
Abbiamo ricevuto questa lettera aperta dal nostro amico Antonio Labanca, impegnato nel sociale e ottimo conoscitore della periferia nord di Torino. Il suo intervento va ad arricchire il dibattito che su questo sito abbiamo condotto per capire le ragioni del clamoroso risultato alle ultime elezioni amministrative, approfondito poi nel riuscito incontro dell'11 luglio scorso all'Educatorio della Provvidenza, con ben quaranta presenti.
Labanca, in garbato dissenso con la nostra presa di posizione a favore di Piero Fassino, sia per un giudizio complessivamente positivo sul suo primo mandato sia per la presenza nella lista PD di due validi componenti del Direttivo della nostra Associazione , così ci scrive:
Mi permetto di esprimere un dissenso dal sostegno esplicito che avete dato a Fassino, conseguente solo a una questione di schieramenti precostituiti. Come cattolico, vorrei rimanere libero di ragionare e di scegliere diversamente dal nuovo collateralismo con il PD: questa, come qualsiasi altra forza politica, deve essere capace di conquistare la fiducia dell'elettorato senza dare per scontato il consenso. E il modo migliore per raccogliere consensi è ascoltare e lasciar partecipare. Ho scritto una lettera a Fassino: se volete recapitargliela è qui allegata. Credo che spedita da parte mia rimarrebbe bloccata da qualche staffista o dimenticata sulla scrivania. Grazie.
Eccola qui di seguito.
Caro Piero, vorrei portarti alcune considerazioni che spiegano perché una persona che ha votato per te la prima volta che ti sei presentato per fare il sindaco in questa città, questa volta ha scelto la candidata alternativa.
Forse è bene premettere che sono un elettore che si considera “progressista” e che affidò all'Ulivo e poi al PD molte speranze di miglioramento economico e sociale in Italia. Soprattutto quando si ragionava sul berlusconismo non come a un nemico da abbattere nella persona di Silvio ma come a un modo di “vedere il mondo”, e di decidere di conseguenza, nel quale non mi potevo riconoscere per una mia formazione cattolica e per un mio ascolto costante delle istanze progressiste.
A piccola conferma di questo mio dna politico ricordo di essere stato ammiratore di un tuo intervento sul tema “casa” in una sezione del PCI (credo che fosse una sede di quel tipo) di via Barbaroux, quando la Torino che stava scoppiando di immigrazione dal Sud Italia in virtù dell'attrazione della Grande Fabbrica si stava interrogando su come dare un tetto decente a migliaia di operai. Ero venuto ad ascoltare “cosa proponevano i comunisti”: per un ragazzo nato e cresciuto in un mondo “democristiano” (in parrocchia ci facevano attaccare i bollini alle banane che alcuni candidati biancocrociati regalavano per sostenere le campagne elettorali), entrare in quello spazio poteva essere considerato un eccesso di simpatia per l'avversario. Fui colpito dalla competenza di un giovane alto e brillante (io potevo avere 14-15 anni, tu eri poco più che ventenne) che parlava con competenza e con dovizia di dati su una questione che sembrava non ricevere adeguate attenzioni da parte dell'amministrazione centrista di allora, ma che invece – secondo l'ideologia che professavi e il know-how acquisito nel partito – poteva trovare soluzioni in pochi passaggi, equi e sostenibili.
Un rinnovo di simpatia per quel Fassino sorse spontanea quando molti anni dopo i media vollero ricavare un caso politico della frase “Allora, abbiamo una Banca?” rubata al telefono. Conoscendo anche solo un poco dello spirito di Gianduja, si poteva facilmente intendere che fosse l'espressione di un serio militante che cercava di trovare la battuta allegra per l'importante mossa giocata dalla sinistra nella partita a Risico con il potere capitalistico italiano.
Venni ad ascoltare un tuo intervento (già non esisteva comunemente più la prassi dei comizi) al primo giro da sindaco: qualche idea approssimativa su una città che conoscevi un po' meno di trent'anni prima, un po' meno arte della costruzione del consenso rispetto al tuo predecessore, ma importante era – in presenza di un pervasivo governo di destra – riaffermare a Torino la persistenza di un pensiero “diverso”. I tuoi avversari l'avevano anche buttata sul tuo “portar male”, sul tuo rappresentare il massimo dell'apparato ex-comunista, ma questi argomenti suonavano come assenza di argomenti concreti e di pregiudizio ricorrente anche dopo la caduta del Muro di Berlino.
Dunque io come altri ti diedi fiducia.
Non trascorse l'estate dopo il voto, che già da alcune “antenne” avvertii che si applicava a te la variante dell'esclamazione di Nanni Moretti, davanti a D'Alema in televisione, “E di' qualcosa di sinistra!”: “Fassino, fa' qualcosa sul piano sociale per questa città!”. Della crisi sociale ti sei reso conto (o hai osato dirlo in pubblico) solo dopo quest'ultima tornata elettorale. Un po' tardi. Non si attribuisce a te la causa della crisi economica generale, ci mancherebbe: ma non abbiamo visto in te il baluardo del contrasto locale alla crescente diseguaglianza, al fermo degli ascensori sociali, al perifericizzarsi di ampi quartieri. Si aggiunga poi il consolidarsi di uno stile di gestione del bene pubblico cittadino: l'irrigidirsi dei criteri di selezione dei “contributori” alla progettazione e alla realizzazione degli interventi sulla città, il cedimento continuo a un privato non sociale ma speculativo, la perdita progressiva del protagonismo dell'amministrazione a vantaggio di soggetti affrancati da vincoli e dotati di un portafoglio più spesso.
Se vuoi, potrò darti qualche esempio della percezione che da cittadino ho avuto degli ultimi anni, e se vuoi degli ultimi decenni visto che rivendichi continuità gestionale dal 1993 a oggi. Ma vorrei portare la tua attenzione sui temi che hanno sostenuto la tua campagna per la rielezione: hai parlato della Torino - e alla Torino – potenziata e garantita dalle scelte di politica territoriale fatta e promessa, non accorgendoti che questa è quel terzo di Torino che si appoggia sui due terzi che vivono esclusi dalle decisioni e dai benefici dell'accrescimento del Pil. Le strategie inclusive sono suonate come “contentino” per una maggioranza di invisibili, mentre le “vere” decisioni venivano perse in sedi distanti persino da Palazzo municipale.
Condivise o meno queste analisi, è valso comunque ciò che i cittadini hanno percepito. Forse avresti dovuto non vantare la possibilità di andare in treno in mezz'ora da Torino a Milano, ma assumere l'impegno di non metterci più di mezz'ora per arrivare da una stazione a casa con i mezzi pubblici. In ultimo, permettimi, il tema della tattica: hai atteso troppo tempo per confermare il tuo “amore” per Torino, lasciando che emergessero tutte le fantasie sul diverso incarico che avresti preferito a livello nazionale (quello da presidente della Repubblica, come ti eri offerto, o del nuovo Senato, come ti sarebbe stato possibile in qualità di rappresentante massimo dei sindaci d'Italia). E sei andato alla ricerca delle alleanze meno assertive sul fronte della ricucitura del tuo rapporto con i cittadini pur di presentarti come il punto unico di convergenza fra le diverse forze di influenza sulla città: hai imbarcato con te chi fino al giorno prima si era visceralmente contrapposto a una politica di centrosinistra, hai inventato a tavolino dei consensi provando a tenerli fra loro incollati da liste di appoggio senz'anima. Hai dato vita al “partito dell'amministrazione”, espressione locale del “partito della nazione”.
Scusa, mi sono sbagliato: questa non è un'osservazione sulla tattica ma sulla strategia. Ma allora forse la tua visione politica è davvero divergente dalla mia.
Per questo ho provato a dare fiducia a una candidata, la meno “grillina” di un Movimento che sta crescendo in tutta Italia quanto più il sistema dell'informazione cerca di dipingerlo come composto di apprendisti stregoni e di tenerlo ai margini della credibilità. Può non piacere il Beppe Grillo dei “vaffan'”, ma il Grillo che ebbe il coraggio di denunciare con una risata in tv lo scandalo di tangentopoli ancora prima che la Procura di Milano mettesse mano ai fascicoli giudiziari, fu capace di interpretare il sentimento degli Italiani che avvertivano il “mangia mangia” di un sistema partitocratico. E forse oggi, con tutti i limiti dell'ispirazione ideologica, dello stile “antipatico”, delle regole di gestione interne, lo stesso Grillo riesce a dare voce a un'Italia che vuole semplicemente partecipare alla gestione del bene pubblico fuori dalla schematizzazione per appartenenze.
Può anche essere che gli avvertimenti che hai dati sul “rischio Appendino” siano fondati: ma sta' tranquillo che i Torinesi non si lasciano sfilare la capacità di critica e di controllo. Anzi, proprio quella base che l'ha votata, che ha attinto a un vecchio bacino operaio, proletario, comunista il quale non ha perso – dovresti dirci tu – la “nostalgia” per la giustizia sociale, sarà un partner partecipe ed esigente anche per i nuovi amministratori.
Un sereno augurio per il tuo prossimo impegno per Torino.
Antonio R. Labanca
Labanca, in garbato dissenso con la nostra presa di posizione a favore di Piero Fassino, sia per un giudizio complessivamente positivo sul suo primo mandato sia per la presenza nella lista PD di due validi componenti del Direttivo della nostra Associazione , così ci scrive:
Mi permetto di esprimere un dissenso dal sostegno esplicito che avete dato a Fassino, conseguente solo a una questione di schieramenti precostituiti. Come cattolico, vorrei rimanere libero di ragionare e di scegliere diversamente dal nuovo collateralismo con il PD: questa, come qualsiasi altra forza politica, deve essere capace di conquistare la fiducia dell'elettorato senza dare per scontato il consenso. E il modo migliore per raccogliere consensi è ascoltare e lasciar partecipare. Ho scritto una lettera a Fassino: se volete recapitargliela è qui allegata. Credo che spedita da parte mia rimarrebbe bloccata da qualche staffista o dimenticata sulla scrivania. Grazie.
Eccola qui di seguito.
Caro Piero, vorrei portarti alcune considerazioni che spiegano perché una persona che ha votato per te la prima volta che ti sei presentato per fare il sindaco in questa città, questa volta ha scelto la candidata alternativa.
Forse è bene premettere che sono un elettore che si considera “progressista” e che affidò all'Ulivo e poi al PD molte speranze di miglioramento economico e sociale in Italia. Soprattutto quando si ragionava sul berlusconismo non come a un nemico da abbattere nella persona di Silvio ma come a un modo di “vedere il mondo”, e di decidere di conseguenza, nel quale non mi potevo riconoscere per una mia formazione cattolica e per un mio ascolto costante delle istanze progressiste.
A piccola conferma di questo mio dna politico ricordo di essere stato ammiratore di un tuo intervento sul tema “casa” in una sezione del PCI (credo che fosse una sede di quel tipo) di via Barbaroux, quando la Torino che stava scoppiando di immigrazione dal Sud Italia in virtù dell'attrazione della Grande Fabbrica si stava interrogando su come dare un tetto decente a migliaia di operai. Ero venuto ad ascoltare “cosa proponevano i comunisti”: per un ragazzo nato e cresciuto in un mondo “democristiano” (in parrocchia ci facevano attaccare i bollini alle banane che alcuni candidati biancocrociati regalavano per sostenere le campagne elettorali), entrare in quello spazio poteva essere considerato un eccesso di simpatia per l'avversario. Fui colpito dalla competenza di un giovane alto e brillante (io potevo avere 14-15 anni, tu eri poco più che ventenne) che parlava con competenza e con dovizia di dati su una questione che sembrava non ricevere adeguate attenzioni da parte dell'amministrazione centrista di allora, ma che invece – secondo l'ideologia che professavi e il know-how acquisito nel partito – poteva trovare soluzioni in pochi passaggi, equi e sostenibili.
Un rinnovo di simpatia per quel Fassino sorse spontanea quando molti anni dopo i media vollero ricavare un caso politico della frase “Allora, abbiamo una Banca?” rubata al telefono. Conoscendo anche solo un poco dello spirito di Gianduja, si poteva facilmente intendere che fosse l'espressione di un serio militante che cercava di trovare la battuta allegra per l'importante mossa giocata dalla sinistra nella partita a Risico con il potere capitalistico italiano.
Venni ad ascoltare un tuo intervento (già non esisteva comunemente più la prassi dei comizi) al primo giro da sindaco: qualche idea approssimativa su una città che conoscevi un po' meno di trent'anni prima, un po' meno arte della costruzione del consenso rispetto al tuo predecessore, ma importante era – in presenza di un pervasivo governo di destra – riaffermare a Torino la persistenza di un pensiero “diverso”. I tuoi avversari l'avevano anche buttata sul tuo “portar male”, sul tuo rappresentare il massimo dell'apparato ex-comunista, ma questi argomenti suonavano come assenza di argomenti concreti e di pregiudizio ricorrente anche dopo la caduta del Muro di Berlino.
Dunque io come altri ti diedi fiducia.
Non trascorse l'estate dopo il voto, che già da alcune “antenne” avvertii che si applicava a te la variante dell'esclamazione di Nanni Moretti, davanti a D'Alema in televisione, “E di' qualcosa di sinistra!”: “Fassino, fa' qualcosa sul piano sociale per questa città!”. Della crisi sociale ti sei reso conto (o hai osato dirlo in pubblico) solo dopo quest'ultima tornata elettorale. Un po' tardi. Non si attribuisce a te la causa della crisi economica generale, ci mancherebbe: ma non abbiamo visto in te il baluardo del contrasto locale alla crescente diseguaglianza, al fermo degli ascensori sociali, al perifericizzarsi di ampi quartieri. Si aggiunga poi il consolidarsi di uno stile di gestione del bene pubblico cittadino: l'irrigidirsi dei criteri di selezione dei “contributori” alla progettazione e alla realizzazione degli interventi sulla città, il cedimento continuo a un privato non sociale ma speculativo, la perdita progressiva del protagonismo dell'amministrazione a vantaggio di soggetti affrancati da vincoli e dotati di un portafoglio più spesso.
Se vuoi, potrò darti qualche esempio della percezione che da cittadino ho avuto degli ultimi anni, e se vuoi degli ultimi decenni visto che rivendichi continuità gestionale dal 1993 a oggi. Ma vorrei portare la tua attenzione sui temi che hanno sostenuto la tua campagna per la rielezione: hai parlato della Torino - e alla Torino – potenziata e garantita dalle scelte di politica territoriale fatta e promessa, non accorgendoti che questa è quel terzo di Torino che si appoggia sui due terzi che vivono esclusi dalle decisioni e dai benefici dell'accrescimento del Pil. Le strategie inclusive sono suonate come “contentino” per una maggioranza di invisibili, mentre le “vere” decisioni venivano perse in sedi distanti persino da Palazzo municipale.
Condivise o meno queste analisi, è valso comunque ciò che i cittadini hanno percepito. Forse avresti dovuto non vantare la possibilità di andare in treno in mezz'ora da Torino a Milano, ma assumere l'impegno di non metterci più di mezz'ora per arrivare da una stazione a casa con i mezzi pubblici. In ultimo, permettimi, il tema della tattica: hai atteso troppo tempo per confermare il tuo “amore” per Torino, lasciando che emergessero tutte le fantasie sul diverso incarico che avresti preferito a livello nazionale (quello da presidente della Repubblica, come ti eri offerto, o del nuovo Senato, come ti sarebbe stato possibile in qualità di rappresentante massimo dei sindaci d'Italia). E sei andato alla ricerca delle alleanze meno assertive sul fronte della ricucitura del tuo rapporto con i cittadini pur di presentarti come il punto unico di convergenza fra le diverse forze di influenza sulla città: hai imbarcato con te chi fino al giorno prima si era visceralmente contrapposto a una politica di centrosinistra, hai inventato a tavolino dei consensi provando a tenerli fra loro incollati da liste di appoggio senz'anima. Hai dato vita al “partito dell'amministrazione”, espressione locale del “partito della nazione”.
Scusa, mi sono sbagliato: questa non è un'osservazione sulla tattica ma sulla strategia. Ma allora forse la tua visione politica è davvero divergente dalla mia.
Per questo ho provato a dare fiducia a una candidata, la meno “grillina” di un Movimento che sta crescendo in tutta Italia quanto più il sistema dell'informazione cerca di dipingerlo come composto di apprendisti stregoni e di tenerlo ai margini della credibilità. Può non piacere il Beppe Grillo dei “vaffan'”, ma il Grillo che ebbe il coraggio di denunciare con una risata in tv lo scandalo di tangentopoli ancora prima che la Procura di Milano mettesse mano ai fascicoli giudiziari, fu capace di interpretare il sentimento degli Italiani che avvertivano il “mangia mangia” di un sistema partitocratico. E forse oggi, con tutti i limiti dell'ispirazione ideologica, dello stile “antipatico”, delle regole di gestione interne, lo stesso Grillo riesce a dare voce a un'Italia che vuole semplicemente partecipare alla gestione del bene pubblico fuori dalla schematizzazione per appartenenze.
Può anche essere che gli avvertimenti che hai dati sul “rischio Appendino” siano fondati: ma sta' tranquillo che i Torinesi non si lasciano sfilare la capacità di critica e di controllo. Anzi, proprio quella base che l'ha votata, che ha attinto a un vecchio bacino operaio, proletario, comunista il quale non ha perso – dovresti dirci tu – la “nostalgia” per la giustizia sociale, sarà un partner partecipe ed esigente anche per i nuovi amministratori.
Un sereno augurio per il tuo prossimo impegno per Torino.
Antonio R. Labanca
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