
Blitz trumpiano in Venezuela. Di quanto è accaduto a Caracas, con la cattura del presidente Nicolas Maduro, abbiamo un quadro sufficientemente chiaro. Molto meno chiaro è invece il resto. Difficile cioè prevedere le ripercussioni che si avranno sullo scacchiere mondiale in seguito a questa aperta manomissione di tutte le regole del diritto internazionale con la violazione dell'indipendenza di uno Stato sovrano.
A scanso di equivoci va in ogni modo precisato che è impensabile rimpiangere il regime autoritario di Maduro. Un regime segnato dal carcere per gli oppositori politici, da elezioni presidenziali truccate e da una dilagante corruzione connessa al narcotraffico. Non mancano le pretese egemoniche sui Paesi vicini, come mostra la contesa con la Guyana per la regione dell'Esequiba di cui Caracas chiede l'annessione. Una situazione desolante dove un milione di persone sono fuggite all'estero e la strada verso il benessere e la democrazia risultava sbarrata da una dittatura, sostenuta peraltro da quella fetta non irrilevante di popolazione che ha beneficiato delle sue prebende.
L'attacco americano potrebbe aver smosso le acque per l'avvio di un processo democratico, ma anche così fosse – il che è tutto da dimostrare – mai un intervento militare preventivo contro uno Stato indipendente può essere giustificato. Il rischio di mettere a soqquadro gli equilibri mondiali, consegnando i rapporti tra le nazioni all'interesse del più forte, o del più prepotente, resta del tutto inaccettabile. Si è creato un precedente che in futuro potrebbe costarci caro.
A cose fatte, c'è almeno da sperare che, per evitare vuoti di potere o le insidie di una guerra civile, venga presto formato un governo transitorio, aperto alle forze di opposizione, per poi dar vita a libere elezioni entro qualche mese. La messa da parte Maria Corina Machado, principale leader dell'opposizione e neo premio Nobel per la pace, non depone però in questo senso. La strategia di Trump sembra piuttosto prefigurare soltanto un ritrovato predominio delle compagnie private statunitensi sui pozzi petroliferi e sulle risorse venezuelane.
Un colpo di mano assimilabile al golpe cileno del 1973, avendo di mira l'appropriazione del rame. Una ripetizione in peggio però. Perché adesso gli Stati Uniti neanche si sono sforzati di delegare il “lavoro sporco” a forze provenienti dall'interno. E a questo inaudito sopruso manca persino il velo ipocrita analogo alle fraudolente prove sulle armi chimiche esibite in sede Onu da Washington come pretesto contro l'Iraq di Saddam Hussein.
Al tempo stesso, in questi giorni turbolenti, vi è l'auspicio nelle manifestazioni di molti esuli in fuga dal regime di Maduro che a Caracas si apra per davvero una prospettiva democratica. Ed è solo questa speranza - di un Venezuela libero - a sospendere, almeno per ora, un più preciso giudizio su quanto accaduto. Vera e propria scommessa dagli esiti ancora imperscrutabili.
Evidente comunque che l'attacco statunitense metta a dura prova i già fragili equilibri internazionali. Putin si sentirà giustificato per l'invasione dell'Ucraina e Netanyahu nel colpire Gaza ed occupare la Cisgiordania. Si può poi star certi che dietro le quinte Pechino osserva con interesse la destabilizzazione operata da Washington: nel caos generalizzato può presentarsi l'occasione per agire contro Taiwan.
Destano inoltre allarme le minacce di Trump alla Colombia e a Cuba, così come le reiterate intimidazioni contro la Groenlandia. Qui chiamata in causa non è solo la Danimarca – paradossale che un membro della Nato sia minacciato da chi ne ha la guida - ma tutta l'Europa. Sarebbe pazzesco si giungesse ad un'inedita contrapposizione con la potenza americana con cui, nel bene e nel male, siamo alleati da ottanta anni. Eppure questa ipotesi, folle ed impensabile sino a ieri, potrebbe anche materializzarsi se l'America volesse davvero rivestire sconsideratamente i panni del sovvertitore mondiale. Un clima di sconcertante tensione dai rischi incalcolabili che dovrebbe indurre l'Europa a superare le endemiche divisioni che tanto la penalizzano. E' il momento di premere sull'acceleratore dell'unità, se non vogliamo - affidandoci ai piccoli e gretti sovranismi di oggi - essere spazzati via dalla storia.
A scanso di equivoci va in ogni modo precisato che è impensabile rimpiangere il regime autoritario di Maduro. Un regime segnato dal carcere per gli oppositori politici, da elezioni presidenziali truccate e da una dilagante corruzione connessa al narcotraffico. Non mancano le pretese egemoniche sui Paesi vicini, come mostra la contesa con la Guyana per la regione dell'Esequiba di cui Caracas chiede l'annessione. Una situazione desolante dove un milione di persone sono fuggite all'estero e la strada verso il benessere e la democrazia risultava sbarrata da una dittatura, sostenuta peraltro da quella fetta non irrilevante di popolazione che ha beneficiato delle sue prebende.
L'attacco americano potrebbe aver smosso le acque per l'avvio di un processo democratico, ma anche così fosse – il che è tutto da dimostrare – mai un intervento militare preventivo contro uno Stato indipendente può essere giustificato. Il rischio di mettere a soqquadro gli equilibri mondiali, consegnando i rapporti tra le nazioni all'interesse del più forte, o del più prepotente, resta del tutto inaccettabile. Si è creato un precedente che in futuro potrebbe costarci caro.
A cose fatte, c'è almeno da sperare che, per evitare vuoti di potere o le insidie di una guerra civile, venga presto formato un governo transitorio, aperto alle forze di opposizione, per poi dar vita a libere elezioni entro qualche mese. La messa da parte Maria Corina Machado, principale leader dell'opposizione e neo premio Nobel per la pace, non depone però in questo senso. La strategia di Trump sembra piuttosto prefigurare soltanto un ritrovato predominio delle compagnie private statunitensi sui pozzi petroliferi e sulle risorse venezuelane.
Un colpo di mano assimilabile al golpe cileno del 1973, avendo di mira l'appropriazione del rame. Una ripetizione in peggio però. Perché adesso gli Stati Uniti neanche si sono sforzati di delegare il “lavoro sporco” a forze provenienti dall'interno. E a questo inaudito sopruso manca persino il velo ipocrita analogo alle fraudolente prove sulle armi chimiche esibite in sede Onu da Washington come pretesto contro l'Iraq di Saddam Hussein.
Al tempo stesso, in questi giorni turbolenti, vi è l'auspicio nelle manifestazioni di molti esuli in fuga dal regime di Maduro che a Caracas si apra per davvero una prospettiva democratica. Ed è solo questa speranza - di un Venezuela libero - a sospendere, almeno per ora, un più preciso giudizio su quanto accaduto. Vera e propria scommessa dagli esiti ancora imperscrutabili.
Evidente comunque che l'attacco statunitense metta a dura prova i già fragili equilibri internazionali. Putin si sentirà giustificato per l'invasione dell'Ucraina e Netanyahu nel colpire Gaza ed occupare la Cisgiordania. Si può poi star certi che dietro le quinte Pechino osserva con interesse la destabilizzazione operata da Washington: nel caos generalizzato può presentarsi l'occasione per agire contro Taiwan.
Destano inoltre allarme le minacce di Trump alla Colombia e a Cuba, così come le reiterate intimidazioni contro la Groenlandia. Qui chiamata in causa non è solo la Danimarca – paradossale che un membro della Nato sia minacciato da chi ne ha la guida - ma tutta l'Europa. Sarebbe pazzesco si giungesse ad un'inedita contrapposizione con la potenza americana con cui, nel bene e nel male, siamo alleati da ottanta anni. Eppure questa ipotesi, folle ed impensabile sino a ieri, potrebbe anche materializzarsi se l'America volesse davvero rivestire sconsideratamente i panni del sovvertitore mondiale. Un clima di sconcertante tensione dai rischi incalcolabili che dovrebbe indurre l'Europa a superare le endemiche divisioni che tanto la penalizzano. E' il momento di premere sull'acceleratore dell'unità, se non vogliamo - affidandoci ai piccoli e gretti sovranismi di oggi - essere spazzati via dalla storia.
Complimenti per queste chiare e condivisibili note sull’ odierna situazione. Temo comunque che la miopia strategica dei politici europei non spinga ancora ad una vera unione europea.
Grazie Aldo per l’articolo.
Come ben dici, il velo ipocrita utilizzato da sempre dagli USA, sembra non essere nelle corde di Trump, che probabilmente non percepisce di dover giustificare le sue azioni a nessuno.
Questo modus, d’altronde porta in evidenza più chiaramente e senza ipocrisia, la spregiudicata politica invasiva che da sempre contraddistingue gli USA.