
La storia si ripete. «Basterebbe studiarla» ironizza lieve Stefano Zamagni, «per capire che quanto sta avvenendo è già successo negli Stati Uniti in epoche precedenti. La matrice è la stessa: una volta era l’espansionismo, oggi è l’imperialismo. Ma non si tratta di una novità assoluta».
Il Consiglio per la Pace messo nero su bianco da Donald Trump smonta in un attimo decenni di ragionamenti su diritto internazionale, rappresentanza delle istituzioni, criteri di democrazia e libertà. Ma questo per Zamagni, che ha presieduto la Pontificia Accademia delle Scienze sociali durante il pontificato di Francesco, è stato soltanto l’avverarsi di fosche previsioni fatte in passato. «L’istituzione del Board of Peace rappresenta l’ultimo frutto del neocolonialismo americano, che ha messo il mondo nelle mani di un’oligarchia finanziaria e politica» spiega, ricordando alcune date-chiave: il 1823, l’anno della dottrina Monroe e delle sfere di sicurezza; il 1904, con Roosevelt che allargò lo scenario internazionale alle sfere d’influenza; infine il 1929, la Grande Depressione e la successiva introduzione dei dazi. «Non è follia ciò cui assistiamo oggi con Trump – osserva –. È la messa in pratica di un piano culturale chiaro, in cui tutto a questo punto si può comprare. Anche la pace».
Professor Zamagni, con il “Board of Peace” elaborato dalla Casa Bianca nascerebbe un organismo alternativo alle Nazioni Unite. A pagamento, vista la modica cifra di un miliardo richiesta a ogni Paese per entrarvi. E a inviti, visto che il monarca assoluto, l’inquilino della Casa Bianca, si riserva di coinvolgere altri potenti a lui graditi. È l’addio definitivo alle istituzioni internazionali, sostituite da un club per soli Paesi super-ricchi?
È così, eppure mi meraviglia chi lo scopre oggi. Noi ci scandalizziamo per gli effetti, ma non indaghiamo le cause. Trump sta semplicemente applicando su scala globale una vecchia regola di comportamento: tutto è moralmente lecito, a patto che le azioni condotte aumentino l’utilità generale o particolare. È il principio dell’utilitarismo, una teoria contro cui la Chiesa ha da sempre lottato. È l’esatto contrario della matrice cattolica, che ha favorito l’etica delle virtù e ha generato l’economia civile. In pratica: si legittima il perseguimento del proprio interesse come via maestra per ottenere un supposto bene collettivo. Non a caso, Trump non parla di trattati e di regole. Dice «mi conviene». Mi conviene prendermi la Groenlandia, mi conviene ricostruire Gaza e l’Ucraina… Per questo, pensa a comprare e a conquistare. È l’egoismo eretto a politica, che però esercita un fascino ancora più perverso nel momento in cui, come dice Jurgen Habermas, le democrazie occidentali hanno eroso il loro fondamento morale.
Quanto pesa l’incrocio e il conflitto di interesse tra la Casa Bianca e le “Big Tech”, i giganti tecnologici che sono alla base del successo repubblicano, e che detteranno legge verosimilmente anche al Forum di Davos che sta per aprirsi?
Le teste pensanti sono loro. Si sono presi il mondo copiando lo schema autoritario della Cina. Lo fanno da tempo, non da oggi. Il punto è che tanti, tra intellettuali e classi dirigenti, hanno fatto finta di non accorgersene. Molte volte abbiamo ricordato il manifesto programmatico con cui nel 2009 il fondatore di PayPal, Peter Thiel, parlò dell’incompatibilità tra democrazia e capitalismo. È intorno a quel programma che è nata la deriva trumpiana, che ha avuto nel vicepresidente J.D. Vance uno degli interpreti più spregiudicati. Oggi la sicurezza economica viene prima di tutto per l’America, vista anche la concorrenza della Cina. Fateci caso: l’idea di esportare la democrazia, di cui si parlava ai tempi di George W. Bush nello stesso partito repubblicano, non interessa più. Il principio base resta quello mercantilistico: tutto si può comprare e tutto si vendere. Anche le persone, non solo le cose. Il principio utilitaristico del resto è nella storia degli USA: abbiamo forse dimenticato che gli Stati Uniti nell’Ottocento acquistarono la Florida dagli spagnoli e la Louisiana dalla Francia?
Esiste un limite a tutto questo?
Il limite sta nell’efficacia di questa strategia: di solito funziona nel breve periodo e non nel medio-lungo termine. I primi ad essere preoccupati per questo piano imperialista sono proprio i colossi tecnologici: hanno bisogno di un mercato mondiale dove vendere i propri prodotti, non di un mondo segnato da barriere e tariffe commerciali. Saranno loro a reagire per primi, insieme al ceto medio americano che si è impoverito, nelle prossime elezioni di mid term.
Anche l’Europa sta provando a battere un colpo, dopo molti ritardi.
L’Europa si è seduta sugli allori, ma ha davanti a sé una grande occasione. Bruxelles sta finalmente reagendo, al netto della variante di Viktor Orbàn che si è detto pronto a farsi suddito di Trump. Istituzioni come le Nazioni Unite e il Fondo monetario sono chiamate a riscrivere completamente i loro statuti, come chiede da decenni la società civile. Bisogna rilanciare quanto disse in modo profetico Paolo VI nella Popolorum Progressio: lo sviluppo è il nuovo nome della pace. Prepariamo la pace, non la guerra, facciamo nostra la lezione di Jacques Maritain. Tocca alla Chiesa e al mondo cattolico mobilitarsi e risvegliare le coscienze. Ci aspetta una grande sfida culturale contro gli autoritarismi.
(Tratto da www.avvenire.it, intervista di Diego Motta)
Il Consiglio per la Pace messo nero su bianco da Donald Trump smonta in un attimo decenni di ragionamenti su diritto internazionale, rappresentanza delle istituzioni, criteri di democrazia e libertà. Ma questo per Zamagni, che ha presieduto la Pontificia Accademia delle Scienze sociali durante il pontificato di Francesco, è stato soltanto l’avverarsi di fosche previsioni fatte in passato. «L’istituzione del Board of Peace rappresenta l’ultimo frutto del neocolonialismo americano, che ha messo il mondo nelle mani di un’oligarchia finanziaria e politica» spiega, ricordando alcune date-chiave: il 1823, l’anno della dottrina Monroe e delle sfere di sicurezza; il 1904, con Roosevelt che allargò lo scenario internazionale alle sfere d’influenza; infine il 1929, la Grande Depressione e la successiva introduzione dei dazi. «Non è follia ciò cui assistiamo oggi con Trump – osserva –. È la messa in pratica di un piano culturale chiaro, in cui tutto a questo punto si può comprare. Anche la pace».
Professor Zamagni, con il “Board of Peace” elaborato dalla Casa Bianca nascerebbe un organismo alternativo alle Nazioni Unite. A pagamento, vista la modica cifra di un miliardo richiesta a ogni Paese per entrarvi. E a inviti, visto che il monarca assoluto, l’inquilino della Casa Bianca, si riserva di coinvolgere altri potenti a lui graditi. È l’addio definitivo alle istituzioni internazionali, sostituite da un club per soli Paesi super-ricchi?
È così, eppure mi meraviglia chi lo scopre oggi. Noi ci scandalizziamo per gli effetti, ma non indaghiamo le cause. Trump sta semplicemente applicando su scala globale una vecchia regola di comportamento: tutto è moralmente lecito, a patto che le azioni condotte aumentino l’utilità generale o particolare. È il principio dell’utilitarismo, una teoria contro cui la Chiesa ha da sempre lottato. È l’esatto contrario della matrice cattolica, che ha favorito l’etica delle virtù e ha generato l’economia civile. In pratica: si legittima il perseguimento del proprio interesse come via maestra per ottenere un supposto bene collettivo. Non a caso, Trump non parla di trattati e di regole. Dice «mi conviene». Mi conviene prendermi la Groenlandia, mi conviene ricostruire Gaza e l’Ucraina… Per questo, pensa a comprare e a conquistare. È l’egoismo eretto a politica, che però esercita un fascino ancora più perverso nel momento in cui, come dice Jurgen Habermas, le democrazie occidentali hanno eroso il loro fondamento morale.
Quanto pesa l’incrocio e il conflitto di interesse tra la Casa Bianca e le “Big Tech”, i giganti tecnologici che sono alla base del successo repubblicano, e che detteranno legge verosimilmente anche al Forum di Davos che sta per aprirsi?
Le teste pensanti sono loro. Si sono presi il mondo copiando lo schema autoritario della Cina. Lo fanno da tempo, non da oggi. Il punto è che tanti, tra intellettuali e classi dirigenti, hanno fatto finta di non accorgersene. Molte volte abbiamo ricordato il manifesto programmatico con cui nel 2009 il fondatore di PayPal, Peter Thiel, parlò dell’incompatibilità tra democrazia e capitalismo. È intorno a quel programma che è nata la deriva trumpiana, che ha avuto nel vicepresidente J.D. Vance uno degli interpreti più spregiudicati. Oggi la sicurezza economica viene prima di tutto per l’America, vista anche la concorrenza della Cina. Fateci caso: l’idea di esportare la democrazia, di cui si parlava ai tempi di George W. Bush nello stesso partito repubblicano, non interessa più. Il principio base resta quello mercantilistico: tutto si può comprare e tutto si vendere. Anche le persone, non solo le cose. Il principio utilitaristico del resto è nella storia degli USA: abbiamo forse dimenticato che gli Stati Uniti nell’Ottocento acquistarono la Florida dagli spagnoli e la Louisiana dalla Francia?
Esiste un limite a tutto questo?
Il limite sta nell’efficacia di questa strategia: di solito funziona nel breve periodo e non nel medio-lungo termine. I primi ad essere preoccupati per questo piano imperialista sono proprio i colossi tecnologici: hanno bisogno di un mercato mondiale dove vendere i propri prodotti, non di un mondo segnato da barriere e tariffe commerciali. Saranno loro a reagire per primi, insieme al ceto medio americano che si è impoverito, nelle prossime elezioni di mid term.
Anche l’Europa sta provando a battere un colpo, dopo molti ritardi.
L’Europa si è seduta sugli allori, ma ha davanti a sé una grande occasione. Bruxelles sta finalmente reagendo, al netto della variante di Viktor Orbàn che si è detto pronto a farsi suddito di Trump. Istituzioni come le Nazioni Unite e il Fondo monetario sono chiamate a riscrivere completamente i loro statuti, come chiede da decenni la società civile. Bisogna rilanciare quanto disse in modo profetico Paolo VI nella Popolorum Progressio: lo sviluppo è il nuovo nome della pace. Prepariamo la pace, non la guerra, facciamo nostra la lezione di Jacques Maritain. Tocca alla Chiesa e al mondo cattolico mobilitarsi e risvegliare le coscienze. Ci aspetta una grande sfida culturale contro gli autoritarismi.
(Tratto da www.avvenire.it, intervista di Diego Motta)
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