
Mancano ormai pochi giorni al voto per il referendum popolare sulla legge di revisione costituzionale sulla magistratura, incentrato – come ben sappiamo - sulla separazione delle carriere. Tre i suoi punti salienti: sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) in due differenti Consigli: uno per i giudici ed uno per i pubblici ministeri; istituzione di un nuovo organo, l'Alta Corte disciplinare, cui saranno affidati i procedimenti a carico dei magistrati; introduzione del sorteggio per individuare i membri dei due CSM e dell'Alta Corte. Nel voto popolare su una riforma della Costituzione non è previsto alcun quorum. E quindi – diversamente da quanto succede nei referendum abrogativi di leggi già esistenti – esso risulterà valido indipendentemente dal numero di elettori che si recherà alle urne.
Questo – in estrema sintesi – il panorama del referendum su una modifica costituzionale che, a ben vedere, sconta una sorta di mistificazione, in quanto la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri è già presente nel nostro ordinamento, essendo stata introdotta dalla ministra della Giustizia, Marta Cartabia, durante il governo di Mario Draghi. In pratica viene consentito un unico cambiamento di funzione tra pm e giudici, nei primi dieci anni dall'ingresso in magistratura. Di più non si poteva proprio fare. Concedere ad una giovane recluta di poter cambiare una volta nella vita la propria collocazione è davvero il minimo, senza di che vi sarebbe la totale ingessatura non solo del sistema e ma anche del destino professionale di tanti neo magistrati.
Pm e giudici dunque sono già separati. E se pochi se ne sono accorti è anche perché altri sono i problemi della giustizia italiana: processi interminabili, e spesso mandati in fumo dalla prescrizione, personale ridotto all'osso, procedure farraginose. Questioni che l'attuale modifica costituzionale neanche si sogna di sfiorare. E allora che dire? E' probabile, se non proprio certo, che alla grande maggioranza dei cittadini risulti bizantino che si discuta di doppio CSM o di Alta Corte o che si escogiti un metodo inconsueto come il sorteggio per la loro composizione.
Un tiro a sorte – forse non si è riflettuto a sufficienza su questo aspetto – insultante non solo per i magistrati che lo subiscono ma anche per la classe politica che lo propone. Un giorno – dinanzi ad un ceto politico che teme come la peste il voto di preferenza da parte degli elettori – qualcuno potrebbe proporre il sorteggio anche per i parlamentari. E venire pure ascoltato. Certo, si dice che il sorteggio annullerà il potere delle correnti interne alla magistratura. Ma, ammesso che sia così – e non è detto – sarebbe bastato introdurre questa modalità di voto con legge ordinaria. Non era affatto necessaria una revisione costituzionale.
La verità è che questa riforma ha ben altri scopi. Dietro il suo apparente tecnicismo – che la fa sembrare bizzarra e persino irrilevante – si celano le future mosse volte ad indebolire il potere giudiziario. Mosse che, in buona sostanza, derivano dalla conclamata insofferenza della politica per una magistratura indipendente.
Le cose sono molto semplici. Fintanto che i giudici non si occupavano dei misfatti politici o magari insabbiavano le indagini (i famosi “porti delle nebbie”) tutto filava liscio. Tutto è cambiato quando il ceto politico, da Tangentopoli in poi, è spesso finito sul banco degli imputati. Lo schema è ben noto. Semaforo verde quando, giustamente, i magistrati sanzionano l'occupazione abusiva delle case o gli immigrati irregolari, ma scatta la luce rossa quando nel mirino entrano i tipici reati dei “colletti bianchi” quasi sempre contigui alla politica. Allora si appronta l'autodifesa: via l'abuso d'ufficio e stretta sulle intercettazioni. Ma siccome tutto questo non basta, si punta – molto più in grande – al complessivo depotenziamento dell'ordine giudiziario.
Dividere i pm dai giudici, con i due CSM, è quindi soltanto il primo passo, verso il reale obiettivo di collocare i pm sotto l'egida del ministro della Giustizia, cioè del governo. Un traguardo pienamente conseguibile con una futura riforma costituzionale da attuarsi – magari senza neppure l'impaccio del referendum popolare – grazie ad una legge elettorale che concede al vincitore un soverchiante premio di maggioranza.
Un processo alle intenzioni? Chi lo sa. Torna però in mente Giulio Andreotti quando diceva che a pensar male si fa peccato ma spesso si indovina. E con una premier come Giorgia Meloni, che bolla i giudici come “politicizzati” quando applicano le leggi esistenti infastidendo il governo, gli indizi diventano una prova. Evidente che vi sia una vera e propria insofferenza verso qualsiasi contropotere. Eppure la limitazione del potere è l'essenza stessa di uno Stato di diritto. Non hanno torto i sostenitori del Sì quando dicono che si parla del contesto politico-istituzionale più che del merito della riforma. Il fatto è che la gravità del contesto supera di gran lunga la materia del contendere.
Occorre dunque votare No e respingere questa riforma. Non certo per far cadere il governo – a quello ci pensano, se del caso, le normali elezioni – ma per riaffermare l'indipendenza della magistratura dal controllo politico e la separazione dei poteri come cardini della nostra democrazia. Due principi dello Stato di diritto, sanciti dalla nostra Costituzione, da difendere fino in fondo.
Questo – in estrema sintesi – il panorama del referendum su una modifica costituzionale che, a ben vedere, sconta una sorta di mistificazione, in quanto la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri è già presente nel nostro ordinamento, essendo stata introdotta dalla ministra della Giustizia, Marta Cartabia, durante il governo di Mario Draghi. In pratica viene consentito un unico cambiamento di funzione tra pm e giudici, nei primi dieci anni dall'ingresso in magistratura. Di più non si poteva proprio fare. Concedere ad una giovane recluta di poter cambiare una volta nella vita la propria collocazione è davvero il minimo, senza di che vi sarebbe la totale ingessatura non solo del sistema e ma anche del destino professionale di tanti neo magistrati.
Pm e giudici dunque sono già separati. E se pochi se ne sono accorti è anche perché altri sono i problemi della giustizia italiana: processi interminabili, e spesso mandati in fumo dalla prescrizione, personale ridotto all'osso, procedure farraginose. Questioni che l'attuale modifica costituzionale neanche si sogna di sfiorare. E allora che dire? E' probabile, se non proprio certo, che alla grande maggioranza dei cittadini risulti bizantino che si discuta di doppio CSM o di Alta Corte o che si escogiti un metodo inconsueto come il sorteggio per la loro composizione.
Un tiro a sorte – forse non si è riflettuto a sufficienza su questo aspetto – insultante non solo per i magistrati che lo subiscono ma anche per la classe politica che lo propone. Un giorno – dinanzi ad un ceto politico che teme come la peste il voto di preferenza da parte degli elettori – qualcuno potrebbe proporre il sorteggio anche per i parlamentari. E venire pure ascoltato. Certo, si dice che il sorteggio annullerà il potere delle correnti interne alla magistratura. Ma, ammesso che sia così – e non è detto – sarebbe bastato introdurre questa modalità di voto con legge ordinaria. Non era affatto necessaria una revisione costituzionale.
La verità è che questa riforma ha ben altri scopi. Dietro il suo apparente tecnicismo – che la fa sembrare bizzarra e persino irrilevante – si celano le future mosse volte ad indebolire il potere giudiziario. Mosse che, in buona sostanza, derivano dalla conclamata insofferenza della politica per una magistratura indipendente.
Le cose sono molto semplici. Fintanto che i giudici non si occupavano dei misfatti politici o magari insabbiavano le indagini (i famosi “porti delle nebbie”) tutto filava liscio. Tutto è cambiato quando il ceto politico, da Tangentopoli in poi, è spesso finito sul banco degli imputati. Lo schema è ben noto. Semaforo verde quando, giustamente, i magistrati sanzionano l'occupazione abusiva delle case o gli immigrati irregolari, ma scatta la luce rossa quando nel mirino entrano i tipici reati dei “colletti bianchi” quasi sempre contigui alla politica. Allora si appronta l'autodifesa: via l'abuso d'ufficio e stretta sulle intercettazioni. Ma siccome tutto questo non basta, si punta – molto più in grande – al complessivo depotenziamento dell'ordine giudiziario.
Dividere i pm dai giudici, con i due CSM, è quindi soltanto il primo passo, verso il reale obiettivo di collocare i pm sotto l'egida del ministro della Giustizia, cioè del governo. Un traguardo pienamente conseguibile con una futura riforma costituzionale da attuarsi – magari senza neppure l'impaccio del referendum popolare – grazie ad una legge elettorale che concede al vincitore un soverchiante premio di maggioranza.
Un processo alle intenzioni? Chi lo sa. Torna però in mente Giulio Andreotti quando diceva che a pensar male si fa peccato ma spesso si indovina. E con una premier come Giorgia Meloni, che bolla i giudici come “politicizzati” quando applicano le leggi esistenti infastidendo il governo, gli indizi diventano una prova. Evidente che vi sia una vera e propria insofferenza verso qualsiasi contropotere. Eppure la limitazione del potere è l'essenza stessa di uno Stato di diritto. Non hanno torto i sostenitori del Sì quando dicono che si parla del contesto politico-istituzionale più che del merito della riforma. Il fatto è che la gravità del contesto supera di gran lunga la materia del contendere.
Occorre dunque votare No e respingere questa riforma. Non certo per far cadere il governo – a quello ci pensano, se del caso, le normali elezioni – ma per riaffermare l'indipendenza della magistratura dal controllo politico e la separazione dei poteri come cardini della nostra democrazia. Due principi dello Stato di diritto, sanciti dalla nostra Costituzione, da difendere fino in fondo.
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