
I tentativi in corso per porre fine alla nuova guerra civile europea che si combatte in Ucraina, suscitano speranze e nel contempo rivelano una geometria di posizioni quantomeno complicata, a tratti inedita e sorprendente, ma solo fino ad un certo punto.
Questa articolazione di posizioni fra le parti fa emergere almeno quattro nodi irrisolti sui quali credo sia opportuno rivolgere l'attenzione.
Il primo riguarda la discordanza delle narrative sulla guerra ucraina. L'invasione russa dell'Ucraina del 2022 fu un fulmine a ciel sereno, un proditorio, improvviso e inatteso attacco a un Paese che non aveva problemi, come sostiene una parte dell'Occidente, o la continuazione, l'epilogo estremo, ma non meno esecrabile, di una guerra innescata da alcune fazioni occidentali almeno a partire dal 2014, con il cambio di regime in Ucraina, e proseguita con le ostilità contro la popolazione russofona, come sostiene la Russia?
Il primo tipo di narrativa determina il seguente quadro: la Russia vuole invadere tutta l'Europa, pertanto è assolutamente necessario infliggerle una sconfitta strategica in Ucraina per fermarla. È importante osservare che in questa prospettiva la pace è esclusa. Si parla solo di un cessate il fuoco per consentire all'Europa di riarmarsi, sopperendo al progressivo disimpegno americano, onde potersi preparare a una guerra, ritenuta inevitabile, nel giro di 5-10 anni in avanti. I cittadini devono essere preparati al peggio, serve la riconversione bellica del sistema industriale e vanno reperiti i soldati anche con la reintroduzione della leva obbligatoria.
Quindi, il punto è: in Ucraina sono stati commessi degli errori anche da parte dell'Occidente oppure vi sono solo delle ragioni e la Russia ha solo dei torti, così da giustificare il ritorno dell'Europa a una preoccupante logica di guerra, che potremmo definire "pre-comunitaria"?
Il secondo nodo riguarda i rapporti fra Stati Uniti e Russia, storicamente più complementari che competitivi. Dalla guerra civile americana alla seconda guerra mondiale, alla comune diffidenza verso l'impero coloniale britannico, Washington e Mosca hanno sempre trovato punti di contatto. Quella di Trump nei rapporti bilaterali è stata molto meno di una svolta, ma piuttosto un riallineamento a una costate della geopolitica americana. Quindi sorpresa e stupore, ma fino a un certo punto. Piuttosto l'Europa continentale deve prendere le contromisure, pensarsi con gradualità più autonoma e indipendente sullo scacchiere internazionale.
Ma questo, una UE più forte politicamente, come potrà avvenire? Il terzo nodo da sciogliere, a mio avviso non è tanto quello delle forme istituzionali che l'UE deve assumere per contare di più. Per iniziare basta la sintesi fatta da Mario Draghi: il federalismo pragmatico, ora, non fra 10 o 20 anni. C'è un esempio brillante nel mondo di organizzazione internazionale fra Paesi che venivano ritenuti schiacciati fra due giganti, come Cina ed India, l'ASEAN, l'Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico, e che invece stanno dimostrando di agire con invidiabile autonomia.
Il problema dell'UE sembra invece essere essenzialmente di natura politica, o meglio di nanismo politico. E la gestione della crisi ucraina sta fornendo una nuova e triste conferma di ciò. Stiamo infatti, assistendo al paradosso che il Regno Unito, uscito dall'UE, detta nei fatti la linea dell'Europa sull'Ucraina, favorita dal fatto che fra i grandi Paesi membri, la Francia gli risulta perfettamente allineata, la Germania continua a non toccare palla in politica estera oltre i suoi interessi di bottega, sulle questioni che contano l'Italia, come al solito, si barcamena pur in modo dignitoso, rimanendo alla fine solo la Spagna in una situazione di pieno esercizio di capacità che invece dovrebbe riguardare l'intera UE. Alla fine, quindi, le cose si presentano ancora più complesse di quello che appaiono. La guerra per procura in Ucraina ha come protagonisti la Russia e il Regno Unito. Quest'ultimo si tira dietro una UE che dimostra di controllare nella politica estera oltre che in quella monetaria, e quella parte di Stati Uniti legata agli enormi interessi della finanza globale. Ne consegue che, almeno in parte, lo scontro che si sta consumando nella sfortunata Ucraina, è all'interno dello stesso Occidente, precisamente fra Washington e Londra, fra fazioni diverse e confliggenti, fra la tradizione indipendentista americana, ora aperta a traghettare gli Stati Uniti nel nuovo ordine mondiale multilaterale (al di là del più che discutibile comportamento di Trump), e la tradizione coloniale britannica, disposta a tutto, anche a passare sopra agli interessi dell'Europa continentale, pur di proseguire un unilateralismo fondato su nuove forme di dominio culturale e finanziario globale.
Ecco perché – e siamo al quarto e ultimo punto, quello delle ripercussioni interne – non si può ridurre tanto facilmente la questione ucraina a questione di schieramento. Quando tra gli Alleati a livello internazionale vi sono idee diverse del ruolo della NATO, della strategia di sicurezza in Europa, della stessa natura del conflitto russo-ucraino, il problema non può ridursi allo stare con chi, bensì è anche quello di cosa volere, cosa perseguire. Un impegno che deve attraversare trasversalmente tutti i partiti, di tutti gli schieramenti, volto innanzitutto a rafforzare le istituzioni che rappresentano il Paese in questa fase delicatissima e a fare dell'Italia una potenza del dialogo e dell'arte di costruire ponti fra mondi diversi, che aiuti l'UE nel cammino verso una legittima autonomia politica e verso la costruzione di un nuovo mondo multilaterale in cui possa essere fra i protagonisti.
Questa articolazione di posizioni fra le parti fa emergere almeno quattro nodi irrisolti sui quali credo sia opportuno rivolgere l'attenzione.
Il primo riguarda la discordanza delle narrative sulla guerra ucraina. L'invasione russa dell'Ucraina del 2022 fu un fulmine a ciel sereno, un proditorio, improvviso e inatteso attacco a un Paese che non aveva problemi, come sostiene una parte dell'Occidente, o la continuazione, l'epilogo estremo, ma non meno esecrabile, di una guerra innescata da alcune fazioni occidentali almeno a partire dal 2014, con il cambio di regime in Ucraina, e proseguita con le ostilità contro la popolazione russofona, come sostiene la Russia?
Il primo tipo di narrativa determina il seguente quadro: la Russia vuole invadere tutta l'Europa, pertanto è assolutamente necessario infliggerle una sconfitta strategica in Ucraina per fermarla. È importante osservare che in questa prospettiva la pace è esclusa. Si parla solo di un cessate il fuoco per consentire all'Europa di riarmarsi, sopperendo al progressivo disimpegno americano, onde potersi preparare a una guerra, ritenuta inevitabile, nel giro di 5-10 anni in avanti. I cittadini devono essere preparati al peggio, serve la riconversione bellica del sistema industriale e vanno reperiti i soldati anche con la reintroduzione della leva obbligatoria.
Quindi, il punto è: in Ucraina sono stati commessi degli errori anche da parte dell'Occidente oppure vi sono solo delle ragioni e la Russia ha solo dei torti, così da giustificare il ritorno dell'Europa a una preoccupante logica di guerra, che potremmo definire "pre-comunitaria"?
Il secondo nodo riguarda i rapporti fra Stati Uniti e Russia, storicamente più complementari che competitivi. Dalla guerra civile americana alla seconda guerra mondiale, alla comune diffidenza verso l'impero coloniale britannico, Washington e Mosca hanno sempre trovato punti di contatto. Quella di Trump nei rapporti bilaterali è stata molto meno di una svolta, ma piuttosto un riallineamento a una costate della geopolitica americana. Quindi sorpresa e stupore, ma fino a un certo punto. Piuttosto l'Europa continentale deve prendere le contromisure, pensarsi con gradualità più autonoma e indipendente sullo scacchiere internazionale.
Ma questo, una UE più forte politicamente, come potrà avvenire? Il terzo nodo da sciogliere, a mio avviso non è tanto quello delle forme istituzionali che l'UE deve assumere per contare di più. Per iniziare basta la sintesi fatta da Mario Draghi: il federalismo pragmatico, ora, non fra 10 o 20 anni. C'è un esempio brillante nel mondo di organizzazione internazionale fra Paesi che venivano ritenuti schiacciati fra due giganti, come Cina ed India, l'ASEAN, l'Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico, e che invece stanno dimostrando di agire con invidiabile autonomia.
Il problema dell'UE sembra invece essere essenzialmente di natura politica, o meglio di nanismo politico. E la gestione della crisi ucraina sta fornendo una nuova e triste conferma di ciò. Stiamo infatti, assistendo al paradosso che il Regno Unito, uscito dall'UE, detta nei fatti la linea dell'Europa sull'Ucraina, favorita dal fatto che fra i grandi Paesi membri, la Francia gli risulta perfettamente allineata, la Germania continua a non toccare palla in politica estera oltre i suoi interessi di bottega, sulle questioni che contano l'Italia, come al solito, si barcamena pur in modo dignitoso, rimanendo alla fine solo la Spagna in una situazione di pieno esercizio di capacità che invece dovrebbe riguardare l'intera UE. Alla fine, quindi, le cose si presentano ancora più complesse di quello che appaiono. La guerra per procura in Ucraina ha come protagonisti la Russia e il Regno Unito. Quest'ultimo si tira dietro una UE che dimostra di controllare nella politica estera oltre che in quella monetaria, e quella parte di Stati Uniti legata agli enormi interessi della finanza globale. Ne consegue che, almeno in parte, lo scontro che si sta consumando nella sfortunata Ucraina, è all'interno dello stesso Occidente, precisamente fra Washington e Londra, fra fazioni diverse e confliggenti, fra la tradizione indipendentista americana, ora aperta a traghettare gli Stati Uniti nel nuovo ordine mondiale multilaterale (al di là del più che discutibile comportamento di Trump), e la tradizione coloniale britannica, disposta a tutto, anche a passare sopra agli interessi dell'Europa continentale, pur di proseguire un unilateralismo fondato su nuove forme di dominio culturale e finanziario globale.
Ecco perché – e siamo al quarto e ultimo punto, quello delle ripercussioni interne – non si può ridurre tanto facilmente la questione ucraina a questione di schieramento. Quando tra gli Alleati a livello internazionale vi sono idee diverse del ruolo della NATO, della strategia di sicurezza in Europa, della stessa natura del conflitto russo-ucraino, il problema non può ridursi allo stare con chi, bensì è anche quello di cosa volere, cosa perseguire. Un impegno che deve attraversare trasversalmente tutti i partiti, di tutti gli schieramenti, volto innanzitutto a rafforzare le istituzioni che rappresentano il Paese in questa fase delicatissima e a fare dell'Italia una potenza del dialogo e dell'arte di costruire ponti fra mondi diversi, che aiuti l'UE nel cammino verso una legittima autonomia politica e verso la costruzione di un nuovo mondo multilaterale in cui possa essere fra i protagonisti.
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