
“Berlinguer stava davanti ai cancelli della FIAT a sostegno degli operai in lotta. Schlein sfila sul carro del Gay Pride. Quando la vedo sfilare su tale carro, non provo rabbia, ma estraneità. Quella non è la sinistra da cui provengo”. È questa una affermazione recente di Marco Rizzo (coordinatore di Italia Sovrana e Popolare) che ha aggiunto di non essersi spostato a destra, come denunciato da taluni, operazione invece fatta da altri.
Infatti, le attuali sedicenti sinistre hanno abbandonato la difesa dei diritti sociali, dedicandosi, invece, a trasformare in diritti civili i desideri di qualsivoglia persona. Ma, oggi, non c’è più Destra, né Sinistra. C’è il basso contro l’alto, il popolo contro l’élite.
Subito sono fioccate le accuse: Rizzo si è spostato su posizioni equivoche, rosso-nere, come hanno già fatto altri in Europa (vedi in Germania il Movimento per Sahra Wagenknecht). Costoro cercano di coniugare la difesa dei lavoratori, unitamente a politiche pubbliche interventistiche in ambito economico-produttivo, con la riproposta di concetti e valori conservatori, se non reazionari, come nazione, patria, comunità, sovranità, territorio.
A sostegno del valore della nazione, Rizzo cita Antonio Gramsci quando scrive che il comunismo da lui immaginato, per potersi affermare in Italia, avrebbe dovuto adattarsi alle specifiche condizioni economiche, sociali, culturali del Paese, e alle stesse tradizioni popolari e religiose del popolo italiano, corrispondenti alla fisionomia dell’identità e dello spirito nazionale.
Ora, non debbo certo fare io l’avvocato difensore di Rizzo, ma mi vedo costretto a dire qualche cosa in proposito, perché in una significativa parte delle sue dichiarazioni, trovo tesi e argomenti che ho avuto modo di proporre in vari articoli su “Rinascita popolare”.
Certamente, le mie opinioni non contano molto di per se stesse, ma, alla loro base ci sono gli scritti di numerosi intellettuali di vari Paesi e di differente provenienza culturale che, per percorsi diversi, sono giunti a una convergente analisi della deriva a cui ha condotto il dominante pensiero neoliberale (liberista, libertario, individualista all’estremo).
Nonostante sia dominante, se non quasi obbligatoria, la narrazione occidentale che considera il liberalismo il punto di arrivo del percorso della civiltà (da cui deriva la fine della Storia), i predetti intellettuali forniscono una opposta valutazione dei risultati a cui l’adozione delle politiche neoliberali sta conducendo la società per le sempre più evidenti manifestazioni distruttive ed autodistruttive che ne derivano.
La descrizione delle trasformazioni avvenute nella società e nel mondo produttivo mi sembra inappuntabile.
Le continue critiche demolitorie dei modi di vita tradizionali e dei valori che li supportano (visti dal pensiero liberale odierno come ostacoli alla liberà individuale), unitamente all’invasività delle logiche di mercato in tutti gli ambiti, hanno contribuito a disarticolare la società occidentale, spaccandola in frazioni e gruppi che non condividono più niente in ambito culturale e politico.
A sinistra, il progressismo ha introdotto e alimentato (nei media e negli ambienti dell’élite culturale vicini ai poteri che contano) l’idea che il superamento dei vincoli legati al passato, e anche di quelli di ordine naturale, sia l’obiettivo cui deve mirare una politica collocata nel divenire storico, improntata a quei valori sintetizzabili nel cosiddetto politicamente corretto. È tuttavia una visione (ormai unico contrassegno della dominante sinistra liberal) non accettata da larga parte della gente comune.
Inoltre, sul piano sociale, risulta incompatibile con le aspettative e gli ideali della classe operaia (vivi ancora in un tempo non lontano), ormai privata di ogni riferimento politico e sindacale. Infatti, le trasformazioni dell’economia, con la fine della fabbrica fordista, e successivamente con la globalizzazione, hanno radicalmente mutato le modalità lavorative e disgregato la coscienza di classe dei lavoratori, isolati operativamente, messi in competizione tra loro, aventi solo più prospettive individuali in tutto quanto attiene al mondo lavorativo.
Nel contempo, il fallimento dell’esperienza del “socialismo reale” e la crisi delle politiche socialdemocratiche e riformiste hanno spinto le sinistre a dare ancora più spazio alle politiche liberiste, viste come le uniche in grado di garantire sviluppo e crescita economica.
Sul fronte opposto, la destra, con la convinta e piena adesione al liberismo, non si rende conto, per gravi carenze culturali, di contribuire alla distruzione di tutti i valori tradizionali che quotidianamente proclama.
Con la piena affermazione delle politiche neoliberali, e la connessa invasività delle logiche di mercato in ogni ambito di vita, si è affermato un individualismo sempre più spinto: le esigenze della collettività sono state accantonate in ambito economico e sociale, e altresì nella vita di relazione. Ci si è conformati a modelli libertari, ove il desiderio di auto-realizzazione personale prevale sul senso di responsabilità verso gli altri, comprese le persone più prossime.
In particolare, l’attuale sinistra, interpretando la libertà come assenza di vincoli e di limiti, e quindi legittimando ogni desiderio, si è allontanata sempre più dalle classi popolari che, nella lotta quotidiana per sopravvivere, conservano il senso della realtà; e, anche per questo, mantengono il desiderio dello stare insieme, e sentono la necessità di fare assegnamento sul reciproco sostegno praticato nelle comunità dai riconosciuti confini.
A farsi interprete di questa esigenza, non è più la mitica classe operaia, ma il popolo delle periferie sociali e geografiche (quelle periferie che stavano a cuore a papa Francesco), delle comunità che vivono lontane dai luoghi di potere e di benessere, e, proprio per questa collocazione marginale, mantengono il bisogno di sicurezza economica, di una vita relazionale, e di riferimenti valoriali stabili, da tutti riconoscibili.
Pertanto, la salvaguardia di quanto rimane di vita comunitaria è affidata in specie a quelle periferie dove sopravvivono legami di continuità intergenerazionale e tradizioni.
La sfida è creare nuove opportunità di partecipazione alla vita della comunità. Lo Stato, che ha progressivamente ridotto molti dei suoi tradizionali compiti, e le imprese, ormai globalizzate, si sono allontanati dal territorio e dalle comunità locali. È dal territorio che quindi occorre partire.
Fino a ieri, oltre a gruppi assai minoritari che si sono attivati con obiettivi molto circoscritti, per lo più di ordine ambientale, e a piccole comunità di persone che, qua e là, si sono associate per affrontare un presente e un futuro dai tratti inquietanti, le sole consistenti iniziative sono state messe in campo dal volontariato ad opera di persone di buona volontà che agiscono in mezzo alla gente comune cercando di rispondere alle necessità ignorate dalle strutture pubbliche operanti nell’assistenza. Si tratta in prevalenza di gruppi e di organismi riconducibili al mondo cattolico e, in Paesi di altra fede, comunque a comunità religiose. Tali organizzazioni fanno parte del cosiddetto Terzo settore, di cui sono protagoniste, accanto a un insieme di enti privati che operano senza scopo di lucro per finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale.
Anche se è di significativo rilievo il contributo del Terzo settore al mantenimento dei legami sociali, ciononostante fino ad oggi non ha avuto il giusto riconoscimento da parte del mondo politico e dell’informazione.
Tuttavia, oggi, qualche cosa di nuovo, di una certa consistenza, sembra sorgere dal basso, coinvolgendo la gente comune, in specie i giovani.
Ovunque in Europa, un numero crescente di cittadini non accetta più di vedersi imporre dai detentori del potere politico ed economico misure che ignorano le loro aspettative, quando non vanno in direzione opposta alle attese. Il sempre più ampio assenteismo elettorale manifesta la sfiducia nei confronti di meccanismi politico-elettorali che si mostrano inadeguati a far sentire, nei luoghi che contano, la voce di un’ampia parte della popolazione.
C’è una domanda di partecipare a iniziative tese a mettere insieme le persone per rispondere ai bisogni disattesi dalla politica-partitica. Lo testimoniano le frequenti manifestazioni a favore della pace, del disarmo, dell’ambiente, e di denuncia dell’inaccettabilità delle troppo elevate differenze di reddito e di situazioni ormai intollerabili riguardanti le persone in difficoltà.
Nell’insieme, non sembrano più occasionali fuochi di paglia. Stanno dando vita a una consapevole domanda di un cambiamento strutturale che difficilmente potrà essere ignorata. Come ha detto papa Leone XIV, ci sono troppo ampie differenze di reddito e di ricchezza, sia all’interno dei Paesi, sia fra di essi.
Ci vorrebbe un soggetto politico capace di raccogliere e fondere in un progetto di cambiamento tutte le sopraddette istanze. Ma, al momento, non si vede chi, in ambito politico-partitico, voglia o possa proporsi per un tale ruolo. Non certo le formazioni esistenti, incapaci di cogliere e comprendere una realtà ormai lontanissima da quella in cui si sono formate.
Non ci resta che sperare che, prima o poi, un tale soggetto sia in grado di scendere in campo, o che, se c’è già qualche concreta iniziativa in tale direzione, si renda pienamente visibile.
Infatti, le attuali sedicenti sinistre hanno abbandonato la difesa dei diritti sociali, dedicandosi, invece, a trasformare in diritti civili i desideri di qualsivoglia persona. Ma, oggi, non c’è più Destra, né Sinistra. C’è il basso contro l’alto, il popolo contro l’élite.
Subito sono fioccate le accuse: Rizzo si è spostato su posizioni equivoche, rosso-nere, come hanno già fatto altri in Europa (vedi in Germania il Movimento per Sahra Wagenknecht). Costoro cercano di coniugare la difesa dei lavoratori, unitamente a politiche pubbliche interventistiche in ambito economico-produttivo, con la riproposta di concetti e valori conservatori, se non reazionari, come nazione, patria, comunità, sovranità, territorio.
A sostegno del valore della nazione, Rizzo cita Antonio Gramsci quando scrive che il comunismo da lui immaginato, per potersi affermare in Italia, avrebbe dovuto adattarsi alle specifiche condizioni economiche, sociali, culturali del Paese, e alle stesse tradizioni popolari e religiose del popolo italiano, corrispondenti alla fisionomia dell’identità e dello spirito nazionale.
Ora, non debbo certo fare io l’avvocato difensore di Rizzo, ma mi vedo costretto a dire qualche cosa in proposito, perché in una significativa parte delle sue dichiarazioni, trovo tesi e argomenti che ho avuto modo di proporre in vari articoli su “Rinascita popolare”.
Certamente, le mie opinioni non contano molto di per se stesse, ma, alla loro base ci sono gli scritti di numerosi intellettuali di vari Paesi e di differente provenienza culturale che, per percorsi diversi, sono giunti a una convergente analisi della deriva a cui ha condotto il dominante pensiero neoliberale (liberista, libertario, individualista all’estremo).
Nonostante sia dominante, se non quasi obbligatoria, la narrazione occidentale che considera il liberalismo il punto di arrivo del percorso della civiltà (da cui deriva la fine della Storia), i predetti intellettuali forniscono una opposta valutazione dei risultati a cui l’adozione delle politiche neoliberali sta conducendo la società per le sempre più evidenti manifestazioni distruttive ed autodistruttive che ne derivano.
La descrizione delle trasformazioni avvenute nella società e nel mondo produttivo mi sembra inappuntabile.
Le continue critiche demolitorie dei modi di vita tradizionali e dei valori che li supportano (visti dal pensiero liberale odierno come ostacoli alla liberà individuale), unitamente all’invasività delle logiche di mercato in tutti gli ambiti, hanno contribuito a disarticolare la società occidentale, spaccandola in frazioni e gruppi che non condividono più niente in ambito culturale e politico.
A sinistra, il progressismo ha introdotto e alimentato (nei media e negli ambienti dell’élite culturale vicini ai poteri che contano) l’idea che il superamento dei vincoli legati al passato, e anche di quelli di ordine naturale, sia l’obiettivo cui deve mirare una politica collocata nel divenire storico, improntata a quei valori sintetizzabili nel cosiddetto politicamente corretto. È tuttavia una visione (ormai unico contrassegno della dominante sinistra liberal) non accettata da larga parte della gente comune.
Inoltre, sul piano sociale, risulta incompatibile con le aspettative e gli ideali della classe operaia (vivi ancora in un tempo non lontano), ormai privata di ogni riferimento politico e sindacale. Infatti, le trasformazioni dell’economia, con la fine della fabbrica fordista, e successivamente con la globalizzazione, hanno radicalmente mutato le modalità lavorative e disgregato la coscienza di classe dei lavoratori, isolati operativamente, messi in competizione tra loro, aventi solo più prospettive individuali in tutto quanto attiene al mondo lavorativo.
Nel contempo, il fallimento dell’esperienza del “socialismo reale” e la crisi delle politiche socialdemocratiche e riformiste hanno spinto le sinistre a dare ancora più spazio alle politiche liberiste, viste come le uniche in grado di garantire sviluppo e crescita economica.
Sul fronte opposto, la destra, con la convinta e piena adesione al liberismo, non si rende conto, per gravi carenze culturali, di contribuire alla distruzione di tutti i valori tradizionali che quotidianamente proclama.
Con la piena affermazione delle politiche neoliberali, e la connessa invasività delle logiche di mercato in ogni ambito di vita, si è affermato un individualismo sempre più spinto: le esigenze della collettività sono state accantonate in ambito economico e sociale, e altresì nella vita di relazione. Ci si è conformati a modelli libertari, ove il desiderio di auto-realizzazione personale prevale sul senso di responsabilità verso gli altri, comprese le persone più prossime.
In particolare, l’attuale sinistra, interpretando la libertà come assenza di vincoli e di limiti, e quindi legittimando ogni desiderio, si è allontanata sempre più dalle classi popolari che, nella lotta quotidiana per sopravvivere, conservano il senso della realtà; e, anche per questo, mantengono il desiderio dello stare insieme, e sentono la necessità di fare assegnamento sul reciproco sostegno praticato nelle comunità dai riconosciuti confini.
A farsi interprete di questa esigenza, non è più la mitica classe operaia, ma il popolo delle periferie sociali e geografiche (quelle periferie che stavano a cuore a papa Francesco), delle comunità che vivono lontane dai luoghi di potere e di benessere, e, proprio per questa collocazione marginale, mantengono il bisogno di sicurezza economica, di una vita relazionale, e di riferimenti valoriali stabili, da tutti riconoscibili.
Pertanto, la salvaguardia di quanto rimane di vita comunitaria è affidata in specie a quelle periferie dove sopravvivono legami di continuità intergenerazionale e tradizioni.
La sfida è creare nuove opportunità di partecipazione alla vita della comunità. Lo Stato, che ha progressivamente ridotto molti dei suoi tradizionali compiti, e le imprese, ormai globalizzate, si sono allontanati dal territorio e dalle comunità locali. È dal territorio che quindi occorre partire.
Fino a ieri, oltre a gruppi assai minoritari che si sono attivati con obiettivi molto circoscritti, per lo più di ordine ambientale, e a piccole comunità di persone che, qua e là, si sono associate per affrontare un presente e un futuro dai tratti inquietanti, le sole consistenti iniziative sono state messe in campo dal volontariato ad opera di persone di buona volontà che agiscono in mezzo alla gente comune cercando di rispondere alle necessità ignorate dalle strutture pubbliche operanti nell’assistenza. Si tratta in prevalenza di gruppi e di organismi riconducibili al mondo cattolico e, in Paesi di altra fede, comunque a comunità religiose. Tali organizzazioni fanno parte del cosiddetto Terzo settore, di cui sono protagoniste, accanto a un insieme di enti privati che operano senza scopo di lucro per finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale.
Anche se è di significativo rilievo il contributo del Terzo settore al mantenimento dei legami sociali, ciononostante fino ad oggi non ha avuto il giusto riconoscimento da parte del mondo politico e dell’informazione.
Tuttavia, oggi, qualche cosa di nuovo, di una certa consistenza, sembra sorgere dal basso, coinvolgendo la gente comune, in specie i giovani.
Ovunque in Europa, un numero crescente di cittadini non accetta più di vedersi imporre dai detentori del potere politico ed economico misure che ignorano le loro aspettative, quando non vanno in direzione opposta alle attese. Il sempre più ampio assenteismo elettorale manifesta la sfiducia nei confronti di meccanismi politico-elettorali che si mostrano inadeguati a far sentire, nei luoghi che contano, la voce di un’ampia parte della popolazione.
C’è una domanda di partecipare a iniziative tese a mettere insieme le persone per rispondere ai bisogni disattesi dalla politica-partitica. Lo testimoniano le frequenti manifestazioni a favore della pace, del disarmo, dell’ambiente, e di denuncia dell’inaccettabilità delle troppo elevate differenze di reddito e di situazioni ormai intollerabili riguardanti le persone in difficoltà.
Nell’insieme, non sembrano più occasionali fuochi di paglia. Stanno dando vita a una consapevole domanda di un cambiamento strutturale che difficilmente potrà essere ignorata. Come ha detto papa Leone XIV, ci sono troppo ampie differenze di reddito e di ricchezza, sia all’interno dei Paesi, sia fra di essi.
Ci vorrebbe un soggetto politico capace di raccogliere e fondere in un progetto di cambiamento tutte le sopraddette istanze. Ma, al momento, non si vede chi, in ambito politico-partitico, voglia o possa proporsi per un tale ruolo. Non certo le formazioni esistenti, incapaci di cogliere e comprendere una realtà ormai lontanissima da quella in cui si sono formate.
Non ci resta che sperare che, prima o poi, un tale soggetto sia in grado di scendere in campo, o che, se c’è già qualche concreta iniziativa in tale direzione, si renda pienamente visibile.
Ottima analisi, come sempre, di Ladetto. Il piccolo nuovo soggetto politico INSIEME potrebbe avere le caratteristiche che Ladetto auspica ma « non decolla ». Ruffini dovrà confrontarsi con la riottosità e i distinguo dei tanti leader di movimenti e associazioni che non vogliono rinunciare alla loro visibilità e alla loro fetta di potere …
Altri « uomini della Provvidenza » non ne vedo
Grazie Giuseppe per questa lucidissima disamina. Osservo che il liberalismo da fine della storia, una versione rovesciata degli antichi millenarismi e delle città future marxiste è del tutto incoerente con il realismo e il prudente relativismo del liberalismo classico, virtù che non sono estranee neppure alla dottrina sociale. Negli ultimi trent’anni abbiamo assistito all’affermazione di un liberismo rozzo e inedito che ha disegnato una società con enormi opportunità per pochi e la proletarizzazione della middle class: l’opposto rispetto ai propositi del liberalismo tradizionale.