
Difficile, se non impossibile, fare previsioni sul conflitto inopinatamente avviato da Stati Uniti ed Israele. Ancor più complicato capire - data l'estrema volubilità di Donald Trump - quale sia la reale strategia statunitense. Più facile invece comprendere quella israeliana: Tel Aviv vuole eliminare la minaccia iraniana che da decenni pende, come una spada di Damocle, sulla sua stessa esistenza. Teheran non deve cioè giungere a possedere l'arma nucleare. Giustamente. La proliferazione atomica va ridotta il più possibile.
Va però sottolineato che l'Iran privo dell'atomica viene addirittura attaccato in maniera preventiva, mentre la Corea del Nord – altro regime canaglia – non viene disturbata in quanto si sospetta che disponga dell'ordigno fatale. Meglio quindi evitare scontri con Pyongyang e questo porta paradossalmente acqua al mulino degli Ayatollah secondo cui l'Iran sarebbe meglio protetto con una propria deterrenza nucleare. Il sistema internazionale vive anche di queste contraddizioni.
Ma torniamo al conflitto attuale. Stati Uniti ed Israele hanno il comune interesse di un Iran privo dell'arma atomica, bloccando anche l'arricchimento dell'uranio che è un po' il presupposto per la realizzazione della bomba. Per il resto gli obiettivi sono divergenti. Washington é interessata alla libera circolazione nello stretto di Hormuz, mettendo da parte qualsiasi cambio di regime. Mutamento che invece Tel Aviv continua a perseguire, sperando magari di tornare ai tempi di Reza Pahlevi, quando i due Paesi erano in buoni rapporti.
Il fatto è che se davvero si vuole favorire un mutamento politico a Teheran - cosa che sarebbe auspicabile - non è certo una guerra il modo più sensato per conseguirlo. In qualsiasi Paese, democratico o autocratico che sia, l'assedio da parte di un nemico esterno accresce il sostegno al potere in carica. Quando la patria è in pericolo ci si ricompatta e qualsiasi altra divisione cede il passo ad un richiamo nazionalista. Stupisce che gli strateghi di Washington non vi abbiano pensato o forse nessuno ha avuto l'ardire di ricordarlo al Presidente.
Andare a rimorchio di Israele non alza certo il prestigio degli Stati Uniti ed è chiaro che Tel Aviv stia giocando il tutto per tutto. Una scommessa in realtà perdente in quanto il vero problema israeliano non sta tanto a Teheran quanto piuttosto in casa propria ed è quello palestinese. Sin tanto che il popolo palestinese sarà oppresso e non troverà una piena collocazione internazionale con la nascita di un proprio Stato indipendente nei territori indebitamente occupati da Tel Aviv dal 1967, in Medio Oriente non vi sarà pace. O allora si assisterà, come accade da decenni, a periodi di tregua alternati ad aperti conflitti.
Il guaio è che oggi, dopo l'orrore del 7 Ottobre - massimo autolesionismo palestinese in versione Hamas - quella prospettiva risulta quanto mai lontana. E Hamas, per la serie “tanto peggio, tanto meglio”, forse non vede così male un esito che - avendo trasformato Gaza in un lager e ridotto la Cisgiordania ad una prigione - radicalizza il contesto, fornendo mano d'opera a buon mercato per rincorrere il folle sogno di distruggere Israele. C'è persino da credere che non dispiaccia la piega ultra repressiva dell'estrema destra di Tel Aviv con la pena di morte per i terroristi palestinesi e la totale impunità per i coloni. Ovvero i terroristi israeliani.
E allora? Intanto possiamo sperare che l'Iran riapra Hormuz e che gli Stati Uniti non vogliano umiliare troppo Teheran, che ha comunque mostrato di avere molte più carte da giocare di quanto potesse aspettarsi l'asse israelo-americano. Il ricatto energetico sta funzionando a meraviglia: le economie dell'Occidente sono a terra. Si può anche pensare che il figlio dell'Ayatollah Khamenei, promosso a nuova Guida suprema per dettare la linea al potere politico, sia più pragmatico del padre. Ne avrebbe la convenienza, vista la relativa facilità con cui il precedente vertice dello Stato è stato decapitato.
L'intesa tra Teheran e Washington, ancora tutta ancora da costruire con la mediazione del Pakistan, ha visto Israele rispondere contro Hezbollah in Libano. Col rischio di far saltare il tavolo. Tel Aviv separa il fronte libanese da quello iraniano, mentre Teheran ritiene sia parte di un unico conflitto. Nei fatti è così ed ergersi a protettore di Hezbollah garantisce all'Iran di giocare un ruolo decisivo nella regione. Israele non ha però torto a voler reagire: nessun Paese può tollerare continui lanci di missili sul proprio territorio da parte di un'organizzazione che opera appena oltre confine. Rimane comunque il fatto che Hezbollah è solo l'effetto e non la causa. E continuando a combattere gli effetti senza rimuovere le cause alla lunga si perde la partita. Proprio il rischio che corre Israele se non saprà riconoscere fino in fondo le ragioni del popolo palestinese.
Va però sottolineato che l'Iran privo dell'atomica viene addirittura attaccato in maniera preventiva, mentre la Corea del Nord – altro regime canaglia – non viene disturbata in quanto si sospetta che disponga dell'ordigno fatale. Meglio quindi evitare scontri con Pyongyang e questo porta paradossalmente acqua al mulino degli Ayatollah secondo cui l'Iran sarebbe meglio protetto con una propria deterrenza nucleare. Il sistema internazionale vive anche di queste contraddizioni.
Ma torniamo al conflitto attuale. Stati Uniti ed Israele hanno il comune interesse di un Iran privo dell'arma atomica, bloccando anche l'arricchimento dell'uranio che è un po' il presupposto per la realizzazione della bomba. Per il resto gli obiettivi sono divergenti. Washington é interessata alla libera circolazione nello stretto di Hormuz, mettendo da parte qualsiasi cambio di regime. Mutamento che invece Tel Aviv continua a perseguire, sperando magari di tornare ai tempi di Reza Pahlevi, quando i due Paesi erano in buoni rapporti.
Il fatto è che se davvero si vuole favorire un mutamento politico a Teheran - cosa che sarebbe auspicabile - non è certo una guerra il modo più sensato per conseguirlo. In qualsiasi Paese, democratico o autocratico che sia, l'assedio da parte di un nemico esterno accresce il sostegno al potere in carica. Quando la patria è in pericolo ci si ricompatta e qualsiasi altra divisione cede il passo ad un richiamo nazionalista. Stupisce che gli strateghi di Washington non vi abbiano pensato o forse nessuno ha avuto l'ardire di ricordarlo al Presidente.
Andare a rimorchio di Israele non alza certo il prestigio degli Stati Uniti ed è chiaro che Tel Aviv stia giocando il tutto per tutto. Una scommessa in realtà perdente in quanto il vero problema israeliano non sta tanto a Teheran quanto piuttosto in casa propria ed è quello palestinese. Sin tanto che il popolo palestinese sarà oppresso e non troverà una piena collocazione internazionale con la nascita di un proprio Stato indipendente nei territori indebitamente occupati da Tel Aviv dal 1967, in Medio Oriente non vi sarà pace. O allora si assisterà, come accade da decenni, a periodi di tregua alternati ad aperti conflitti.
Il guaio è che oggi, dopo l'orrore del 7 Ottobre - massimo autolesionismo palestinese in versione Hamas - quella prospettiva risulta quanto mai lontana. E Hamas, per la serie “tanto peggio, tanto meglio”, forse non vede così male un esito che - avendo trasformato Gaza in un lager e ridotto la Cisgiordania ad una prigione - radicalizza il contesto, fornendo mano d'opera a buon mercato per rincorrere il folle sogno di distruggere Israele. C'è persino da credere che non dispiaccia la piega ultra repressiva dell'estrema destra di Tel Aviv con la pena di morte per i terroristi palestinesi e la totale impunità per i coloni. Ovvero i terroristi israeliani.
E allora? Intanto possiamo sperare che l'Iran riapra Hormuz e che gli Stati Uniti non vogliano umiliare troppo Teheran, che ha comunque mostrato di avere molte più carte da giocare di quanto potesse aspettarsi l'asse israelo-americano. Il ricatto energetico sta funzionando a meraviglia: le economie dell'Occidente sono a terra. Si può anche pensare che il figlio dell'Ayatollah Khamenei, promosso a nuova Guida suprema per dettare la linea al potere politico, sia più pragmatico del padre. Ne avrebbe la convenienza, vista la relativa facilità con cui il precedente vertice dello Stato è stato decapitato.
L'intesa tra Teheran e Washington, ancora tutta ancora da costruire con la mediazione del Pakistan, ha visto Israele rispondere contro Hezbollah in Libano. Col rischio di far saltare il tavolo. Tel Aviv separa il fronte libanese da quello iraniano, mentre Teheran ritiene sia parte di un unico conflitto. Nei fatti è così ed ergersi a protettore di Hezbollah garantisce all'Iran di giocare un ruolo decisivo nella regione. Israele non ha però torto a voler reagire: nessun Paese può tollerare continui lanci di missili sul proprio territorio da parte di un'organizzazione che opera appena oltre confine. Rimane comunque il fatto che Hezbollah è solo l'effetto e non la causa. E continuando a combattere gli effetti senza rimuovere le cause alla lunga si perde la partita. Proprio il rischio che corre Israele se non saprà riconoscere fino in fondo le ragioni del popolo palestinese.
Lascia un commento