
“A te, straniero, se passando mi incontri e desideri parlarmi, perché non dovresti farlo? E perché non dovrei farlo io?”, chiedeva il poeta Walter Whitman. La Giornata internazionale dei migranti è dedicata a riconoscere l’importanza e il valore del loro contributo e ad evidenziare le sfide che devono affrontare. Le Nazioni Unite certificano che, indipendentemente dalle ragioni che spingono le persone a spostarsi, i migranti e gli sfollati sono tra i gruppi più vulnerabili ed emarginati della società.
I “forestieri” sono spesso soggetti ad abusi, sfruttamento e privazioni, hanno limitato accesso ai servizi essenziali, inclusa l’assistenza sanitaria, e devono affrontare attacchi xenofobi e stigma alimentati dalla disinformazione. L’odierna ricorrenza (18 dicembre, ndr), quindi, richiama soprattutto noi credenti a interrogarci sull’empatia con il prossimo. Negli Atti degli Apostoli si mette nero su bianco che “Dio non ha preferenze di persone, ma chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a Lui accetto”.
Duemila anni dopo le motivazioni di fede e la realtà dei dati si intrecciano. L’Italia, infatti, sembra destinata a un drastico calo demografico, con i rischi connessi di depauperamento di risorse ed energie sul piano sociale, economico, culturale e con un impatto negativo su tanti profili della vita sociale. I corridoi umanitari tra l’Italia e il Medio Oriente e l’Africa rappresentano, quindi, un esempio virtuoso di quella che papa Francesco chiamava la geopolitica della misericordia, ossia la diplomazia solidale in grado di “aprire la strada al rispetto delle diversità” e di “avviare percorsi di condivisione tra persone di origini e culture differenti”.
La migrazione, infatti, è antica quanto l’umanità stessa. Nel corso della storia, le persone sono emigrate in cerca di una vita migliore, per fuggire dai conflitti o cercare sicurezza, o semplicemente per trovare nuove opportunità. “Ero forestiero e mi avete accolto”, leggiamo nel Vangelo di Matteo. Gesù identifica se stesso con i bisognosi: ha fame, sete, è nudo, malato, in carcere e, appunto, forestiero. La carità verso questi “fratelli più piccoli” è rivolta direttamente a Cristo: accogliere lo straniero e il prossimo in difficoltà esprime e realizza la nostra vocazione di esseri umani e di credenti. Secondo il Magistero sociale della Chiesa il cammino di integrazione comprende diritti e doveri, attenzione e cura verso i migranti affinché abbiano una vita decorosa, ma anche attenzione da parte dei migranti verso i valori che offre la società in cui si inseriscono.
Nel mondo ci sono circa 300 milioni di migranti internazionali, quasi il 4% della popolazione mondiale. Ma un numero crescente di persone viene sfollato, dentro e fuori il proprio Paese di origine, a causa di conflitti, violenza, instabilità politica o economica, oltreché del cambiamento climatico e di altri disastri. La Costituzione conciliare Gaudium et spes iscrive il diritto della persona ad emigrare tra i diritti umani fondamentali, con facoltà per ciascuno di stabilirsi dove crede più opportuno per una migliore realizzazione delle sue capacità e aspirazioni e dei suoi progetti. Già trent’anni fa Karol Wojtyla esortava proprio a vigilare contro l’insorgere di “forme di neorazzismo o di comportamento xenofobo che tentano di fare di questi nostri fratelli dei capri espiatori di eventuali difficili situazioni locali”.
A causa della mancanza persistente di percorsi migratori sicuri e regolari, milioni di persone intraprendono a livello planetario viaggi pericolosi ogni anno. In un decennio 52mila migranti, rileva l’ONU, hanno perso la vita sulle rotte migratorie globali.
Nonostante le sfide, i migranti contribuiscono in modo significativo alla prosperità, all’innovazione e allo sviluppo sostenibile nei Paesi di origine, transito e accoglienza. Le rimesse finanziarie forniscono sostegno alle famiglie e stimolano i mercati locali, specialmente nei Paesi a basso e medio reddito. Ed è principalmente verso chi non ce la fa che siamo chiamati a volgere lo sguardo. “Quando soccorro qualcuno non mi chiedo da dove provenga, lo aiuto in quanto persona”, insegna Madre Teresa di Calcutta.
(Tratto da www.interris.it)
I “forestieri” sono spesso soggetti ad abusi, sfruttamento e privazioni, hanno limitato accesso ai servizi essenziali, inclusa l’assistenza sanitaria, e devono affrontare attacchi xenofobi e stigma alimentati dalla disinformazione. L’odierna ricorrenza (18 dicembre, ndr), quindi, richiama soprattutto noi credenti a interrogarci sull’empatia con il prossimo. Negli Atti degli Apostoli si mette nero su bianco che “Dio non ha preferenze di persone, ma chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a Lui accetto”.
Duemila anni dopo le motivazioni di fede e la realtà dei dati si intrecciano. L’Italia, infatti, sembra destinata a un drastico calo demografico, con i rischi connessi di depauperamento di risorse ed energie sul piano sociale, economico, culturale e con un impatto negativo su tanti profili della vita sociale. I corridoi umanitari tra l’Italia e il Medio Oriente e l’Africa rappresentano, quindi, un esempio virtuoso di quella che papa Francesco chiamava la geopolitica della misericordia, ossia la diplomazia solidale in grado di “aprire la strada al rispetto delle diversità” e di “avviare percorsi di condivisione tra persone di origini e culture differenti”.
La migrazione, infatti, è antica quanto l’umanità stessa. Nel corso della storia, le persone sono emigrate in cerca di una vita migliore, per fuggire dai conflitti o cercare sicurezza, o semplicemente per trovare nuove opportunità. “Ero forestiero e mi avete accolto”, leggiamo nel Vangelo di Matteo. Gesù identifica se stesso con i bisognosi: ha fame, sete, è nudo, malato, in carcere e, appunto, forestiero. La carità verso questi “fratelli più piccoli” è rivolta direttamente a Cristo: accogliere lo straniero e il prossimo in difficoltà esprime e realizza la nostra vocazione di esseri umani e di credenti. Secondo il Magistero sociale della Chiesa il cammino di integrazione comprende diritti e doveri, attenzione e cura verso i migranti affinché abbiano una vita decorosa, ma anche attenzione da parte dei migranti verso i valori che offre la società in cui si inseriscono.
Nel mondo ci sono circa 300 milioni di migranti internazionali, quasi il 4% della popolazione mondiale. Ma un numero crescente di persone viene sfollato, dentro e fuori il proprio Paese di origine, a causa di conflitti, violenza, instabilità politica o economica, oltreché del cambiamento climatico e di altri disastri. La Costituzione conciliare Gaudium et spes iscrive il diritto della persona ad emigrare tra i diritti umani fondamentali, con facoltà per ciascuno di stabilirsi dove crede più opportuno per una migliore realizzazione delle sue capacità e aspirazioni e dei suoi progetti. Già trent’anni fa Karol Wojtyla esortava proprio a vigilare contro l’insorgere di “forme di neorazzismo o di comportamento xenofobo che tentano di fare di questi nostri fratelli dei capri espiatori di eventuali difficili situazioni locali”.
A causa della mancanza persistente di percorsi migratori sicuri e regolari, milioni di persone intraprendono a livello planetario viaggi pericolosi ogni anno. In un decennio 52mila migranti, rileva l’ONU, hanno perso la vita sulle rotte migratorie globali.
Nonostante le sfide, i migranti contribuiscono in modo significativo alla prosperità, all’innovazione e allo sviluppo sostenibile nei Paesi di origine, transito e accoglienza. Le rimesse finanziarie forniscono sostegno alle famiglie e stimolano i mercati locali, specialmente nei Paesi a basso e medio reddito. Ed è principalmente verso chi non ce la fa che siamo chiamati a volgere lo sguardo. “Quando soccorro qualcuno non mi chiedo da dove provenga, lo aiuto in quanto persona”, insegna Madre Teresa di Calcutta.
(Tratto da www.interris.it)
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