il “tramonto” di un certo ordine internazionale, espressione di una cultura secolare, perlopiù legata al mondo occidentale. Proprio come Sant’Agostino che dopo il saccheggio di Roma vedeva vacillare le istituzioni politiche dell’impero romano. A questo punto, non si poteva più concepire una reciproca giustificazione di “impero” e “cristianesimo”, come era stata istituzionalizzata idealmente dall’imperatore Costantino. Perciò, Agostino divide le “due città” e si rivolge contro ogni visione che ritiene ancora che Dio e il sacro possono fungere come legittimazione della politica. Papa Leone, con il suo riferimento ad Agostino, cambia la prospettiva geostrategica della Chiesa, non solo confermando la fine dell’“era costantiniana” ossia del “periodo imperialistico” della Chiesa (già realizzata dal Concilio Vaticano II e poi in modo radicale da Francesco con la prospettiva radicale dei poveri), ma comunicando in modo incontrovertibile che il suo ritorno ai simboli e rituali cattolici non deve essere in nessun modo frainteso come il sostegno di una determinata corrente politica. E qui sta la sua differenza con Francesco: per Leone il contrasto con la teologia politica della destra americana e delle chiese evangeliche non si realizza con un’alleanza con il progressismo. Infatti, Leone XIII che ha introdotto la Dottrina sociale della Chiesa, non era affatto un modernizzatore del cattolicesimo.
Ricordando l’importanza di una comprensione adeguata di Agostino, Leone XIV è dunque la voce ferma contro ogni cristianesimo identitario in servizio di una politica sovranista: cioè un cristianesimo utilizzato in chiave anti-liberale, per contrastare la libertà di espressione e la libertà religiosa. Un vero rispetto dei diritti, una vera giustizia e una vera pace non possono più essere le “speranze” delle istituzioni politiche, ma la loro realizzazione ha bisogno di un’“altra città” come protagonista che il cristianesimo è chiamato ad interpretare in modo autentico.
Del resto, a Leone XIII la Chiesa deve la sua prima forte internazionalizzazione: undici volte egli aveva mediato in conflitti internazionali. In un’enciclica interamente dedicata all’America, egli lodò la costituzione degli USA e la libertà e sicurezza che la Chiesa gode dove può «vivere e operare sicura senza ostacoli» (Enciclica Longinque Oceani, 1895). Che Prevost si è fatto suo tale annuncio, viene confermato sia dalla lettera di denuncia dei vescovi statunitensi di novembre scorso, sia della recente critica da parte dei cardinali di Chicago, Washington e Newark, della politica migratoria ed estera di Trump: l’appello è, infatti, per una «politica estera che rispetti e promuova il diritto alla vita umana, la libertà religiosa e la valorizzazione della dignità umana in tutto il mondo».
Parte dell’interrogativo sul “dopo Francesco” furono le pressioni circa una correzione “americana” della linea di Bergoglio, articolate dalla destra cattolica, in parte trumpiana, e collegate alla questione di finanziamenti necessari per il Vaticano. Parte della soluzione, invece, è stata la scelta di uno “Yankee latino” o “Papa pan-americano”, come è stato apostrofato, più conservatore nelle questioni bioetiche e geopolitiche, ma sulla linea di Papa Francesco per quanto riguarda i temi dell’immigrazione e delle povertà. Un Papa che si esprime spesso in inglese, specialmente quando tocca i temi spinosi nei rapporti con gli USA, mentre nelle interviste serali a Castel Gandolfo parla con “orario statunitense”. E dopo che il bisogno di riforme ha portato la Chiesa a Francesco, le esigenze che si esprimono nella scelta di Leone XIV erano chiaramente geostrategiche: contrastare le nuove destre che ridefiniscono le regole geopolitiche e sono un forte sostegno delle Chiese evangeliche che nelle Americhe – quel continente dove vive quasi la metà dei cattolici (47,8%) – esprimono un forte proselitismo nei confronti della Chiesa cattolica.
Il fattore decisivo di Prevost, in prospettiva geopolitica, è però la sua appartenenza all’ordine degli agostiniani: l’utilizzo di temi religiosi cristiani per la legittimazione della politica delle nuove destre, infatti, trova un forte riferimento nella teologia di Sant’Agostino. A questo Padre della Chiesa risale l’affermazione di un’“ordo amoris” secondo il quale bisogna amare e coltivare i propri affetti con la “giusta gerarchia”: Dio e poi tutti gli esseri umani vanno amati prima di tutto, cioè delle cose terrene quali beni, potere o ricchezza. Vance interpreta tale ordine però come conferma della sua visione politica: prima viene la famiglia e il vicinato, poi i concittadini e la nazione, e solo come ultimo gli stranieri. Così la teologia di Sant’Agostino si trasforma in un programma politico, e tale “teologia politica” serve poi per definire chi fa parte degli “eletti” (a discapito di chi rimane fuori da tale gruppo). Inoltre con essa si lascia legittimare l’industria High Tech e dell’IA come mezzo potente per affrontare le più grandi sfide dell’umanità e dunque per rimandare il più possibile l’arrivo dell’apocalisse cioè del disordine finale del mondo. Dunque, una saldatura di legami politici ed economici con la consacrazione della “certezza teologica”. Prevost, con il suo “tweet”, ha delegittimato con poche parole, ma efficienti, tale costruzione del narrativo teologico-politico delle nuove destre. Esso riverbera ancora nel rifiuto, espresso in occasione della Giornata mondiale della pace (1° gennaio 2026), di «quelle fratellanze che riconoscono solo chi è simile e respingono chi è diverso».
L’ordo amoris, nell’idea originale, è la protesta clamorosa contro l’espulsione dell’empatia da una “nuova politica” autoritaria ed apatica. Esso si realizza nella misura in cui si comprende la pace come dono anziché “costruibile” con la forza, le armi e l’affermazione di dominio. Tale pace «ha il mite potere di illuminare e allargare l’intelligenza, resiste alla violenza e la vince» (Discorso del 1° gennaio). Bisogna trasformare la pace da un ideale lontano in una prassi reale e concreta, sperimentata nell’agire politico e privato quotidiano: ecco la «ordinata concordia» di Sant’Agostino.
Invece, nel suo discorso al Corpo diplomatico il 9 gennaio, Papa Leone XIV ha denunciato con preoccupazione che la guerra è tornata, e non solo a livello politico, ma penetra anche le nostre relazioni quotidiane, a partire da come sprechiamo e strumentalizziamo le parole, usandole anche come armi. E le nuove tecnologie sono un immenso facilitatore e acceleratore di tale abuso. Laddove esse producono una proliferazione di parole, sempre meno ricollegate alla loro funzione di esprimere la “verità” dei fatti, e contribuiscono così a indebolire l’ordine liberale e a polarizzare la società, Papa Leone XIV coltiva la parola al singolare, critica l’uso strumentale delle stesse ed educa all’ascolto, anche del silenzio. Solo nel «riscoprire il significato delle parole», così la sua convinzione, si può promuovere la pace evitando che si usano le parole per «ingannare o colpire e offendere gli avversari» (Discorso al corpo diplomatico). Esemplare risulta pertanto la sua critica alla rinomina del “Dipartimento della Difesa” statunitense in “Dipartimento della Guerra”.
Un altro aspetto del pensiero politico di Agostino è l’interpretazione dell’importanza della prospettiva cristiana secondo le “due città”: «il cristiano, vivendo nella città terrena, non è estraneo al mondo politico, e cerca di applicare l’etica cristiana, ispirata alle Scritture, al governo civile» (Discorso al corpo diplomatico). Un cristiano nell’ambito politico cerca dunque di realizzare i valori della «città di Dio» ossia la dimensione spirituale nei rapporti agli altri, secondo l’apertura incondizionata che ha insegnato la figura cara a Francesco che è il Buon Samaritano. In altre parole, il criterio etico della politica deve essere quello di riconoscere incondizionatamente la dignità umana e i diritti umani – simboli della «città di Dio» nel mezzo della concretezza della Realpolitik. La retorica oggi sempre più diffusa che “dignità” e “diritti” erano in fondo nient’altro che “di facciata”, invece tradisce il diffondersi di uno stile politico del mero potere e della supremazia.
Molti interpretano le tendenze geopolitiche attuali come il “tramonto” di un certo ordine internazionale, espressione di una cultura secolare, perlopiù legata al mondo occidentale. Proprio come Sant’Agostino che dopo il saccheggio di Roma vedeva vacillare le istituzioni politiche dell’impero romano. A questo punto, non si poteva più concepire una reciproca giustificazione di “impero” e “cristianesimo”, come era stata istituzionalizzata idealmente dall’imperatore Costantino. Perciò, Agostino divide le “due città” e si rivolge contro ogni visione che ritiene ancora che Dio e il sacro possono fungere come legittimazione della politica. Papa Leone, con il suo riferimento ad Agostino, cambia la prospettiva geostrategica della Chiesa, non solo confermando la fine dell’“era costantiniana” ossia del “periodo imperialistico” della Chiesa (già realizzata dal Concilio Vaticano II e poi in modo radicale da Francesco con la prospettiva radicale dei poveri), ma comunicando in modo incontrovertibile che il suo ritorno ai simboli e rituali cattolici non deve essere in nessun modo frainteso come il sostegno di una determinata corrente politica. E qui sta la sua differenza con Francesco: per Leone il contrasto con la teologia politica della destra americana e delle chiese evangeliche non si realizza con un’alleanza con il progressismo. Infatti, Leone XIII che ha introdotto la Dottrina sociale della Chiesa, non era affatto un modernizzatore del cattolicesimo.
Ricordando l’importanza di una comprensione adeguata di Agostino, Leone XIV è dunque la voce ferma contro ogni cristianesimo identitario in servizio di una politica sovranista: cioè un cristianesimo utilizzato in chiave anti-liberale, per contrastare la libertà di espressione e la libertà religiosa. Un vero rispetto dei diritti, una vera giustizia e una vera pace non possono più essere le “speranze” delle istituzioni politiche, ma la loro realizzazione ha bisogno di un’“altra città” come protagonista che il cristianesimo è chiamato ad interpretare in modo autentico.
Del resto, a Leone XIII la Chiesa deve la sua prima forte internazionalizzazione: undici volte egli aveva mediato in conflitti internazionali. In un’enciclica interamente dedicata all’America, egli lodò la costituzione degli USA e la libertà e sicurezza che la Chiesa gode dove può «vivere e operare sicura senza ostacoli» (Enciclica Longinque Oceani, 1895). Che Prevost si è fatto suo tale annuncio, viene confermato sia dalla lettera di denuncia dei vescovi statunitensi di novembre scorso, sia della recente critica da parte dei cardinali di Chicago, Washington e Newark, della politica migratoria ed estera di Trump: l’appello è, infatti, per una «politica estera che rispetti e promuova il diritto alla vita umana, la libertà religiosa e la valorizzazione della dignità umana in tutto il mondo».
è un testo eccellente per capire i nessi e l’origine delle posizioni politiche americane e mondiali di Papa LeoneXIV “agostiniano”. In un’epoca come questa un Papa americano con una lucidità di giudizio sul trend politico dell’amministrazione attuale è di grande aiuto, e non solo per gli americani.